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Riflessioni da Gerusalemme e Gaza per la scuola di domani

L’educazione alla pace non va in vacanza


L’anno scolastico si è ormai concluso, le aule si stanno svuotando (anche quelle degli Esami) e le campanelle hanno smesso di suonare.
Eppure, se c’è una cosa che il nostro ruolo ci insegna, è che l’educazione alla pace non va in vacanza. Anche durante i mesi estivi, la nostra vocazione di educatori ci chiama a tenere gli occhi aperti sul mondo e a riflettere su come trasformare le tragedie del nostro tempo in strumenti di consapevolezza per i nostri studenti.

Per questo vorremmo condividere con voi alcune riflessioni a partire dalla drammatica realtà che continua a consumarsi in Medio Oriente, intrecciando i nudi fatti sul campo con la visione di speranza che unicamente può dare senso allo sforzo educativo.

La realtà dei fatti: gli aggiornamenti da Gaza
Per educare ai diritti umani, dobbiamo prima di tutto guardare in faccia la negazione degli stessi. Gli ultimi aggiornamenti provenienti, tra gli altri, dagli operatori di Emergency ci restituiscono un quadro insostenibile.
La situazione a Gaza è drammatica: la crisi idrica si aggrava e le persone riescono a racimolare appena 6 litri di acqua al giorno a persona per bere, cucinare e lavarsi. Oltre ai continui bombardamenti e all’assenza di cibo e medicinali, c’è un dato che, come educatori, ci deve colpire profondamente: Gaza registra oggi il tasso più alto di amputazioni infantili pro capite al mondo. Il 90% degli edifici non esiste più e migliaia di famiglie, sfollate più e più volte, cercano di sopravvivere in tendopoli sovraffollate, esposte a malattie e denutrizione. In questo contesto, lo staff medico di Emergency continua instancabilmente a operare per garantire assistenza sanitaria di base, testimoniando un impegno concreto per la vita in mezzo alla distruzione.

Tracce di speranza nella Lettera pastorale del Patriarca Pizzaballa
Di fronte a tanto orrore, come possiamo trovare le parole per educare i nostri ragazzi? Una strada possibile ci viene dalla Lettera pastorale del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, cui l’ultimo numero della rivista La Civiltà Cattolica dedica un’analisi accurata.
Pubblicata il 25 aprile 2026 e intitolata «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa, questa Lettera non è una semplice analisi politica, ma un documento che invita i credenti (e non solo) a interrogarsi su come vivere in mezzo al conflitto senza cedere all’odio. Il Cardinale rifiuta “discorsi edulcorati e astratti” ed esorta a non restare spettatori silenziosi.
Tra i temi più potenti della Lettera c’è il monito contro la “memoria tossica”, ovvero quella memoria che diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro per escluderlo e giustificare la violenza. Al contrario, Pizzaballa invita a mantenere “le porte aperte”, a custodire il “bene comune” e a costruire occasioni concrete di convivenza.
È qui che la Lettera pastorale parla direttamente a noi. In un passaggio illuminante, il Patriarca definisce le scuole “laboratori del futuro”. Generazioni di giovani – cristiani, musulmani ed ebrei – passano tra i banchi scolastici, e questo ci affida una responsabilità immensa.
Vi invitiamo a leggere attentamente queste parole e a farle vostre per il prossimo anno scolastico: «Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni».
Il conflitto, afferma Pizzaballa, non va ignorato o rimosso, ma affrontato con le armi del dialogo.
Noi insegnanti ed educatori siamo chiamati a non essere “solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita”. Dobbiamo guidare i nostri alunni ad analizzare le notizie, a riconoscere l’umanità dell’altro e a disinnescare la logica esclusiva del “noi contro di loro”.

Un impegno anche oggi
Le ferite del mondo, dai diritti negati a Gaza fino alle aule delle nostre scuole, richiedono una cura costante. Approfittiamo di queste settimane di pausa per ricaricare le energie e nutrire le nostre coscienze. Leggiamo, informiamoci e prepariamoci. Perché a settembre i nostri ragazzi avranno bisogno di adulti capaci di aiutarli a decifrare la realtà e a sperare. L’educazione alla pace non va in vacanza: è un impegno quotidiano, silenzioso e potente.

Francesco Rovida


Da “docente di sostegno” a “docente per l’inclusione”: ma a cosa serve?

Un’analisi della proposta di legge A.C. 2303


La recente pubblicazione del Decreto Ministeriale 926/2026, volto a disciplinare il nuovo ciclo di Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per il sostegno, offre una contingente opportunità di riflessione sulle evoluzioni normative e concettuali che interessano il mondo della scuola. L’emanazione del decreto si inserisce, infatti, in un periodo in cui il dibattito pubblico è stato intercettato da un’iniziativa legislativa che ha guadagnato ampio spazio nei titoli dei giornali, talora con una rilevanza mediatica superiore rispetto alla sua effettiva portata applicativa o al suo reale stato di avanzamento.

Si tratta della proposta di legge A.C. 2303, presentata alla Camera dei Deputati l’11 marzo 2025 e volta all’«Introduzione della qualifica di docente per l’inclusione». L’intento della proposta appare orientato a superare l’espressione “docente di sostegno”, adottando una formula lessicale che si propone di evidenziare il ruolo di questi professionisti nel supportare l’intero contesto di classe e promuovere strategie didattiche inclusive. Si tratterebbe di una ridenominazione formale della qualifica nel sistema nazionale di istruzione, presentata nella relazione illustrativa come un passo coerente con i princìpi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.

L’iter parlamentare, tuttavia, mostra fin dalle prime fasi elementi di complessità. Avviato in Commissione Cultura, l’esame ha registrato posizioni articolate, comprese quelle di alcune realtà associative che hanno manifestato dubbi sull’efficacia di un intervento prevalentemente nominale. Il successivo passaggio in Commissione Bilancio ha inoltre posto l’attenzione sulle coperture economiche. L’articolo 2 del testo prevede infatti l’attuazione delle disposizioni «senza nuovi o maiores oneri per la finanza pubblica», una clausola di invarianza finanziaria che, pur essendo una prassi formale, richiede verifiche contabili spesso laboriose da parte dell’esecutivo.

A margine di queste questioni tecniche, un’analisi delle prospettive del testo richiede di considerare il quadro statistico strutturale della produzione legislativa. Storicamente, il tasso di approvazione delle proposte di legge di esclusiva iniziativa parlamentare risulta piuttosto modesto. Le rilevazioni sui flussi parlamentari indicano che solo una frazione contenuta di questi testi — misurabile in poco più dell’1% del totale depositato — riesce a completare la doppia lettura di Camera e Senato. L’assetto normativo attuale è infatti caratterizzato da una netta prevalenza di provvedimenti di iniziativa governativa, che arrivano a costituire circa i tre quarti delle leggi effettivamente promulgate. Gran parte dei disegni di legge di origine parlamentare tende, nella prassi, a non superare le fasi preliminari di esame o a rimanere depositata agli atti senza giungere alla discussione in Aula.
Tale elemento di sistema suggerisce cautela (fortunatamente dal mio punto di vista) nel valutare le reali probabilità di approvazione definitiva del testo in discussione, ponendo l’interrogativo su quanto l’attuale dibattito possa tradursi in una norma efficace piuttosto che configurarsi come una dichiarazione di intenti.

Al di là delle dinamiche parlamentari, è il merito stesso della proposta a sollevare alcune perplessità sul piano giuridico e organizzativo.

In primo luogo, l’impianto concettuale alla base del disegno di legge sembra sovrapporre l’idea di inclusione a una specifica categoria professionale. L’inclusione, sul piano pedagogico e sistemico, è un processo che riguarda l’intera comunità scolastica e, per sua natura, non può essere delegato o associato in via esclusiva a una singola tipologia di insegnanti.
La più corretta e ampia definizione del costrutto in ambito normativo è presente nel primo articolo del Decreto Legislativo 66/2017 e afferma che l’inclusione scolastica:
“a) riguarda le bambine e i bambini, le alunne e gli alunni, le studentesse e gli studenti, risponde ai differenti bisogni educativi e si realizza attraverso strategie educative e didattiche finalizzate allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno nel rispetto del diritto all’autodeterminazione e all’accomodamento ragionevole, nella prospettiva della migliore qualità di vita;
b) si realizza nell’identità culturale, educativa, progettuale, nell’organizzazione e nel curricolo delle istituzioni scolastiche, nonché attraverso la definizione e la condivisione del progetto individuale fra scuole, famiglie e altri soggetti, pubblici e privati, operanti sul territorio;
c) costituisce impegno fondamentale di tutte le componenti della comunità scolastica le quali, nell’ambito degli specifici ruoli e responsabilità, concorrono ad assicurare il successo formativo delle bambine e dei bambini, delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti”
.
Per questo, attribuire a un solo profilo la qualifica di “docente per l’inclusione” rischia di deresponsabilizzare implicitamente il resto del corpo docente rispetto a un mandato che l’ordinamento affida alla dimensione collettiva.

In secondo luogo, si rende necessaria una precisazione in merito all’organizzazione del lavoro scolastico. Le “attività di sostegno” costituiscono una delle svariate modalità, individuali e collegiali, attraverso cui l’organico dell’autonomia realizza il Piano triennale dell’offerta formativa: “I docenti in servizio che ricoprono, in ciascuna istituzione scolastica, i posti vacanti e disponibili di cui all’articolo 1, comma 63, della legge 13 luglio 2015, n. 107 appartengono al relativo organico dell’autonomia e concorrono alla realizzazione del piano triennale dell’offerta formativa tramite attività individuali e collegiali: di insegnamento; di potenziamento; di sostegno; di progettazione; di ricerca; di coordinamento didattico e organizzativo” (CCNL 2019-2021, art. 41).
Tali attività, quindi, non si esauriscono nell’intervento del singolo insegnante, ma sono pensate in modo collegiale e coinvolgono, pur nella diversità dei ruoli, il Collegio dei docenti, il Consiglio di classe o il team docenti. Modificare la qualifica potrebbe generare sovrapposizioni tra un principio pedagogico trasversale (l’inclusione) e una funzione didattica e tecnico-giuridica ben definita (il sostegno), la cui gestione ricade sull’intero gruppo di lavoro.

Una terza area di criticità riguarda l’efficacia di simili interventi nel favorire un reale mutamento nelle dinamiche scolastiche. Nel contesto attuale, una operazione di “maquillage linguistico” rischia di risultare inadeguata a modificare la visione della scuola.
Piuttosto che promuovere una nuova cultura pedagogica, un cambio di etichetta privo di riforme strutturali può generare confusione e, paradossalmente, contribuire al mantenimento dello status quo.
La storia dell’ordinamento scolastico fornisce esempi chiari di come la prassi tenda a resistere alle ridenominazioni formali: basti pensare alla nozione di “programmi”, superati normativamente da oltre vent’anni a favore delle Indicazioni Nazionali, eppure ancora oggi costantemente richiamati nel linguaggio comune e nella pratica quotidiana.

Infine, emerge una perplessità di natura squisitamente organizzativa e giuridica, legata alla carenza di interventi organici e di coordinamento strutturale che caratterizza l’attuale panorama normativo della scuola. Un indicatore significativo di questa frammentazione è rappresentato dall’assenza di un nuovo Testo Unico, fermo al lontano 1994, che lascia il settore in una condizione di stratificazione legislativa complessa e di difficile armonizzazione.
Un esempio recente di tali criticità nei raccordi istituzionali si è palesato nel percorso di definizione del nuovo modello di Piano Educativo Individualizzato e nel relativo coordinamento con il Ministero della Salute. In quell’occasione, l’adozione di Linee guida sul profilo di funzionamento da parte del Ministero della Salute ha finito per incidere sulle definizioni stabilite da un Decreto Legislativo e da un Decreto Ministeriale del MIM, determinando una evidente frizione con le ordinarie regole di gerarchia delle fonti giuridiche alla quale lo stesso MIM ha dovuto, paradossalmente e inspiegabilmente, successivamente adeguarsi.

Episodi di questo tipo suggeriscono che le complessità strutturali della scuola odierna non possano essere efficacemente governate attraverso provvedimenti parziali o settoriali, e ancor meno tramite modifiche di carattere prevalentemente terminologico, scollegate da un disegno organico di riforma.

Francesco Rovida

Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti

Il Rapporto della Relatrice Speciale Elisa Morgera, presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, illustra l’urgenza di una transizione ecologica a tutela del clima e dei diritti fondamentali.


L’attuale modello di produzione alimentare su larga scala rappresenta una minaccia esistenziale non solo per il nostro clima, ma anche per i diritti umani. È quanto emerge dal rapporto intitolato “Transforming food systems for a safe climate and health for all” (Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti), redatto da Elisa Morgera, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione dei diritti umani nel contesto dei cambiamenti climatici.
Il documento è stato predisposto per essere discusso durante la sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, programmata dal 15 giugno al 10 luglio 2026. Inserito nell’ambito della discussione su promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo, il rapporto delinea un quadro allarmante, anche se fin troppo noto. I sistemi alimentari, infatti, generano attualmente tra il 21% e il 37% delle emissioni globali di gas serra e, senza un intervento drastico, queste emissioni sono destinate ad aumentare del 60-90% tra il 2010 e il 2050.

La crisi climatica legata al cibo è profondamente intrecciata con l’industria petrolifera e petrolchimica. I sistemi alimentari consumano il 15% dei combustibili fossili globali per ottenere energia e rappresentano ben il 40% del consumo di materie prime fossili impiegate per la produzione di prodotti petrolchimici, come pesticidi, fertilizzanti sintetici e plastica. L’uso massiccio di queste sostanze chimiche contamina il suolo, impoverisce la biodiversità e minaccia direttamente il diritto al cibo, alla salute e a un ambiente sano. Ad esempio, i fertilizzanti azotati sono responsabili di gravi forme di inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, causando circa 650.000 decessi prematuri ogni anno.

Il documento evidenzia una disuguaglianza strutturale allarmante: solo l’1% delle più grandi aziende alimentari controlla oltre il 70% dei terreni agricoli mondiali. Al contrario, le piccole aziende agricole, che operano su appena il 12% delle terre, sono in grado di produrre il 36% del cibo a livello globale. L’industria alimentare su larga scala è legata a modelli sistemici di violazioni dei diritti umani, tra cui la perdita dei mezzi di sussistenza, lo sfruttamento del lavoro, l’accaparramento delle risorse e un impatto sproporzionato su donne e bambini. Inoltre, queste stesse corporazioni bloccano attivamente l’azione climatica ricorrendo a campagne di disinformazione, greenwashing e lobbismo per perpetuare l’uso di combustibili fossili, sminuire il proprio impatto ambientale e ostacolare le normative sanitarie.

Per rispondere a questa instabilità, la Relatrice Speciale raccomanda ai governi di adottare normative rigorose per decarbonizzare, defossilizzare e detossificare i sistemi alimentari.
Un passo cruciale di questa transizione è l’eliminazione dei sussidi statali dannosi. Attualmente, i governi sborsano oltre 670 miliardi di dollari all’anno in sussidi diretti all’agricoltura e alla pesca su larga scala, costringendo i contribuenti a sostenere un’industria altamente inquinante, mentre ne pagano anche i costi sanitari e ambientali. Questi fondi devono essere reindirizzati per sostenere la transizione verso pratiche sostenibili e diete più sane, prevalentemente a base vegetale.

La vera soluzione trasformativa si basa sul riposizionare l’azione climatica attorno all’agroecologia, alla pesca artigianale basata sugli ecosistemi e alla pastorizia, guidate da Popoli Indigeni, contadini e donne. Questi modelli produttivi aumentano in modo significativo la resilienza climatica, proteggono la biodiversità e garantiscono la nutrizione per tutti. Riconoscere e proteggere i saperi tradizionali indigeni e contadini non è solo un atto di giustizia sociale, ma una necessità delineata dalle valutazioni scientifiche globali per invertire le molteplici crisi planetarie in corso, garantendo un clima sicuro e la salute dell’intera umanità.

Il Progetto del “Liceo Matematico”: struttura, obiettivi e metodologie

Dalla rete nazionale al DM 104/2026


A partire dall’anno scolastico 2026-2027, il sistema scolastico italiano vedrà l’avvio della sperimentazione quinquennale denominata “Liceo Matematico”, autorizzato ai sensi dell’art. 11 del DPR 275/1999.

È opportuno chiarire preliminarmente che il Liceo Matematico non costituisce un nuovo e autonomo indirizzo di studi. Si tratta, piuttosto, di un progetto di innovazione che si innesta sui percorsi liceali ordinamentali già vigenti, segnatamente il Liceo Classico, il Liceo Scientifico e il Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate.
La sperimentazione coinvolgerà 100 istituzioni scolastiche distribuite sul territorio nazionale, per un totale di 105 percorsi autorizzati.

L’intento principale del Ministero dell’Istruzione e del Merito è ridefinire il ruolo della matematica nella formazione liceale, valorizzandone la dimensione interdisciplinare. Lo scopo ultimo è superare la frammentazione dei saperi, fornendo una visione unitaria della conoscenza al fine di sostenere lo sviluppo delle capacità critiche, argomentative e riflessive delle studentesse e degli studenti.

Sul piano operativo, la sperimentazione prevede l’inserimento di un insegnamento aggiuntivo denominato “Laboratorio Matematico”. Tale insegnamento integrerà il quadro orario ordinamentale con un incremento di due ore settimanali nel primo biennio e di un’ora settimanale aggiuntiva nel secondo biennio e al quinto anno.
Le lezioni saranno affidate a un docente afferente alle classi di concorso A-26 o A-27, già facente parte del Consiglio di classe, il quale assumerà il ruolo di coordinatore e responsabile del progetto.
La valutazione delle attività laboratoriali, inoltre, non si tradurrà in un voto numerico tradizionale, ma sarà espressa collegialmente dal Consiglio di classe sotto forma di giudizio, che verrà inserito nel documento di valutazione finale, mentre per l’Esame di Maturità, il decreto precisa che restano ferme e invariate le disposizioni vigenti relative ai percorsi liceali.

Un elemento fondante del Liceo Matematico è la collaborazione strutturale tra le istituzioni scolastiche e le Università del territorio, finalizzata alla co-progettazione dei percorsi, al monitoraggio delle attività e alla formazione dei docenti.
Su specifica richiesta della scuola, tali attività potranno inoltre essere riconosciute nell’ambito dei percorsi di “formazione scuola-lavoro”.
La metodologia adottata si discosta nettamente dalla lezione frontale convenzionale, privilegiando un ambiente pedagogico basato sulla didattica laboratoriale.
È promosso l’utilizzo di strumenti tecnologici, manipolativi e storici, unitamente all’impiego di metodologie attive, quali la formulazione di congetture, la modellizzazione e la discussione collaborativa.
A livello progettuale, è richiesta la strutturazione di moduli interdisciplinari che coinvolgano più aree del sapere e che portino alla realizzazione di un prodotto finale conclusivo (ne sono previsti almeno tre nel primo biennio e almeno due per ciascun anno nel triennio successivo).

Le indicazioni ministeriali suggeriscono ampie “piste di lavoro” per evidenziare i profondi e trasversali legami tra la matematica e le altre discipline:

Matematica, Scienze umane e Arte
Vengono proposti moduli volti a esplorare il legame sistematico tra Matematica e Filosofia, Matematica e Musica (studiando, ad esempio, le onde sonore e le scale musicali), nonché Matematica e Letteratura, mediante l’analisi dell’opera di autori quali Dante, Calvino e Leopardi. Nell’ambito delle discipline artistiche e storiche, si suggerisce l’approfondimento della matematica delle mappe e della cartografia, della prospettiva, delle proporzioni e persino della complessa geometria degli origami.

Informatica, Logica e temi di attualità
I percorsi includono lo studio della crittografia (dai codici classici all’algoritmo asimmetrico moderno RSA), la computabilità e le macchine di Turing, l’Intelligenza Artificiale (con un’attenta disamina delle relative implicazioni etiche), l’educazione all’argomentazione rigorosa e la Teoria dei giochi.

Geometria, dati e modelli
Le tematiche includono lo studio dei frattali, le geometrie non euclidee, e l’analisi dei modelli preda-predatore o della curva logistica nell’ambito della dinamica delle popolazioni, essenziali per la pianificazione ambientale e lo studio della demografia.

In sintesi, la sperimentazione del Liceo Matematico si propone come un percorso formativo di elevato spessore culturale, orientato a restituire alla disciplina matematica la sua fondamentale funzione di strumento interdisciplinare di indagine, indispensabile per la decodifica e la comprensione della complessità che caratterizza il mondo contemporaneo.

In allegato, la documentazione ministeriale

Abbiate la forza di cambiare le cose

Il messaggio di uno studente del “Secusio” di Caltagirone per il 54° Concorso Nazionale EIP Italia, impegnato in questi giorni nell’Esame di maturità al Liceo classico


Se alla terra un giorno verrà chiesto “Chi ti ha fatto del male?”, quale sarà la sua risposta, o voi dietro lo schermo?
E se ai mari un giorno verrà chiesto “Chi vi ha reso così inquinati?”, quale sarà la loro risposta, o miei carissimi ascoltatori?
Se a un uomo verrà chiesto un giorno “Chi ti ha rapito torturato e ucciso?”, quale sarà la sua risposta?
È inutile che andate a cercare nei libri di storia o su internet perché la risposta è semplice: “è l’uomo! è sempre stato l’uomo l’artefice di tutto!”

Ad oggi, non c’è luogo sul nostro pianeta che non abbia impronta umana. La nostra esistenza è legata indissolubilmente a due forze eterne: la creazione e la distruzione.
Ma per qualche strano scherzo del fato, siamo quasi sempre attratti alla seconda. Distruggere, prevalere sugli altri, annichilire ci affascina ancora oggi in maniera inspiegabile.
Ecco perché ci sono uomini che uccidono, che combattono, che fanno battaglie, che dichiarano guerre.
Ecco perché ancora oggi esiste differenza tra chi si è preso tutto e chi, invece, ha perso tutto.

Ma non vi vedo ancora convinti.
Allora lasciate che vi mostri l’umana follia: vi porto alcuni esempi. L’umanità ha vissuto, solo nel secolo scorso, la violenza delle dittature, gli orrori dei campi di concentramento e ben due conflitti mondiali che hanno generato il maggior numero di vittime della nostra storia.
In paesi come Ucraina, Polonia, Armenia, Ruanda e Namibia si sono verificati alcuni genocidi che hanno quasi spazzato via intere popolazioni. E questi sono gli stessi Paesi in cui ancora oggi si parla di guerra e di violenza aggressiva. Non dimentichiamo inoltre che paesi come Cina, Corea del Nord, Russia, Mali, Ciad, Burchina Faso e potrei citarne altri ma mi fermo qua. Vivono ancora sotto dittatura, una dittatura che opprime la libertà individuale e che decide di censurare tutti quelli che vanno contro lo status quo. E poi non dimentichiamoci l’antichissima arte del traffico di esseri umani in zone come Libia e Venezuela.

Insomma, ormai da più di un secolo viviamo con esseri umani che hanno perso quasi del tutto il senso di umanità, o almeno così pensavo.

È vero, la nostra storia è tinta di rosso sangue ma questo non vuol dire che siano esistiti e che esistano solo guerrafondai o conquistatori.
Infatti, sono esistite ed esistono ancora oggi persone che fanno della pace, della libertà, della felice coesistenza la loro missione.

Allora ecco che alla fine della Seconda Guerra Mondiale i maggiori rappresentanti dei Paesi del mondo si riunirono a Parigi, il 10 dicembre 1948, per stabilire in maniera universale come gli esseri umani per il semplice fatto di nascere possiedono diritti inviolabili: diritto alla vita, diritto alla libertà e diritto alla sicurezza.

Ma ora basta, basta con le informazioni, con le citazioni fittizie e con questo copione. Non è più il tempo di dimostrare quello che abbiamo imparato nelle lezioni di Storia e di Educazione civica.
Il mondo si sta preparando a un nuovo conflitto e quegli stessi Paesi che si erano dichiarati roccaforti della democrazia, oggi si accingono a ripetere, anzi, ad ampliare gli errori del passato.

Ma noi?
Noi non siamo stati e non siamo gruppi paramilitari.
Non siamo nemmeno forze armate!
Noi siamo persone, siamo esseri umani e in quanto tali prima possediamo dei diritti che nessuno può toglierci.
Ma questi diritti – i nostri diritti – possono prevalere solo in un mondo in cui la voce non sia oscurata da un’esplosione o da uno sparo.

Allora mi avvicino a voi, miei carissimi ascoltatori.
Quando si spegnerà tutto, quando questo video finirà, adunatevi per la libertà, marciate imbracciando il dialogo e annunciate al mondo il vostro desiderio di pace.
Andate oltre i confini che ci isolano e andate a scoprire la bellezza della diversità.
Trasformatevi nei nuovi protagonisti della storia e fate sì che quest’ultima sia scritta con l’inchiostro e mai più col sangue.

Abbiate la forza di cambiare le cose, abbiate il coraggio di essere umani.

Sviluppo sostenibile, diritti e pace: la bussola del Rapporto ASviS 2026 in un mondo instabile

Di fronte alla corsa al riarmo, alle crescenti disuguaglianze e alle emergenze climatiche, il nuovo “Rapporto di Primavera” dimostra come l’attuazione dell’Agenda 2030 sia l’unica vera strategia per garantire la giustizia sociale e un futuro stabile


Viviamo in un’epoca segnata da crisi multiple e intrecciate, caratterizzata da conflitti armati, instabilità geopolitiche, disuguaglianze crescenti ed emergenze ambientali che producono effetti diretti sulle nostre società e colpiscono le popolazioni nelle loro vulnerabilità. In questo contesto di profonda incertezza, il nuovo “Rapporto di Primavera 2026: Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) lancia un messaggio inequivocabile: lo sviluppo sostenibile rappresenta l’unica risposta strutturale alle crisi del nostro tempo, compresa la crisi della pace e dei diritti fondamentali.

Multipolarismo senza multilateralismo e spesa militare
Il Rapporto evidenzia come a livello globale si stia conducendo una vera e propria “guerra al futuro”, in un mondo in cui tragicamente “la legge del potere prevale sul potere della legge”. L’aumento dei conflitti e il ricorso alle armi economiche e militari sono accompagnati da continui attacchi alle organizzazioni multilaterali e al diritto internazionale.
Un tema centrale per chi si occupa di educazione alla pace è la denuncia, contenuta nel documento, della corsa al riarmo. Il Rapporto sottolinea come l’aumento globale della spesa militare stia compromettendo gravemente gli investimenti nello sviluppo sostenibile e nella costruzione di una pace durevole, in palese contraddizione con gli impegni assunti a livello internazionale. Anche in Italia, la Legge di Bilancio 2026 ha previsto un aumento significativo delle spese militari: il budget del Ministero della Difesa ha raggiunto i 32,4 miliardi di euro, segnando un +64% rispetto al 2017, con la cifra record di 13,1 miliardi destinati a nuovi sistemi d’arma. A fronte di queste scelte, il Rapporto ASviS esorta l’Italia ad assumere un ruolo più attivo nella promozione della pace, nella prevenzione dei conflitti e nel rispetto del diritto internazionale.

Disuguaglianze e diritti umani: dalle migrazioni alla giustizia sociale “Non c’è pace senza giustizia”. Il testo richiama il Rapporto sulla disuguaglianza globale, avvertendo che un mondo che tollera disuguaglianze sempre più ampie non può sperare di raggiungere una pace duratura o la sostenibilità. La concentrazione di ricchezza e potere alimenta un senso di ingiustizia e frustrazione che mina la coesione democratica.
Sul fronte dei diritti umani, il Rapporto accende un faro sulle politiche migratorie europee e italiane. Le morti in mare e i maltrattamenti alle frontiere minacciano i valori democratici e l’uguaglianza. Viene inoltre ribadita la necessità di applicare rigorosamente la due diligence sui diritti umani negli accordi con Stati terzi, raccomandando ad esempio una moratoria sui rimpatri in Libia finché non saranno garantite adeguate tutele.
All’interno dei confini nazionali, la povertà e l’esclusione sociale restano a livelli allarmanti, coinvolgendo oltre 13 milioni di persone, con un impatto devastante soprattutto su donne, madri sole, stranieri e residenti nel Mezzogiorno.

Nuovo patto tra generazioni e parità di genere
L’educazione ai diritti passa anche attraverso l’eliminazione delle discriminazioni strutturali. Il motto dell’Agenda 2030 è “nessuno sia lasciato indietro”, ma nei fatti sono proprio le donne ad essere sistematicamente lasciate indietro in tante dimensioni dello sviluppo, dal reddito all’occupazione. Il tasso di occupazione femminile italiano (57,4%) resta lontano dagli obiettivi europei, gravato da lavoro povero, part-time involontario e carenza di servizi di cura.
Tuttavia, un passo avanti cruciale per la tutela dei diritti è l’introduzione nell’ordinamento italiano, fortemente sostenuta da ASviS, della Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e della Valutazione di Impatto di Genere (VIGE) per le nuove leggi. Questi strumenti riconoscono che le decisioni pubbliche non sono neutre e obbligano la politica a valutare preventivamente gli effetti delle leggi sulle donne e sulle generazioni future, tutelando i loro diritti prima che vengano compromessi.

Agire ora per il futuro
I dati proiettati al 2030 offrono un “bagno di realtà”: l’Italia rischia di mancare gran parte degli obiettivi quantitativi dell’Agenda 2030, in particolare per quanto riguarda povertà, disuguaglianze, risorse idriche ed ecosistemi.
Per invertire la rotta, serve opporre alla frammentazione attuale una vera e propria cooperazione basata su un “realismo basato sui valori”, ovvero sul rispetto dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della solidarietà. L’educazione alla pace e ai diritti trova nel nuovo Rapporto ASviS non solo una base di dati incontrovertibile, ma uno strumento di advocacy per chiedere alla politica di rimettere al centro l’Agenda 2030, trasformando la sostenibilità e la giustizia nell’unica vera strategia per costruire il futuro.


Vincitori del 54° Concorso Nazionale EIP Italia – MIM

La Commissione di valutazione, indicata dal Comitato paritetico EIP-MIM, ha comunicato l’elenco dei vincitori. La data della Cerimonia di premiazione, che si terrà a Roma, sarà comunicata a breve


Ai sensi del Bando del 54° Concorso Nazionale “Dall’Italia al mondo. L’impegno per i diritti umani come pilastro di pace” anno scolastico 2025-2026, la Commissione di valutazione individuata dal Comitato paritetico EIP-MIM, coordinato dalla Direzione generale per lo studente, l’inclusione, l’orientamento e il contrasto alla dispersione scolastica del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha provveduto ad esaminare i lavori presentati e ha assegnato, per ciascuna sezione, i Premi nazionali previsti.
Inoltre, considerata la qualità delle proposte pervenute, ha scelto di assegnare anche alcuni Premi regionali e Menzioni speciali.

I criteri di valutazione definiti dalla Commissione di valutazione, in coerenza con il Bando, sono i seguenti:
1. Aderenza tra il prodotto/progetto presentato e i requisiti indicati nella specifica sezione del Concorso
2. Realizzazione del prodotto/progetto nell’anno scolastico di riferimento del Bando e conclusione entro la scadenza del Bando.
3. Qualità tecnica del prodotto/progetto realizzato e/o qualità didattica e metodologica del progetto, valutate anche in relazione all’età degli studenti e delle classi partecipanti
4. Originalità e creatività
5. Partecipazione attiva degli studenti e ampiezza del coinvolgimento degli studenti, valorizzando e premiando, tra i lavori prodotti, la partecipazione attiva, operosa, costruttiva e autonoma degli studenti.

Ringraziando tutte le scuole partecipanti, con particolare riferimento agli insegnanti che hanno coordinato i lavori dei propri studenti e ai dirigenti scolastici che ne hanno promosso la partecipazione, EIP Italiainforma che, secondo l’articolo 9 del Bando, “la Cerimonia di premiazione si svolgerà a Roma, in una prestigiosa sede nel periodo ottobre-novembre 2026. La data e il luogo saranno comunicati ai vincitori e pubblicati sui siti web dell’Associazione. Le spese di partecipazione sono a carico dei partecipanti”.
Pertanto, data, luogo, orari e modalità di partecipazione saranno comunicate esclusivamente agli interessati (scuole e docenti referenti) in tempo utile. 

Di seguito è pubblicato l’elenco ufficiale.

Un contributo di Luciano Corradini sull’enciclica Magnifica Humanitas

Un faro nella tempesta. Dal Giornale di Brescia


di Luciano Corradini

Nel 2014 un mio ex studente dell’Iti degli anni ’60 mi scrisse in una lettera: «Sono passati 50 anni, ma non posso dimenticare il tema da me svolto, sull’enciclica Pacem in Terris, di Giovanni XXIII e io la ringrazio di essere stato interprete fedele di quella direzione del vento. Quanti capitani coraggiosi c’erano: La Pira, Kennedy, M. Luther King… Ma noi oggi abbiamo ammainato le vele. La mia barca un poco scricchiola, ma accidenti se si rialzasse un refolo di vento!». Io ho continuato a insegnare nelle Università di Milano, di Roma Tre e a tenere i contatti col Ministero, col Parlamento e a scrivere sull’educazione civica. L’ultimo mio libro è «Incipit vita nova», carteggio d’amore di due liceali negli Anni ’50. Sono d’accordo con l’adolescente che ero allora e cerco di tener vivi i principi, i sentimenti e i propositi che condivido con pensatori importanti, come Edgar Morin, che ci ha lasciati a 104 anni, con Cacciari, che ha ripreso, in un’ampia riflessione, il tema della «paideia» di Platone, rilanciata da noi nel Progetto Giovani 93 e con molti altri «resistenti», anche se i ragazzi di oggi vivono in un contesto assai diverso. Sono d’accordo con quello che ero nel liceo Anni ’50 e nell’Iti Anni ’60. Al mio studente Giancarlo Rossi, che ci ha lasciati, direi che oggi si è alzato qualcosa di più di un «refolo di vento» con la «Magnifica Humanitas» di Leone XIV che affronta con chiarezza ampiezza di vedute ed equilibrio tutti i temi delle encicliche dei suoi predecessori, e della Dottrina sociale della Chiesa, ponendo al centro la grandezza della Persona Umana, davanti alle promesse, i benefici e i gravi rischi che comporta il veloce sviluppo dell’IA e l’impegno richiesto a tutte le fedi, i centri di potere, le istituzioni, i partiti, gli stati. Chiede un’alleanza educativa per l’era digitale e la centralità della scuola. Il 5° e ultimo capitolo è dedicato alla tensione fra la Cultura della potenza e la Civiltà dell’amore: armi e IA, un presunto realismo politico.

Con essa si leva «più di un refolo di vento» per le barche nel mondo

Per costruire la Civiltà dell’amore, non si nascondono le gravi difficoltà, di cui la Chiesa cattolica si fa carico, senza pretese di leadership politica e religiosa, benché fedeltà al Vangelo e ammissione delle infedeltà vissute in duemila anni, forniscono al mondo un faro che orienta nella tempesta. La consegna finale è in questi titoli: Tutti possiamo fare la nostra parte, Disarmare le parole, Costruire la pace nella giustizia, Assumere lo sguardo delle vittime, Coltivare un sano realismo, Rilanciare il dialogo, La necessità della diplomazia e del multilateralismo, Pregare e sperare. In sintesi la «Magnifica Humanitas» è un’ottima piattaforma paideutica per «sortirne insieme». È un repertorio aggiornato di educazione civica.


Ambasciatori di memoria: il viaggio da Bojano a Mauthausen contro l’indifferenza

Il traguardo di un intenso laboratorio didattico durato cinque anni, premiato dal concorso dell’USR Molise, porta gli studenti a confrontarsi con gli orrori del campo austriaco per costruire una solida coscienza civile


Questa occasione importante di viaggio non è nata per caso, ma si inserisce all’interno di un percorso promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale (USR) del Molise e supportato dai fondi del Ministero dell’Istruzione e del Merito per i “viaggi nella memoria”.
A febbraio 2026, l’USR ha indetto un apposito Avviso Pubblico rivolto alle scuole meritevoli del territorio: l’Istituto Omnicomprensivo di Bojano ha partecipato con il progetto intitolato “La Rotta Bojano-Mauthausen: 1255 km di anticorpi contro il memoricidio”, risultando tra i beneficiari delle risorse e aggiudicandosi il Primo premio il 27 marzo 2026.
Come illustrato nell’articolo dedicato sul nostro sito web, l’iniziativa mira a costruire una vera e propria coscienza civile nelle nuove generazioni, formando gli studenti come “ambasciatori” di memoria.

Il viaggio a Mauthausen rappresenta il punto di arrivo di un laboratorio durato ben cinque anni, avviato nell’anno scolastico 2021/2022. In questo lungo arco di tempo, i ragazzi non si sono mai fermati, realizzando oltre 40 lavori di approfondimento sulla Shoah. Tra gli esempi più significativi di questo intenso cantiere di ricerca storica ci sono: lo studio sui “Giusti tra le Nazioni”, come il molisano Osman Carugno e il medico Carlo Angela; l’emozionante corrispondenza via email con Hanna Gofrit, sopravvissuta alla persecuzione nazista; la conoscenza e gli scambi con Edith Bruck; i progetti su Salvo d’Acquisto e le iniziative di cittadinanza attiva nello “Spazio Agorà” per sensibilizzare la comunità di Bojano.
I ragazzi hanno inoltre adottato simbolicamente le vittime tramite l’iniziativa “I Remember Wall” e hanno contribuito attivamente alla deposizione di una targa commemorativa presso l’ex campo di internamento di Bojano, sottraendo all’anonimato un pezzo importante della storia locale.

L’aspetto centrale del progetto è il viaggio di sei giorni destinato a nove studenti e un docente. Il gruppo ha documentato l’esperienza redigendo un “diario di bordo”, simbolo della memoria che viene tramandata e custodita. La meta è il campo di concentramento di Mauthausen, un campo di “terza categoria” tristemente noto per l’annientamento attraverso il lavoro forzato, dove furono deportate circa 190.000 persone.
Gli studenti hanno esplorato i luoghi simbolo di questa tragedia: la cava di granito Wiener Graben, dove i detenuti lavoravano senza misure di sicurezza, e la terrificante “Scala della Morte”, i cui 186 gradini costavano quotidianamente la vita a chi era costretto a trasportare blocchi di pietra pesanti fino a 50 kg sotto le percosse delle SS.
Il percorso ha toccato la “Porta Mongola”, ingresso principale del campo dove i deportati venivano privati di ogni identità per diventare semplici numeri, il Piazzale dell’Appello, teatro di estenuanti conteggi al freddo e sotto la pioggia, e il “Muro del Pianto”, oggi ricoperto da sassi commemorativi estratti dalla stessa cava del campo.
La visita si è inoltrata fino agli orrori più estremi: le baracche prive di igiene, i luoghi degli esperimenti medici, le camere a gas, i forni crematori e il Cimitero delle Ceneri, per concludersi nella toccante “Stanza dei nomi”, un memoriale che rende visibile l’enormità di oltre 82.000 vite spezzate.

Un ringraziamento speciale e le più sentite congratulazioni vanno alla professoressa Italia Martusciello e agli studenti della classe VA ITE: con straordinaria dedizione, passione e sensibilità, hanno saputo trasformare lo studio della storia in un vero baluardo contro l’indifferenza.

Nota: Insieme a questo articolo, vi invitiamo a consultare il file allegato per esplorare in dettaglio tutto il materiale, le immagini e le testimonianze raccolte durante questo eccezionale percorso didattico.

Tutti sotto esame: la Maturità oltre l’illusione dei numeri

Da Romano Guardini a Massimo Recalcati: una rilettura critica dell’Esame di Stato come vertigine della libertà, crisi di passaggio e compito etico per tutte le generazioni.


Oggi si insediano le Commissioni per gli Esami di maturità. Questa occasione, carica di attese istituzionali e di trepidazione giovanile, mi ha fatto ricordare un capolavoro della filosofia dell’educazione come Le età della vita di Romano Guardini. Rileggere questo testo ci offre una prospettiva imprescindibile per sottrarre l’Esame di Stato alla pratica burocrarica e restituirgli il suo peso esistenziale.

Nel suo saggio, Guardini ci insegna che il percorso dell’esistenza umana non è un semplice susseguirsi biologico di anni, ma si articola in fasi tipiche, ciascuna portatrice di una specifica “figura di valore” e di un compito etico ineludibile. Il passaggio da una fase all’altra non è mai un’evoluzione pacifica, ma è innescato da una crisi necessaria per la crescita della persona. In particolare, la fine della giovinezza è caratterizzata dalla cosiddetta “crisi dell’esperienza”.

Se analizziamo l’attuale rito dell’Esame di Stato, notiamo come la normativa scolastica cerchi di istituzionalizzare proprio questa soglia. Il Decreto Legislativo 62/2017 stabilisce infatti che l’esame non debba limitarsi a verificare le conoscenze disciplinari, ma debba valutare “il grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità” in una prospettiva di “sviluppo integrale della persona”.
C’è tuttavia un paradosso di fondo, tipico delle istituzioni: la normativa pretende di misurare questa irriducibile complessità esistenziale ingabbiandola in una griglia quantitativa fatta di crediti scolastici e di un punteggio finale espresso in centesimi.
La “maturazione personale” viene così tradotta in numeri e certificazioni.

In questa frizione tra l’intento formativo e la rigidità burocratica, la prospettiva psicoanalitica di Massimo Recalcati ci svela la verità più intima di questo momento. L’esame di maturità non è l’applicazione di una formula matematica, ma un radicale rito di passaggio che esige una “prova soggettiva”: è il momento in cui lo studente è chiamato a “prendere la parola in prima persona” di fronte all’Altro, rompendo lo specchio delle risposte compiacenti tipiche dell’infanzia. Come fa notare Recalcati, la maturità segna la fine delle certezze protettive del recinto familiare e sancisce l’inizio dell’“instabilità avventurosa del mare”. La vera angoscia non è generata dal volto severo dei commissari, ma dalla scoperta inebriante e spaventosa della propria libertà. L’esame ci espone alla cruda realtà che nessuno può parlare al nostro posto; ci scopriamo, sartrianamente, “soli e senza scuse” di fronte al nostro desiderio.

Tuttavia, fermarsi all’angoscia e alla vertigine della libertà descritta da Recalcati rischierebbe di lasciarci sospesi nel vuoto. È qui che l’approccio etico e pedagogico di Guardini deve tornare con prepotenza per indicarci la via.
Una volta scoperto di essere soli e liberi, che cosa se ne fa il giovane di questa libertà? Per Guardini, il superamento della crisi giovanile impone l’arduo compito di misurarsi con la “straordinaria tenacia dell’essere”, ovvero con la resistenza che la dura realtà oppone ai nostri sogni. L’adolescente, armato di ideali assoluti e della certezza che le proprie idee possano plasmare il mondo, si scontra brutalmente con l’esperienza della quotidianità, con i propri insuccessi e con la complessità delle cose.

Guardini evidenzia due gravissimi pericoli in questo momento di passaggio. Il primo è che il giovane, rifiutando di scendere a compromessi con la realtà, resti bloccato nell’idealismo, diventando un “dottrinario” e un “fanatico” che critica tutto ma si rifugia in un mondo irreale. Il secondo pericolo, diametralmente opposto, è che il giovane si lasci schiacciare dal disincanto e si arrenda a fare “quello che fanno tutti”, rifugiandosi nel comodo conformismo del “si impersonale”.

Il vero approccio alla maturità per Guardini consiste invece nell’acquisire la virtù della pazienza. L’esame (scolastico e della vita) è superato quando il giovane abbandona la rigidità dell’ aut-aut e impara a “distinguere le sfumature, a perdonare, a venire a patti con il possibile”. Il fine ultimo non è accumulare successi o, per dirla con Guardini, “conquistare denaro e potenza”, bensì costruire un carattere stabile e “portare a compimento un’opera ricca di valore e fare di sé un uomo autentico”.
Maturare significa acquisire il “coraggio verso se stessi” e la capacità, tipicamente adulta, di “stare in piedi da soli”, assumendosi le responsabilità del proprio giudizio.

Siamo abituati a concentrare tutta l’attenzione sull’esame dei diciottenni, ma Guardini ci ricorda che la vita intera è una sequenza di esami. L’autore non parla solo della giovinezza: egli estende la sua riflessione a tutte le età della vita, indicando che per ognuna di esse vi è un preciso compito di sviluppo e un dovere etico-pedagogico da assolvere. Ad esempio, l’età adulta porta con sé la “crisi del limite”: l’individuo fa esperienza dell’affievolirsi delle energie e dell’accumularsi dei carichi familiari e lavorativi. Il suo compito etico (“esame”) è mantenere la parola data, dimostrare onore e stabilità senza cedere allo scetticismo. L’uomo maturo o disincantato deve affrontare la noia e la ripetitività (taedium vitae), superando l’esame di continuare a compiere il proprio dovere con fedeltà, scorgendo il valore nel quotidiano. Infine, l’uomo saggio (nella vecchiaia) affronta la “crisi del distacco”: il suo esame consiste nell’accettare l’assottigliarsi del tempo e la fine imminente senza cinismo o disperazione, smettendo di voler dominare attivamente la realtà (“dynamis”) per iniziare, semplicemente, a “irradiare” il senso profondo delle cose.

Se assumiamo questa prospettiva radicale, sorge spontanea una provocazione: in questi giorni di Esami di Stato, chi è davvero sotto esame?

Quale esame stanno affrontando i docenti commissari?
Il loro compito non è solo quello di compilare griglie di valutazione, ma di superare l’esame tipico dell’età adulta e matura: esercitare l’autorità con “discernimento” e “pazienza”. L’esame del docente è resistere al logoramento della burocrazia scolastica e allo “sbiadirsi del senso”, dimostrandosi un adulto capace di uno sguardo profondo, che sa accogliere la fragilità del giovane senza rinunciare alla fermezza etica del giudizio.

Quale esame stanno affrontando i genitori degli studenti?
Guardini ricorda che nell’infanzia i genitori formano un “guscio protettivo”. Ma ora, di fronte alla maturità, il loro esame cambia radicalmente: devono superare la crisi del distacco educativo. Il loro compito etico è avere il coraggio di fare un passo indietro, resistendo alla tentazione infantile di sostituirsi ai figli o di proiettare su di essi le proprie ansie di prestazione.

Quale esame stanno affrontando i politici che fanno le leggi per la scuola?
Il loro esame consiste nel non tradire la “prospettiva di sviluppo integrale della persona” che loro stessi hanno codificato. La prova che devono superare è quella di non cedere al fanatismo dei numeri e dei sistemi astratti, comprendendo che legiferare sull’educazione significa tutelare un mistero in continua evoluzione, non gestire una catena di montaggio.

E quale esame sta affrontando la scuola come sistema?
La scuola è chiamata a dimostrare se è ancora in grado di generare una cultura viva, o se si è arresa a essere un mero “esamificio”. Il suo esame è dimostrare di saper tenere insieme l’incondizionato e il finito: l’ideale della conoscenza umana e la concretezza di un diploma.

Tutto questo ci ricorda che ognuno ha il compito di conoscere e vivere in pieno la propria età della vita, perché, come scrive Guardini, “nessun tempo va sottratto ai propri ritmi” e nessuna età esiste solo in funzione delle altre.

Ecco allora l’invito che vorrei rivolgere a tutti i protagonisti di questi giorni: possiamo cogliere il senso di questa prova al di là dei numeri.

Agli studenti auguro di non ridurre il proprio valore a un voto in centesimi. Usate la sana angoscia di questo momento per prendere la parola in prima persona, come ricorda Recalcati, e abbiate il coraggio di costruire il vostro carattere saldamente, come insegna Guardini.

Alle famiglie, ai docenti e alle istituzioni chiedo di riconoscere che siamo tutti, inevitabilmente, sotto esame.

Ognuno viva con dignità e consapevolezza la “figura di valore” della propria stagione di vita, affinché i ragazzi, guardando gli adulti che hanno di fronte, possano trovare non solo dei giudici che assegnano un voto, ma testimoni autentici di cosa significhi “stare in piedi da soli”.

Francesco Rovida
dirigente scolastico
coordinatore della formazione EIP Italia