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Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti

Il Rapporto della Relatrice Speciale Elisa Morgera, presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, illustra l’urgenza di una transizione ecologica a tutela del clima e dei diritti fondamentali.


L’attuale modello di produzione alimentare su larga scala rappresenta una minaccia esistenziale non solo per il nostro clima, ma anche per i diritti umani. È quanto emerge dal rapporto intitolato “Transforming food systems for a safe climate and health for all” (Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti), redatto da Elisa Morgera, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione dei diritti umani nel contesto dei cambiamenti climatici.
Il documento è stato predisposto per essere discusso durante la sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, programmata dal 15 giugno al 10 luglio 2026. Inserito nell’ambito della discussione su promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo, il rapporto delinea un quadro allarmante, anche se fin troppo noto. I sistemi alimentari, infatti, generano attualmente tra il 21% e il 37% delle emissioni globali di gas serra e, senza un intervento drastico, queste emissioni sono destinate ad aumentare del 60-90% tra il 2010 e il 2050.

La crisi climatica legata al cibo è profondamente intrecciata con l’industria petrolifera e petrolchimica. I sistemi alimentari consumano il 15% dei combustibili fossili globali per ottenere energia e rappresentano ben il 40% del consumo di materie prime fossili impiegate per la produzione di prodotti petrolchimici, come pesticidi, fertilizzanti sintetici e plastica. L’uso massiccio di queste sostanze chimiche contamina il suolo, impoverisce la biodiversità e minaccia direttamente il diritto al cibo, alla salute e a un ambiente sano. Ad esempio, i fertilizzanti azotati sono responsabili di gravi forme di inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, causando circa 650.000 decessi prematuri ogni anno.

Il documento evidenzia una disuguaglianza strutturale allarmante: solo l’1% delle più grandi aziende alimentari controlla oltre il 70% dei terreni agricoli mondiali. Al contrario, le piccole aziende agricole, che operano su appena il 12% delle terre, sono in grado di produrre il 36% del cibo a livello globale. L’industria alimentare su larga scala è legata a modelli sistemici di violazioni dei diritti umani, tra cui la perdita dei mezzi di sussistenza, lo sfruttamento del lavoro, l’accaparramento delle risorse e un impatto sproporzionato su donne e bambini. Inoltre, queste stesse corporazioni bloccano attivamente l’azione climatica ricorrendo a campagne di disinformazione, greenwashing e lobbismo per perpetuare l’uso di combustibili fossili, sminuire il proprio impatto ambientale e ostacolare le normative sanitarie.

Per rispondere a questa instabilità, la Relatrice Speciale raccomanda ai governi di adottare normative rigorose per decarbonizzare, defossilizzare e detossificare i sistemi alimentari.
Un passo cruciale di questa transizione è l’eliminazione dei sussidi statali dannosi. Attualmente, i governi sborsano oltre 670 miliardi di dollari all’anno in sussidi diretti all’agricoltura e alla pesca su larga scala, costringendo i contribuenti a sostenere un’industria altamente inquinante, mentre ne pagano anche i costi sanitari e ambientali. Questi fondi devono essere reindirizzati per sostenere la transizione verso pratiche sostenibili e diete più sane, prevalentemente a base vegetale.

La vera soluzione trasformativa si basa sul riposizionare l’azione climatica attorno all’agroecologia, alla pesca artigianale basata sugli ecosistemi e alla pastorizia, guidate da Popoli Indigeni, contadini e donne. Questi modelli produttivi aumentano in modo significativo la resilienza climatica, proteggono la biodiversità e garantiscono la nutrizione per tutti. Riconoscere e proteggere i saperi tradizionali indigeni e contadini non è solo un atto di giustizia sociale, ma una necessità delineata dalle valutazioni scientifiche globali per invertire le molteplici crisi planetarie in corso, garantendo un clima sicuro e la salute dell’intera umanità.

Il Progetto del “Liceo Matematico”: struttura, obiettivi e metodologie

Dalla rete nazionale al DM 104/2026


A partire dall’anno scolastico 2026-2027, il sistema scolastico italiano vedrà l’avvio della sperimentazione quinquennale denominata “Liceo Matematico”, autorizzato ai sensi dell’art. 11 del DPR 275/1999.

È opportuno chiarire preliminarmente che il Liceo Matematico non costituisce un nuovo e autonomo indirizzo di studi. Si tratta, piuttosto, di un progetto di innovazione che si innesta sui percorsi liceali ordinamentali già vigenti, segnatamente il Liceo Classico, il Liceo Scientifico e il Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate.
La sperimentazione coinvolgerà 100 istituzioni scolastiche distribuite sul territorio nazionale, per un totale di 105 percorsi autorizzati.

L’intento principale del Ministero dell’Istruzione e del Merito è ridefinire il ruolo della matematica nella formazione liceale, valorizzandone la dimensione interdisciplinare. Lo scopo ultimo è superare la frammentazione dei saperi, fornendo una visione unitaria della conoscenza al fine di sostenere lo sviluppo delle capacità critiche, argomentative e riflessive delle studentesse e degli studenti.

Sul piano operativo, la sperimentazione prevede l’inserimento di un insegnamento aggiuntivo denominato “Laboratorio Matematico”. Tale insegnamento integrerà il quadro orario ordinamentale con un incremento di due ore settimanali nel primo biennio e di un’ora settimanale aggiuntiva nel secondo biennio e al quinto anno.
Le lezioni saranno affidate a un docente afferente alle classi di concorso A-26 o A-27, già facente parte del Consiglio di classe, il quale assumerà il ruolo di coordinatore e responsabile del progetto.
La valutazione delle attività laboratoriali, inoltre, non si tradurrà in un voto numerico tradizionale, ma sarà espressa collegialmente dal Consiglio di classe sotto forma di giudizio, che verrà inserito nel documento di valutazione finale, mentre per l’Esame di Maturità, il decreto precisa che restano ferme e invariate le disposizioni vigenti relative ai percorsi liceali.

Un elemento fondante del Liceo Matematico è la collaborazione strutturale tra le istituzioni scolastiche e le Università del territorio, finalizzata alla co-progettazione dei percorsi, al monitoraggio delle attività e alla formazione dei docenti.
Su specifica richiesta della scuola, tali attività potranno inoltre essere riconosciute nell’ambito dei percorsi di “formazione scuola-lavoro”.
La metodologia adottata si discosta nettamente dalla lezione frontale convenzionale, privilegiando un ambiente pedagogico basato sulla didattica laboratoriale.
È promosso l’utilizzo di strumenti tecnologici, manipolativi e storici, unitamente all’impiego di metodologie attive, quali la formulazione di congetture, la modellizzazione e la discussione collaborativa.
A livello progettuale, è richiesta la strutturazione di moduli interdisciplinari che coinvolgano più aree del sapere e che portino alla realizzazione di un prodotto finale conclusivo (ne sono previsti almeno tre nel primo biennio e almeno due per ciascun anno nel triennio successivo).

Le indicazioni ministeriali suggeriscono ampie “piste di lavoro” per evidenziare i profondi e trasversali legami tra la matematica e le altre discipline:

Matematica, Scienze umane e Arte
Vengono proposti moduli volti a esplorare il legame sistematico tra Matematica e Filosofia, Matematica e Musica (studiando, ad esempio, le onde sonore e le scale musicali), nonché Matematica e Letteratura, mediante l’analisi dell’opera di autori quali Dante, Calvino e Leopardi. Nell’ambito delle discipline artistiche e storiche, si suggerisce l’approfondimento della matematica delle mappe e della cartografia, della prospettiva, delle proporzioni e persino della complessa geometria degli origami.

Informatica, Logica e temi di attualità
I percorsi includono lo studio della crittografia (dai codici classici all’algoritmo asimmetrico moderno RSA), la computabilità e le macchine di Turing, l’Intelligenza Artificiale (con un’attenta disamina delle relative implicazioni etiche), l’educazione all’argomentazione rigorosa e la Teoria dei giochi.

Geometria, dati e modelli
Le tematiche includono lo studio dei frattali, le geometrie non euclidee, e l’analisi dei modelli preda-predatore o della curva logistica nell’ambito della dinamica delle popolazioni, essenziali per la pianificazione ambientale e lo studio della demografia.

In sintesi, la sperimentazione del Liceo Matematico si propone come un percorso formativo di elevato spessore culturale, orientato a restituire alla disciplina matematica la sua fondamentale funzione di strumento interdisciplinare di indagine, indispensabile per la decodifica e la comprensione della complessità che caratterizza il mondo contemporaneo.

In allegato, la documentazione ministeriale

Abbiate la forza di cambiare le cose

Il messaggio di uno studente del “Secusio” di Caltagirone per il 54° Concorso Nazionale EIP Italia, impegnato in questi giorni nell’Esame di maturità al Liceo classico


Se alla terra un giorno verrà chiesto “Chi ti ha fatto del male?”, quale sarà la sua risposta, o voi dietro lo schermo?
E se ai mari un giorno verrà chiesto “Chi vi ha reso così inquinati?”, quale sarà la loro risposta, o miei carissimi ascoltatori?
Se a un uomo verrà chiesto un giorno “Chi ti ha rapito torturato e ucciso?”, quale sarà la sua risposta?
È inutile che andate a cercare nei libri di storia o su internet perché la risposta è semplice: “è l’uomo! è sempre stato l’uomo l’artefice di tutto!”

Ad oggi, non c’è luogo sul nostro pianeta che non abbia impronta umana. La nostra esistenza è legata indissolubilmente a due forze eterne: la creazione e la distruzione.
Ma per qualche strano scherzo del fato, siamo quasi sempre attratti alla seconda. Distruggere, prevalere sugli altri, annichilire ci affascina ancora oggi in maniera inspiegabile.
Ecco perché ci sono uomini che uccidono, che combattono, che fanno battaglie, che dichiarano guerre.
Ecco perché ancora oggi esiste differenza tra chi si è preso tutto e chi, invece, ha perso tutto.

Ma non vi vedo ancora convinti.
Allora lasciate che vi mostri l’umana follia: vi porto alcuni esempi. L’umanità ha vissuto, solo nel secolo scorso, la violenza delle dittature, gli orrori dei campi di concentramento e ben due conflitti mondiali che hanno generato il maggior numero di vittime della nostra storia.
In paesi come Ucraina, Polonia, Armenia, Ruanda e Namibia si sono verificati alcuni genocidi che hanno quasi spazzato via intere popolazioni. E questi sono gli stessi Paesi in cui ancora oggi si parla di guerra e di violenza aggressiva. Non dimentichiamo inoltre che paesi come Cina, Corea del Nord, Russia, Mali, Ciad, Burchina Faso e potrei citarne altri ma mi fermo qua. Vivono ancora sotto dittatura, una dittatura che opprime la libertà individuale e che decide di censurare tutti quelli che vanno contro lo status quo. E poi non dimentichiamoci l’antichissima arte del traffico di esseri umani in zone come Libia e Venezuela.

Insomma, ormai da più di un secolo viviamo con esseri umani che hanno perso quasi del tutto il senso di umanità, o almeno così pensavo.

È vero, la nostra storia è tinta di rosso sangue ma questo non vuol dire che siano esistiti e che esistano solo guerrafondai o conquistatori.
Infatti, sono esistite ed esistono ancora oggi persone che fanno della pace, della libertà, della felice coesistenza la loro missione.

Allora ecco che alla fine della Seconda Guerra Mondiale i maggiori rappresentanti dei Paesi del mondo si riunirono a Parigi, il 10 dicembre 1948, per stabilire in maniera universale come gli esseri umani per il semplice fatto di nascere possiedono diritti inviolabili: diritto alla vita, diritto alla libertà e diritto alla sicurezza.

Ma ora basta, basta con le informazioni, con le citazioni fittizie e con questo copione. Non è più il tempo di dimostrare quello che abbiamo imparato nelle lezioni di Storia e di Educazione civica.
Il mondo si sta preparando a un nuovo conflitto e quegli stessi Paesi che si erano dichiarati roccaforti della democrazia, oggi si accingono a ripetere, anzi, ad ampliare gli errori del passato.

Ma noi?
Noi non siamo stati e non siamo gruppi paramilitari.
Non siamo nemmeno forze armate!
Noi siamo persone, siamo esseri umani e in quanto tali prima possediamo dei diritti che nessuno può toglierci.
Ma questi diritti – i nostri diritti – possono prevalere solo in un mondo in cui la voce non sia oscurata da un’esplosione o da uno sparo.

Allora mi avvicino a voi, miei carissimi ascoltatori.
Quando si spegnerà tutto, quando questo video finirà, adunatevi per la libertà, marciate imbracciando il dialogo e annunciate al mondo il vostro desiderio di pace.
Andate oltre i confini che ci isolano e andate a scoprire la bellezza della diversità.
Trasformatevi nei nuovi protagonisti della storia e fate sì che quest’ultima sia scritta con l’inchiostro e mai più col sangue.

Abbiate la forza di cambiare le cose, abbiate il coraggio di essere umani.

Sviluppo sostenibile, diritti e pace: la bussola del Rapporto ASviS 2026 in un mondo instabile

Di fronte alla corsa al riarmo, alle crescenti disuguaglianze e alle emergenze climatiche, il nuovo “Rapporto di Primavera” dimostra come l’attuazione dell’Agenda 2030 sia l’unica vera strategia per garantire la giustizia sociale e un futuro stabile


Viviamo in un’epoca segnata da crisi multiple e intrecciate, caratterizzata da conflitti armati, instabilità geopolitiche, disuguaglianze crescenti ed emergenze ambientali che producono effetti diretti sulle nostre società e colpiscono le popolazioni nelle loro vulnerabilità. In questo contesto di profonda incertezza, il nuovo “Rapporto di Primavera 2026: Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) lancia un messaggio inequivocabile: lo sviluppo sostenibile rappresenta l’unica risposta strutturale alle crisi del nostro tempo, compresa la crisi della pace e dei diritti fondamentali.

Multipolarismo senza multilateralismo e spesa militare
Il Rapporto evidenzia come a livello globale si stia conducendo una vera e propria “guerra al futuro”, in un mondo in cui tragicamente “la legge del potere prevale sul potere della legge”. L’aumento dei conflitti e il ricorso alle armi economiche e militari sono accompagnati da continui attacchi alle organizzazioni multilaterali e al diritto internazionale.
Un tema centrale per chi si occupa di educazione alla pace è la denuncia, contenuta nel documento, della corsa al riarmo. Il Rapporto sottolinea come l’aumento globale della spesa militare stia compromettendo gravemente gli investimenti nello sviluppo sostenibile e nella costruzione di una pace durevole, in palese contraddizione con gli impegni assunti a livello internazionale. Anche in Italia, la Legge di Bilancio 2026 ha previsto un aumento significativo delle spese militari: il budget del Ministero della Difesa ha raggiunto i 32,4 miliardi di euro, segnando un +64% rispetto al 2017, con la cifra record di 13,1 miliardi destinati a nuovi sistemi d’arma. A fronte di queste scelte, il Rapporto ASviS esorta l’Italia ad assumere un ruolo più attivo nella promozione della pace, nella prevenzione dei conflitti e nel rispetto del diritto internazionale.

Disuguaglianze e diritti umani: dalle migrazioni alla giustizia sociale “Non c’è pace senza giustizia”. Il testo richiama il Rapporto sulla disuguaglianza globale, avvertendo che un mondo che tollera disuguaglianze sempre più ampie non può sperare di raggiungere una pace duratura o la sostenibilità. La concentrazione di ricchezza e potere alimenta un senso di ingiustizia e frustrazione che mina la coesione democratica.
Sul fronte dei diritti umani, il Rapporto accende un faro sulle politiche migratorie europee e italiane. Le morti in mare e i maltrattamenti alle frontiere minacciano i valori democratici e l’uguaglianza. Viene inoltre ribadita la necessità di applicare rigorosamente la due diligence sui diritti umani negli accordi con Stati terzi, raccomandando ad esempio una moratoria sui rimpatri in Libia finché non saranno garantite adeguate tutele.
All’interno dei confini nazionali, la povertà e l’esclusione sociale restano a livelli allarmanti, coinvolgendo oltre 13 milioni di persone, con un impatto devastante soprattutto su donne, madri sole, stranieri e residenti nel Mezzogiorno.

Nuovo patto tra generazioni e parità di genere
L’educazione ai diritti passa anche attraverso l’eliminazione delle discriminazioni strutturali. Il motto dell’Agenda 2030 è “nessuno sia lasciato indietro”, ma nei fatti sono proprio le donne ad essere sistematicamente lasciate indietro in tante dimensioni dello sviluppo, dal reddito all’occupazione. Il tasso di occupazione femminile italiano (57,4%) resta lontano dagli obiettivi europei, gravato da lavoro povero, part-time involontario e carenza di servizi di cura.
Tuttavia, un passo avanti cruciale per la tutela dei diritti è l’introduzione nell’ordinamento italiano, fortemente sostenuta da ASviS, della Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e della Valutazione di Impatto di Genere (VIGE) per le nuove leggi. Questi strumenti riconoscono che le decisioni pubbliche non sono neutre e obbligano la politica a valutare preventivamente gli effetti delle leggi sulle donne e sulle generazioni future, tutelando i loro diritti prima che vengano compromessi.

Agire ora per il futuro
I dati proiettati al 2030 offrono un “bagno di realtà”: l’Italia rischia di mancare gran parte degli obiettivi quantitativi dell’Agenda 2030, in particolare per quanto riguarda povertà, disuguaglianze, risorse idriche ed ecosistemi.
Per invertire la rotta, serve opporre alla frammentazione attuale una vera e propria cooperazione basata su un “realismo basato sui valori”, ovvero sul rispetto dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della solidarietà. L’educazione alla pace e ai diritti trova nel nuovo Rapporto ASviS non solo una base di dati incontrovertibile, ma uno strumento di advocacy per chiedere alla politica di rimettere al centro l’Agenda 2030, trasformando la sostenibilità e la giustizia nell’unica vera strategia per costruire il futuro.


Vincitori del 54° Concorso Nazionale EIP Italia – MIM

La Commissione di valutazione, indicata dal Comitato paritetico EIP-MIM, ha comunicato l’elenco dei vincitori. La data della Cerimonia di premiazione, che si terrà a Roma, sarà comunicata a breve


Ai sensi del Bando del 54° Concorso Nazionale “Dall’Italia al mondo. L’impegno per i diritti umani come pilastro di pace” anno scolastico 2025-2026, la Commissione di valutazione individuata dal Comitato paritetico EIP-MIM, coordinato dalla Direzione generale per lo studente, l’inclusione, l’orientamento e il contrasto alla dispersione scolastica del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha provveduto ad esaminare i lavori presentati e ha assegnato, per ciascuna sezione, i Premi nazionali previsti.
Inoltre, considerata la qualità delle proposte pervenute, ha scelto di assegnare anche alcuni Premi regionali e Menzioni speciali.

I criteri di valutazione definiti dalla Commissione di valutazione, in coerenza con il Bando, sono i seguenti:
1. Aderenza tra il prodotto/progetto presentato e i requisiti indicati nella specifica sezione del Concorso
2. Realizzazione del prodotto/progetto nell’anno scolastico di riferimento del Bando e conclusione entro la scadenza del Bando.
3. Qualità tecnica del prodotto/progetto realizzato e/o qualità didattica e metodologica del progetto, valutate anche in relazione all’età degli studenti e delle classi partecipanti
4. Originalità e creatività
5. Partecipazione attiva degli studenti e ampiezza del coinvolgimento degli studenti, valorizzando e premiando, tra i lavori prodotti, la partecipazione attiva, operosa, costruttiva e autonoma degli studenti.

Ringraziando tutte le scuole partecipanti, con particolare riferimento agli insegnanti che hanno coordinato i lavori dei propri studenti e ai dirigenti scolastici che ne hanno promosso la partecipazione, EIP Italiainforma che, secondo l’articolo 9 del Bando, “la Cerimonia di premiazione si svolgerà a Roma, in una prestigiosa sede nel periodo ottobre-novembre 2026. La data e il luogo saranno comunicati ai vincitori e pubblicati sui siti web dell’Associazione. Le spese di partecipazione sono a carico dei partecipanti”.
Pertanto, data, luogo, orari e modalità di partecipazione saranno comunicate esclusivamente agli interessati (scuole e docenti referenti) in tempo utile. 

Di seguito è pubblicato l’elenco ufficiale.

Un contributo di Luciano Corradini sull’enciclica Magnifica Humanitas

Un faro nella tempesta. Dal Giornale di Brescia


di Luciano Corradini

Nel 2014 un mio ex studente dell’Iti degli anni ’60 mi scrisse in una lettera: «Sono passati 50 anni, ma non posso dimenticare il tema da me svolto, sull’enciclica Pacem in Terris, di Giovanni XXIII e io la ringrazio di essere stato interprete fedele di quella direzione del vento. Quanti capitani coraggiosi c’erano: La Pira, Kennedy, M. Luther King… Ma noi oggi abbiamo ammainato le vele. La mia barca un poco scricchiola, ma accidenti se si rialzasse un refolo di vento!». Io ho continuato a insegnare nelle Università di Milano, di Roma Tre e a tenere i contatti col Ministero, col Parlamento e a scrivere sull’educazione civica. L’ultimo mio libro è «Incipit vita nova», carteggio d’amore di due liceali negli Anni ’50. Sono d’accordo con l’adolescente che ero allora e cerco di tener vivi i principi, i sentimenti e i propositi che condivido con pensatori importanti, come Edgar Morin, che ci ha lasciati a 104 anni, con Cacciari, che ha ripreso, in un’ampia riflessione, il tema della «paideia» di Platone, rilanciata da noi nel Progetto Giovani 93 e con molti altri «resistenti», anche se i ragazzi di oggi vivono in un contesto assai diverso. Sono d’accordo con quello che ero nel liceo Anni ’50 e nell’Iti Anni ’60. Al mio studente Giancarlo Rossi, che ci ha lasciati, direi che oggi si è alzato qualcosa di più di un «refolo di vento» con la «Magnifica Humanitas» di Leone XIV che affronta con chiarezza ampiezza di vedute ed equilibrio tutti i temi delle encicliche dei suoi predecessori, e della Dottrina sociale della Chiesa, ponendo al centro la grandezza della Persona Umana, davanti alle promesse, i benefici e i gravi rischi che comporta il veloce sviluppo dell’IA e l’impegno richiesto a tutte le fedi, i centri di potere, le istituzioni, i partiti, gli stati. Chiede un’alleanza educativa per l’era digitale e la centralità della scuola. Il 5° e ultimo capitolo è dedicato alla tensione fra la Cultura della potenza e la Civiltà dell’amore: armi e IA, un presunto realismo politico.

Con essa si leva «più di un refolo di vento» per le barche nel mondo

Per costruire la Civiltà dell’amore, non si nascondono le gravi difficoltà, di cui la Chiesa cattolica si fa carico, senza pretese di leadership politica e religiosa, benché fedeltà al Vangelo e ammissione delle infedeltà vissute in duemila anni, forniscono al mondo un faro che orienta nella tempesta. La consegna finale è in questi titoli: Tutti possiamo fare la nostra parte, Disarmare le parole, Costruire la pace nella giustizia, Assumere lo sguardo delle vittime, Coltivare un sano realismo, Rilanciare il dialogo, La necessità della diplomazia e del multilateralismo, Pregare e sperare. In sintesi la «Magnifica Humanitas» è un’ottima piattaforma paideutica per «sortirne insieme». È un repertorio aggiornato di educazione civica.


Ambasciatori di memoria: il viaggio da Bojano a Mauthausen contro l’indifferenza

Il traguardo di un intenso laboratorio didattico durato cinque anni, premiato dal concorso dell’USR Molise, porta gli studenti a confrontarsi con gli orrori del campo austriaco per costruire una solida coscienza civile


Questa occasione importante di viaggio non è nata per caso, ma si inserisce all’interno di un percorso promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale (USR) del Molise e supportato dai fondi del Ministero dell’Istruzione e del Merito per i “viaggi nella memoria”.
A febbraio 2026, l’USR ha indetto un apposito Avviso Pubblico rivolto alle scuole meritevoli del territorio: l’Istituto Omnicomprensivo di Bojano ha partecipato con il progetto intitolato “La Rotta Bojano-Mauthausen: 1255 km di anticorpi contro il memoricidio”, risultando tra i beneficiari delle risorse e aggiudicandosi il Primo premio il 27 marzo 2026.
Come illustrato nell’articolo dedicato sul nostro sito web, l’iniziativa mira a costruire una vera e propria coscienza civile nelle nuove generazioni, formando gli studenti come “ambasciatori” di memoria.

Il viaggio a Mauthausen rappresenta il punto di arrivo di un laboratorio durato ben cinque anni, avviato nell’anno scolastico 2021/2022. In questo lungo arco di tempo, i ragazzi non si sono mai fermati, realizzando oltre 40 lavori di approfondimento sulla Shoah. Tra gli esempi più significativi di questo intenso cantiere di ricerca storica ci sono: lo studio sui “Giusti tra le Nazioni”, come il molisano Osman Carugno e il medico Carlo Angela; l’emozionante corrispondenza via email con Hanna Gofrit, sopravvissuta alla persecuzione nazista; la conoscenza e gli scambi con Edith Bruck; i progetti su Salvo d’Acquisto e le iniziative di cittadinanza attiva nello “Spazio Agorà” per sensibilizzare la comunità di Bojano.
I ragazzi hanno inoltre adottato simbolicamente le vittime tramite l’iniziativa “I Remember Wall” e hanno contribuito attivamente alla deposizione di una targa commemorativa presso l’ex campo di internamento di Bojano, sottraendo all’anonimato un pezzo importante della storia locale.

L’aspetto centrale del progetto è il viaggio di sei giorni destinato a nove studenti e un docente. Il gruppo ha documentato l’esperienza redigendo un “diario di bordo”, simbolo della memoria che viene tramandata e custodita. La meta è il campo di concentramento di Mauthausen, un campo di “terza categoria” tristemente noto per l’annientamento attraverso il lavoro forzato, dove furono deportate circa 190.000 persone.
Gli studenti hanno esplorato i luoghi simbolo di questa tragedia: la cava di granito Wiener Graben, dove i detenuti lavoravano senza misure di sicurezza, e la terrificante “Scala della Morte”, i cui 186 gradini costavano quotidianamente la vita a chi era costretto a trasportare blocchi di pietra pesanti fino a 50 kg sotto le percosse delle SS.
Il percorso ha toccato la “Porta Mongola”, ingresso principale del campo dove i deportati venivano privati di ogni identità per diventare semplici numeri, il Piazzale dell’Appello, teatro di estenuanti conteggi al freddo e sotto la pioggia, e il “Muro del Pianto”, oggi ricoperto da sassi commemorativi estratti dalla stessa cava del campo.
La visita si è inoltrata fino agli orrori più estremi: le baracche prive di igiene, i luoghi degli esperimenti medici, le camere a gas, i forni crematori e il Cimitero delle Ceneri, per concludersi nella toccante “Stanza dei nomi”, un memoriale che rende visibile l’enormità di oltre 82.000 vite spezzate.

Un ringraziamento speciale e le più sentite congratulazioni vanno alla professoressa Italia Martusciello e agli studenti della classe VA ITE: con straordinaria dedizione, passione e sensibilità, hanno saputo trasformare lo studio della storia in un vero baluardo contro l’indifferenza.

Nota: Insieme a questo articolo, vi invitiamo a consultare il file allegato per esplorare in dettaglio tutto il materiale, le immagini e le testimonianze raccolte durante questo eccezionale percorso didattico.

Tutti sotto esame: la Maturità oltre l’illusione dei numeri

Da Romano Guardini a Massimo Recalcati: una rilettura critica dell’Esame di Stato come vertigine della libertà, crisi di passaggio e compito etico per tutte le generazioni.


Oggi si insediano le Commissioni per gli Esami di maturità. Questa occasione, carica di attese istituzionali e di trepidazione giovanile, mi ha fatto ricordare un capolavoro della filosofia dell’educazione come Le età della vita di Romano Guardini. Rileggere questo testo ci offre una prospettiva imprescindibile per sottrarre l’Esame di Stato alla pratica burocrarica e restituirgli il suo peso esistenziale.

Nel suo saggio, Guardini ci insegna che il percorso dell’esistenza umana non è un semplice susseguirsi biologico di anni, ma si articola in fasi tipiche, ciascuna portatrice di una specifica “figura di valore” e di un compito etico ineludibile. Il passaggio da una fase all’altra non è mai un’evoluzione pacifica, ma è innescato da una crisi necessaria per la crescita della persona. In particolare, la fine della giovinezza è caratterizzata dalla cosiddetta “crisi dell’esperienza”.

Se analizziamo l’attuale rito dell’Esame di Stato, notiamo come la normativa scolastica cerchi di istituzionalizzare proprio questa soglia. Il Decreto Legislativo 62/2017 stabilisce infatti che l’esame non debba limitarsi a verificare le conoscenze disciplinari, ma debba valutare “il grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità” in una prospettiva di “sviluppo integrale della persona”.
C’è tuttavia un paradosso di fondo, tipico delle istituzioni: la normativa pretende di misurare questa irriducibile complessità esistenziale ingabbiandola in una griglia quantitativa fatta di crediti scolastici e di un punteggio finale espresso in centesimi.
La “maturazione personale” viene così tradotta in numeri e certificazioni.

In questa frizione tra l’intento formativo e la rigidità burocratica, la prospettiva psicoanalitica di Massimo Recalcati ci svela la verità più intima di questo momento. L’esame di maturità non è l’applicazione di una formula matematica, ma un radicale rito di passaggio che esige una “prova soggettiva”: è il momento in cui lo studente è chiamato a “prendere la parola in prima persona” di fronte all’Altro, rompendo lo specchio delle risposte compiacenti tipiche dell’infanzia. Come fa notare Recalcati, la maturità segna la fine delle certezze protettive del recinto familiare e sancisce l’inizio dell’“instabilità avventurosa del mare”. La vera angoscia non è generata dal volto severo dei commissari, ma dalla scoperta inebriante e spaventosa della propria libertà. L’esame ci espone alla cruda realtà che nessuno può parlare al nostro posto; ci scopriamo, sartrianamente, “soli e senza scuse” di fronte al nostro desiderio.

Tuttavia, fermarsi all’angoscia e alla vertigine della libertà descritta da Recalcati rischierebbe di lasciarci sospesi nel vuoto. È qui che l’approccio etico e pedagogico di Guardini deve tornare con prepotenza per indicarci la via.
Una volta scoperto di essere soli e liberi, che cosa se ne fa il giovane di questa libertà? Per Guardini, il superamento della crisi giovanile impone l’arduo compito di misurarsi con la “straordinaria tenacia dell’essere”, ovvero con la resistenza che la dura realtà oppone ai nostri sogni. L’adolescente, armato di ideali assoluti e della certezza che le proprie idee possano plasmare il mondo, si scontra brutalmente con l’esperienza della quotidianità, con i propri insuccessi e con la complessità delle cose.

Guardini evidenzia due gravissimi pericoli in questo momento di passaggio. Il primo è che il giovane, rifiutando di scendere a compromessi con la realtà, resti bloccato nell’idealismo, diventando un “dottrinario” e un “fanatico” che critica tutto ma si rifugia in un mondo irreale. Il secondo pericolo, diametralmente opposto, è che il giovane si lasci schiacciare dal disincanto e si arrenda a fare “quello che fanno tutti”, rifugiandosi nel comodo conformismo del “si impersonale”.

Il vero approccio alla maturità per Guardini consiste invece nell’acquisire la virtù della pazienza. L’esame (scolastico e della vita) è superato quando il giovane abbandona la rigidità dell’ aut-aut e impara a “distinguere le sfumature, a perdonare, a venire a patti con il possibile”. Il fine ultimo non è accumulare successi o, per dirla con Guardini, “conquistare denaro e potenza”, bensì costruire un carattere stabile e “portare a compimento un’opera ricca di valore e fare di sé un uomo autentico”.
Maturare significa acquisire il “coraggio verso se stessi” e la capacità, tipicamente adulta, di “stare in piedi da soli”, assumendosi le responsabilità del proprio giudizio.

Siamo abituati a concentrare tutta l’attenzione sull’esame dei diciottenni, ma Guardini ci ricorda che la vita intera è una sequenza di esami. L’autore non parla solo della giovinezza: egli estende la sua riflessione a tutte le età della vita, indicando che per ognuna di esse vi è un preciso compito di sviluppo e un dovere etico-pedagogico da assolvere. Ad esempio, l’età adulta porta con sé la “crisi del limite”: l’individuo fa esperienza dell’affievolirsi delle energie e dell’accumularsi dei carichi familiari e lavorativi. Il suo compito etico (“esame”) è mantenere la parola data, dimostrare onore e stabilità senza cedere allo scetticismo. L’uomo maturo o disincantato deve affrontare la noia e la ripetitività (taedium vitae), superando l’esame di continuare a compiere il proprio dovere con fedeltà, scorgendo il valore nel quotidiano. Infine, l’uomo saggio (nella vecchiaia) affronta la “crisi del distacco”: il suo esame consiste nell’accettare l’assottigliarsi del tempo e la fine imminente senza cinismo o disperazione, smettendo di voler dominare attivamente la realtà (“dynamis”) per iniziare, semplicemente, a “irradiare” il senso profondo delle cose.

Se assumiamo questa prospettiva radicale, sorge spontanea una provocazione: in questi giorni di Esami di Stato, chi è davvero sotto esame?

Quale esame stanno affrontando i docenti commissari?
Il loro compito non è solo quello di compilare griglie di valutazione, ma di superare l’esame tipico dell’età adulta e matura: esercitare l’autorità con “discernimento” e “pazienza”. L’esame del docente è resistere al logoramento della burocrazia scolastica e allo “sbiadirsi del senso”, dimostrandosi un adulto capace di uno sguardo profondo, che sa accogliere la fragilità del giovane senza rinunciare alla fermezza etica del giudizio.

Quale esame stanno affrontando i genitori degli studenti?
Guardini ricorda che nell’infanzia i genitori formano un “guscio protettivo”. Ma ora, di fronte alla maturità, il loro esame cambia radicalmente: devono superare la crisi del distacco educativo. Il loro compito etico è avere il coraggio di fare un passo indietro, resistendo alla tentazione infantile di sostituirsi ai figli o di proiettare su di essi le proprie ansie di prestazione.

Quale esame stanno affrontando i politici che fanno le leggi per la scuola?
Il loro esame consiste nel non tradire la “prospettiva di sviluppo integrale della persona” che loro stessi hanno codificato. La prova che devono superare è quella di non cedere al fanatismo dei numeri e dei sistemi astratti, comprendendo che legiferare sull’educazione significa tutelare un mistero in continua evoluzione, non gestire una catena di montaggio.

E quale esame sta affrontando la scuola come sistema?
La scuola è chiamata a dimostrare se è ancora in grado di generare una cultura viva, o se si è arresa a essere un mero “esamificio”. Il suo esame è dimostrare di saper tenere insieme l’incondizionato e il finito: l’ideale della conoscenza umana e la concretezza di un diploma.

Tutto questo ci ricorda che ognuno ha il compito di conoscere e vivere in pieno la propria età della vita, perché, come scrive Guardini, “nessun tempo va sottratto ai propri ritmi” e nessuna età esiste solo in funzione delle altre.

Ecco allora l’invito che vorrei rivolgere a tutti i protagonisti di questi giorni: possiamo cogliere il senso di questa prova al di là dei numeri.

Agli studenti auguro di non ridurre il proprio valore a un voto in centesimi. Usate la sana angoscia di questo momento per prendere la parola in prima persona, come ricorda Recalcati, e abbiate il coraggio di costruire il vostro carattere saldamente, come insegna Guardini.

Alle famiglie, ai docenti e alle istituzioni chiedo di riconoscere che siamo tutti, inevitabilmente, sotto esame.

Ognuno viva con dignità e consapevolezza la “figura di valore” della propria stagione di vita, affinché i ragazzi, guardando gli adulti che hanno di fronte, possano trovare non solo dei giudici che assegnano un voto, ma testimoni autentici di cosa significhi “stare in piedi da soli”.

Francesco Rovida
dirigente scolastico
coordinatore della formazione EIP Italia

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU inaugura la sua 62ª sessione a Ginevra

Dal 15 giugno al 7 luglio 2026, il Palazzo delle Nazioni ospita i lavori presieduti dall’Ambasciatore indonesiano Sidharto Reza Suryodipuro, con un’agenda fitta di temi cruciali: dai diritti delle donne alle indagini sulle crisi internazionali.


Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si prepara ad aprire la sua sessantaduesima sessione regolare, che si svolgerà dal 15 giugno al 7 luglio 2026 presso il Palazzo delle Nazioni a Ginevra. I lavori hanno preso ufficialmente il via lunedì 15 giugno alle ore 10:00, sotto la guida del nuovo Presidente di sessione, l’Ambasciatore Sidharto Reza Suryodipuro, Rappresentante Permanente dell’Indonesia.

L’inaugurazione è stata segnata dall’atteso intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, il quale ha presentato il suo rapporto annuale per fare il punto sullo stato globale delle libertà fondamentali.

Il rapporto traccia il ritratto di un mondo diviso tra importanti progressi e drammatiche regressioni. Di fronte a un attacco senza precedenti al diritto internazionale, le crisi globali e i conflitti in corso — da Gaza all’Ucraina, fino al Sudan e al Libano — stanno causando sofferenze incalcolabili. A questo si aggiunge un “manuale autoritario” sempre più diffuso, che si manifesta attraverso la repressione di attivisti, l’aumento della censura e politiche discriminatorie.
All’interno di questo scenario complesso, l’impatto sulle infrastrutture scolastiche, sugli studenti e sul diritto all’educazione rappresenta uno dei segnali d’allarme più urgenti.

In diverse zone di guerra, infatti, le strutture educative vengono distrutte o coinvolte negli scontri. Nel contesto delle tensioni che hanno coinvolto l’Iran, gli attacchi hanno portato alla devastazione di ospedali e scuole, portando alla richiesta di rendere pubblici i risultati delle indagini sul terribile attacco alla scuola di Minab.
In Nigeria, la sicurezza del sistema scolastico è gravemente compromessa dai ripetuti rapimenti di scolari e insegnanti, un fenomeno allarmante che richiede indagini rapide e indipendenti.
Le politiche statali possono trasformare l’educazione in uno strumento di restrizione delle libertà. In Cina, le nuove leggi sull’unità etnica rischiano di aggravare profondamente le restrizioni in materia di libertà di istruzione, lingua e cultura per le minoranze residenti in Xinjiang, Mongolia Interna e Tibet.
Il diritto allo sviluppo sereno dei più giovani è minacciato da legislazioni regressive, come la nuova legge in Afghanistan che di fatto legittima i matrimoni precoci, aggravando l’agonia di donne e bambine. Allo stesso tempo, emergono nuove sfide nel mondo digitale, dove si rende necessaria la protezione dei bambini online attraverso restrizioni sui social media che siano però saldamente fondate sui diritti umani, un ambito per cui sono state sviluppate nuove linee guida sull’intelligenza artificiale e i diritti dei minori.

Nonostante queste gravi criticità, il rapporto evidenzia che l’educazione è anche la via principale per la guarigione e lo sviluppo sociale. Le Nazioni Unite sottolineano l’urgente necessità per i governi di investire nell’educazione, nella sanità e nel lavoro, al fine di combattere alla radice problemi sistemici come la corruzione e la violenza. Modelli virtuosi in questo senso esistono: nella Repubblica di Corea, ad esempio, città come Gwangju stanno concretamente migliorando la vita dei cittadini promuovendo politiche eque proprio in ambito educativo, oltre che nei trasporti e nella sanità.

La conclusione che emerge dal quadro internazionale è chiara: per prevenire i conflitti e disinnescare la disillusione delle nuove generazioni, è necessario abbandonare le “economie di guerra” per costruire “economie dei diritti umani”. Investire nella scuola e garantire l’accesso a un’educazione libera e sicura rimane il passo fondamentale per trasformare i diritti umani nella scala verso una vita migliore.

Durante le tre settimane di lavori, i 47 Stati membri del Consiglio, tra cui l’Italia, affronteranno alcune delle questioni umanitarie più urgenti del panorama internazionale. L’Alto Commissario presenterà aggiornamenti specifici e guiderà i dialoghi interattivi su diversi fronti critici, inclusa un’analisi delle tensioni in Medio Oriente legate agli attacchi dell’Iran contro Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania.

L’agenda prevede inoltre un’intensa serie di “dialoghi interattivi rafforzati” e indagini mirate su contesti nazionali ad alto rischio, tra cui:
Sudan ed Eritrea: confronti con la Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti per il Sudan e con il Relatore Speciale sulla situazione eritrea.
Corea del Nord: aggiornamenti da parte della Commissione d’Inchiesta sulle violazioni sistematiche nel Paese.
Mine antiuomo: una discussione dedicata per valutare l’impatto umanitario di questi ordigni e le relative violazioni del diritto internazionale.

Oltre alle emergenze geopolitiche, un ruolo centrale in questa 62ª sessione sarà ricoperto dai dibattiti tematici. Il Consiglio ospiterà diverse tavole rotonde (panel discussions) volte a esplorare l’intersezione tra diritti umani e sfide sociali contemporanee.

Un panel esplorerà le vie percorribili per incrementare i finanziamenti climatici, affrontando in modo diretto l’impatto negativo dei cambiamenti climatici sulla piena realizzazione dei diritti umani per tutte le popolazioni.
Saranno dedicate sessioni specifiche all’emancipazione di donne e ragazze attraverso lo sport, oltre a dibattiti profondi sulla lotta alla violenza domestica e, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia, il Consiglio discuterà del diritto al lavoro delle donne e della loro equa rappresentanza nei processi decisionali a livello globale.
Infine, una discussione tematica biennale si concentrerà sulla cooperazione tecnica e sul capacity-building: l’obiettivo è supportare gli Stati nel garantire a tutti i cittadini il raggiungimento del massimo standard possibile di salute fisica e mentale.

Attraverso queste fitte settimane di risoluzioni, dibattiti e relazioni di esperti indipendenti, il Consiglio mira a mantenere alta la pressione della comunità internazionale sulle violazioni in corso, cercando al contempo soluzioni strutturali per la tutela dei diritti umani universali.


Qui è possibile scaricare i materiali
in continuo aggiornamento
della 62° sessione:
https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/regular-sessions/session62/regular-session

Sicurezza democratica e diritti: la risposta europea alle crisi globali

Perché investire nella scuola, nell’alfabetizzazione civile e nella pace sociale è l’unico antidoto alla regressione democratica e alle narrative d’odio


The New Democratic Pact for Europe in Times of Ruptureè il titolo del rapporto 2026 redatto dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset. Concepito per presentare un processo politico e strategico volto ad affrontare la regressione democratica e a rinnovare la governance in un’epoca continentale e globale definita “di rottura”, si presenta come tentativo di rispondere alle molteplici crisi contemporanee, dall’impatto prolungato della guerra in Ucraina alle tensioni economiche, fino alle sfide poste dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale, che rischiano di distorcere il dibattito pubblico.

Lo scopo centrale viene esplicitato direttamente nel testo, dove si afferma che “l’ambizione del Nuovo Patto Democratico per l’Europa è ricostruire la fiducia nelle istituzioni e rafforzare la resilienza democratica in un’epoca di crisi permanente”.
Interessante risulta la definizione di “sicurezza democratica”, sottolineando che l’Europa non deve scegliere tra sicurezza e democrazia, ma deve riconoscere che il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto è il miglior baluardo contro le minacce contemporanee.

All’interno di questo quadro di sicurezza democratica, il ruolo della scuola assume un’importanza strategica fondamentale. Il rapporto inquadra l’istruzione scolastica come la principale linea di difesa contro la manipolazione delle informazioni, partendo dal presupposto che “oggi la sfida non è trovare informazioni. È sapere a cosa credere”.
La scuola ha il compito di promuovere un’alfabetizzazione mediatica e digitale che non si limiti a singole iniziative, ma che si integri in modo sistemico nei curricula e nella formazione degli insegnanti.
L’istituzione scolastica deve sviluppare il pensiero critico e il giudizio etico degli studenti, utilizzando strumenti come il “Toolkit per una cultura scolastica democratica e inclusiva” per garantire approcci basati sull’evidenza e sul pluralismo. Come ricorda il rapporto, “l’educazione contrasta le bugie e l’odio su cui prospera la disinformazione”, trasformando le aule in spazi in cui si costruisce la fiducia e si impara a partecipare responsabilmente alla vita civica.

Strettamente connesso al ruolo della scuola vi è quello dell’educazione ai diritti umani, che il rapporto descrive come vera e propria “competenza democratica”.
L’obiettivo dell’educazione ai diritti umani è fornire ai giovani le conoscenze degli standard internazionali per permettere loro di partecipare attivamente e, soprattutto, di identificare e respingere ogni forma di discriminazione, sia essa offline o negli spazi digitali.
Questo approccio pedagogico mira ad attrezzare le nuove generazioni per riconoscere e resistere al razzismo, al sessismo, all’antiziganismo e alle narrative contro le persone LGBTI.
Attraverso documenti di riferimento come la Carta sull’educazione alla cittadinanza democratica e all’educazione ai diritti umani, questa forma di istruzione non si limita a trasmettere concetti giuridici astratti, ma traduce i principi di uguaglianza in pratiche vissute, permettendo ai cittadini di trasferire tali competenze all’interno delle proprie comunità.

Infine, il documento affronta il tema dell’educazione alla pace, declinandolo soprattutto come educazione alla coesistenza pacifica e al contrasto della polarizzazione interna.
Il Segretario Generale lancia un chiaro monito: “quando la forza inizia a sostituire il diritto tra gli Stati, la stessa logica si fa strada nelle nostre democrazie, indebolendo lo stato di diritto dall’interno”. Per arginare questa tendenza, educare alla pace significa costruire resilienza sociale e promuovere il dialogo interculturale, smontando le narrative d’odio che cercano capri espiatori nei gruppi minoritari o vulnerabili.

Iniziative specifiche del Consiglio d’Europa, come il programma “Gioventù per la Democrazia”, forniscono educazione civica e spazi di aggregazione che affrontano esplicitamente i temi della polarizzazione e della convivenza pacifica.
L’educazione alla pace si realizza quindi garantendo un’inclusione reale e assicurandosi che ogni individuo, a prescindere dal proprio background, si senta sicuro e in grado di partecipare alla società, poiché l’esclusione sociale e la disuguaglianza alimentano il risentimento e la radicalizzazione.