Il 5 giugno l’inaugurazione di Largo Eugenia Bruzzi Tantucci e Vittorio Tantucci
Fregene si prepara a celebrare due figure di spicco della cultura italiana, il cui lascito intellettuale e morale ha segnato profondamente la scuola del nostro Paese e la difesa dei beni culturali e ambientali. Venerdì 5 giugno 2026, alle ore 10.30, si terrà la cerimonia ufficiale di intitolazione di “Largo Eugenia Bruzzi Tantucci e Vittorio Tantucci”, alla presenza del Sindaco Mario Baccini, dell’Assessore ai lavori Pubblici Giovanna Onorati, di Giovanni Di Michele gia’ Direttore delle Comunicazioni sociali della Diocesi di Porto-Santa Rufina che ha conosciuto i coniugi Tantucci, e la partecipazione di una rappresentanza di cittadini, docenti e studenti degli istituti scolastici del territorio. Andrea Rinelli responsabile dell’ Oasi di Macchia Grande gestita dal WWF ricorderà il grande Fulco Pratesi fondatore del WWF Italia e amico di Eugenia Tantucci.
Lo svelamento della targa avverrà in un luogo altamente simbolico: lo spazio antistante l’ingresso dell’Oasi WWF di Macchiagrande a Fregene, situato all’incrocio tra Via della Veneziana e Via Castellammare.
La data scelta per la cerimonia, fortemente voluta e promossa dall’Associazione EIP Italia Scuola strumento di pace ETS (guidata dalla Preside Prof.ssa Anna Paola Tantucci), non è affatto casuale: il 5 giugno coincide infatti con la Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita dall’ONU nel 1972 e rappresenta un omaggio diretto all’impegno civico della Prof.ssa Eugenia Bruzzi Tantucci. Scrittrice, docente e preside, negli anni Ottanta si batté tenacemente insieme all’Associazione Italia Nostra, supportata da intellettuali come Antonio Cederna, Paolo e Alessandra Baffi, per salvare l’area di “Macchia Grande” dalla speculazione edilizia, contribuendo in modo decisivo a renderla l’oasi protetta del WWF che ammiriamo oggi. Partecipò nel 1975 alla fondazione del Ministero dei Beni Culturali, per il quale ideò la “Settimana dei Beni Culturali”, che continua tuttora con grande successo e che nel 2004 le è valsa la stella d’argento del Presidente della Repubblica come benemerita della cultura, della scuola e dell’arte. Come segretaria nazionale dell’Unione Lettori Italiani, ha portato avanti l’impegno per la diffusione della lettura nella scuola e per gli adulti, anche con il Concorso “Un autore per la scuola, un libro per domani”, in cui gli studenti svolgevano il ruolo di giurati e sceglievano il poeta vincitore. Fu anche un’apprezzata traduttrice: la sua delicata versione de Il piccolo principe (1964) ha ottenuto riconoscimenti a livello internazionale.
Accanto a lei, nella vita e nel lavoro, vi è stato il Prof. Vittorio Tantucci, illustre latinista, cui intere generazioni di studenti devono il proprio percorso di formazione classica. Come noto, infatti, si tratta dell’autore della celebre Sintassi latina, pubblicata per la prima volta nel 1944 ed espressamente dedicata alla moglie e collaboratrice Eugenia. L’opera si è imposta rapidamente non solo in Italia ma anche all’estero, distinguendosi per il rigoroso approccio scientifico e l’insuperabile chiarezza espositiva. Con commozione ricordo di avere studiato anch’io negli anni del mio liceo con la sintassi del Prof. Tantucci.
Il 17 novembre 1962 a Roma la morte lo strappa, a soli 47 anni, agli studi e all’affetto dei suoi cari. Fra i numerosi riconoscimenti post mortem ha ricevuto la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per i benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte, conferitagli dal Presidente Giuseppe Saragat.
L’attualità del suo metodo è confermata dalle costanti riedizioni dei suoi lavori, con titoli evocativi per molti: Nova Maia, Aurea Roma, Urbis et orbis lingua e il recentissimo Nomina rerum uscito nel 2026.
I coniugi Tantucci hanno coltivato un profondo legame con il territorio di Fiumicino nel corso degli anni, luogo di elezione per la propria vita, tanto da scegliere il Cimitero di Maccarese, dove si trova la cappella di famiglia, come luogo in cui riposare.
Come ricordano i promotori, l’eredità di Vittorio ed Eugenia testimonia uno “straordinario connubio tra natura e cultura”. Questa intitolazione, promossa dalla Giunta del Comune di Fiumicino non è dunque un tributo formale, ma un’occasione di autentico nutrimento per lo spirito cittadino e un atto di memoria collettiva, affinché l’impegno di questi due pionieri dell’educazione e dell’ambiente continui ad ispirare le nuove generazioni.
La forza della minoranza: come 21 donne cambiarono i diritti degli italiani
Il 2 giugno 1946 rappresenta una data spartiacque nella storia italiana: per la prima volta a livello nazionale, le donne esercitano il suffragio universale attivo e passivo, partecipando al referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. In questo contesto di profondo rinnovamento, vengono elette 21 donne su un totale di 556 deputati (pari al 3,8%). Nonostante la netta minoranza numerica e le differenti appartenenze politiche — principalmente democristiane, comuniste e socialiste —, le “Madri Costituenti” riescono a fare fronte comune nella difesa dei diritti fondamentali. Il loro contributo è stato decisivo per l’inserimento di principi cardine nella Carta costituzionale, ad esempio: Uguaglianza formale e sostanziale (Art. 3): determinante l’apporto di Lina Merlin e di Teresa Mattei; quest’ultima volle fortemente l’espressione “di fatto” per impegnare la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali. Uguaglianza nel matrimonio (Art. 29): affermazione della parità morale e giuridica dei coniugi, superando la concezione patriarcale della famiglia. Tutela del lavoro (Art. 37): battaglia per la parità salariale e la tutela della maternità. Accesso alla Magistratura (Art. 51): scontro epico, guidato tra le altre da Maria Federici, per garantire l’accesso delle donne a tutte le cariche pubbliche e alle carriere giudiziarie.
Dunque, il 2 giugno non è stato solo la nascita della Repubblica, ma l’inizio di una cittadinanza piena per le donne, le quali, attraverso le 21 Costituenti, hanno saputo tradurre le speranze della Resistenza e dell’antifascismo in norme giuridiche avanguardistiche, ponendo le basi per l’evoluzione dei diritti civili e sociali in Italia.
Il 24 maggio si sono celebrati 54 anni di storia dell’Associazione EIP Italia
La storia delle origini dell’Associazione internazionale École Instrument de Paix (EIP) è un lungo cammino che si sviluppa a partire da una motivazione pragmatica del suo fondatore, Jacques Mühlethaler, e culmina nella creazione di un’Organizzazione Non Governativa riconosciuta a livello internazionale. Era inizialmente un libraio, un grande distributore di editori e anche un piccolo editore. Nel periodo della “guerra fredda”, decise di aprire un nuovo dipartimento dedicato ai libri di testo, pensando che questi si sarebbero venduti anche in caso di conflitto. Il primo passo fu un’analisi dei libri che distribuiva: testi di letteratura, grammatica, geografia e matematica. Tale analisi lo condusse a constatare che, specialmente nell’insegnamento della storia nei testi francofoni, nessun libro era obiettivo e tutti si contraddicevano. Si rese conto che nei paesi autoritari, i libri di testo sono “fabbriche per creare soldati, nemici, settari, fanatici e assassini”. Nonostante questa osservazione, egli continuò a vendere i libri finché gli affari andavano bene. Il vero punto di svolta arrivò nel 1958, quando perse il suo secondo fratello, chirurgo e suo migliore amico, ucciso in circostanze drammatiche nella guerra d’Algeria. Mühlethaler pianse quotidianamente per la “vergogna della guerra”, ma presto si rese conto che piangere era privo di significato attivo e non avrebbe contribuito alla pace. Capì che coloro che avevano combattuto credevano nella loro storia e nei loro insegnanti, anteponendo il dovere al diritto. Per ottenere un cambiamento, quindi, non ci si poteva limitare a piangere i morti, ma occorreva ma mobilitarsi per una azione per la pace “per mezzo della scuola”. Secondo la sua visione, la pace è “vivere insieme nella più grande tranquillità”, attraverso la tolleranza, atteggiamento che esige una “grandissima umiltà” attraverso “l’oblio di me per comprendere l’altro”; e attraverso il rispetto e la difesa della vita dell’uomo, indipendentemente dalla sua condizione. L’elaborazione pedagogica di queste intuizioni, i viaggi che gli valsero l’appellativo di “Jacques La Paix” (Mühlethaler, 1962; 1964) e il contributo di Jean Piaget, attivo in quel periodo a Ginevra (Piaget, 1934) portano nel 1968 alla definizione dei “Principi Universali di Educazione Civica” che si aprono con l’affermazione di una scuola al servizio dell’umanità (Tantucci, Rovida, 2023):
I. L’École est au service de l’humanité II. L’École ouvre à tous les enfants du monde le chemin de la compréhension mutuelle III. L’École apprend le respect de la vie et des êtres humains IV. L’École enseigne la tolérance, cette attitude qui permet d’accepter chez les autres des sentiments, des manières de penser et d’agir différents des nôtres V. L’École développe chez l’enfant le sens de la responsabilité, l’un des plus grands privilèges de l’être humain VI. L’École apprend à l’enfant à vaincre son égoïsme. Elle lui fait comprendre que l’humanité ne peut progresser que par des efforts personnels et l’active collaboration de tous.
Sul finire degli anni ‘60 prende corpo l’attività associativa a livello internazionale (EIP, 1994). Viene messa in circolazione una piccola brochure trimestrale, la rivista “École et Paix”, destinata ai membri e agli insegnanti. Nel 1968 viene istituita una rete di corrispondenza scolastica, che dà vita al progetto del “Quaderno dell’Amicizia”, con l’obiettivo di promuovere la fraternità tra i bambini, facendo sì che il donatore inserisse il proprio nome e un piccolo messaggio, mettendo in moto la scuola “al servizio dell’umanità”. Nel 1978 viene promossa la traduzione e pubblicazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e la prima traduzione e pubblicazione in braille. Nel 1979 viene organizzato il primo Congresso internazionale a Roubaix sui mezzi didattici per l’insegnamento dei diritti umani a scuola e viene istituito il “Centre International de Formation pour l’Enseignement des Droits de l’Homme et de la Paix”, un centro pionieristico nel campo con lo scopo di formare gli insegnanti, avvalendosi di specialisti del diritto e della psicopedagogia. Nel corso degli anni EIP, a livello internazionale, ha ottenuto un riconoscimento significativo, anche grazie ad attività consultive presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), l’UNESCO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e il Consiglio d’Europa. Negli anni ‘80 l’azione di EIP ha ricevuto alcuni significativi premi. Nel 1981 ha ricevuto una Menzione d’onore nell’ambito del “Prix UNESCO de l’enseignement des droits de l’homme” come riconoscimento per il contributo esemplare apportato allo sviluppo dell’insegnamento dei diritti umani. Nel 1982 è stata insignita da UNESCO del “Premio Comenius” per il contributo pedagogico (“pro doctrina paedagogica amplissime augenda necnon promovenda”). Nel 1988 ha ricevuto il Premio “Messaggero della pace” da Javier Pérez de Cuéllar, Segretario generale delle Nazioni Unite.
La sezione italiana viene fondata nel 1972 a Roma su iniziativa di un gruppo di persone impegnate in ambito educativo, tra cui Guido Graziani e Marisa Romano Losi, con il contributo di figure di spicco del pacifismo italiano come Aldo Capitini e Padre Ernesto Balducci. Obiettivo principale è promuovere, attraverso la scuola, un insegnamento al servizio della pace mondiale, con la promozione di diverse attività. Tra le altre emergono, in particolare, la formazione alla educazione civico-politica dei giovani (Augenti, 2020), la promozione della cittadinanza europea, attraverso la dimensione ludica e la scoperta delle radici comuni delle culture e delle storie (Cecinelli, Tantucci, 2000) e l’educazione alla pace (Carretta, Lembo, 2005). Fin dall’inizio la metodologia di EIP Italia è stata caratterizzata dalla promozione di un Concorso per le scuole italiane di ogni ordine e grado chiamate a proporre attività didattiche e progetti legati ad uno specifico tema annuale. Dal 2008 è attivo un Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito rinnovato ogni tre anni, che prevede tra le azioni promosse in collaborazione anche la valorizzazione delle progettualità delle istituzioni scolastiche, innovative e sperimentali, sui temi dell’EC attraverso concorsi, eventi e giornate dedicate e, in modo specifico, “favorire l’implementazione di strumenti volti ad attuare aspetti specifici relativi ai diversi nuclei tematici dell’Insegnamento trasversale di educazione civica (Albo delle buone pratiche, Concorso nazionale per la valorizzazione delle migliori esperienze)” (Protocollo d’intesa, 2024). Percorrendo in modo sistematico i titoli delle ultime trentacinque edizioni del Concorso, è possibile evidenziare una forte e coerente focalizzazione su alcuni grandi temi educativi e civici, che possono essere raggruppati in alcune macro-categorie: Pace: è il filo conduttore più evidente e frequente, in linea con la missione di EIP Italia. Tra gli altri titoli: “La pace nel progetto educativo…” (1992), “La sfida della pace tra cambiamenti e conflitti…” (2000), “Globalizzare la P@ce…” (2001), “Dai diari di Guerra alle pagine di pace…” (2015), “Pace, Giustizia e Istituzioni solide” (2023), “Fidati della pace” (2025). Diritti Umani: “L’educazione ai diritti umani” (1996, 1999), “Passato, presente e futuro dei Diritti Umani” (1998), “70 anni di diritti umani e di democrazia costituzionale” (2018). Costituzione e valori civici: “Società civile e cittadinanza per il rispetto della persona” (2005), “Gioielli d’Italia: la Costituzione come mappa del tesoro” (2009), “La Tavola periodica della Costituzione” (2021). Sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente: “La pace nell’ecosistema planetario” (1991), “L’educazione alla democrazia nel rispetto della persona umana e dell’ambiente” (1994), “L’acqua bene comune dell’umanità” (2003) Europa e cittadinanza multiculturale: “La scuola in una società multiculturale” (1996), “L’Europa compie 50 anni…” (2007), “Rifondiamo i valori per un’Europa del futuro” (2014), “Aiutiamo l’Europa a ritrovare la bussola per una fraternità di tutti i colori” (2017). I temi dei Concorsi Nazionali di EIP Italia si pongono in perfetta sintonia e spesso anticipano i contenuti dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” (Legge 169/2008), alla cui elaborazione ha contribuito con il lavoro di due rappresentanti, Anna Paola Tantucci e Ottavio Fattorini, designati tra i membri della Commissione presieduta dal Prof. Luciano Corradini (2009), con cui nel tempo l’Associazione EIP ha portato avanti diverse collaborazioni. Analoghe osservazioni possono essere riferito all’Insegnamento di EC (Legge 92/2019), con proposte su tematiche quali la Costituzione, i Diritti umani, i valori civici, la pace, la solidarietà, la salute e l’ambiente, ipotizzando attività che, per loro natura, richiedono una visione interdisciplinare. A partire dalla 51esima edizione nell’anno scolastico 2022-2023, nel contesto del medesimo Concorso nazionale è stato inserito Premio speciale per le “Migliori esperienze di Educazione civica”, secondo lo spirito dell’articolo 10 della Legge 92/2019 assegnato a progetti particolarmente rilevanti per la definizione del curricolo di Istituto di EC. Ne emerge il quadro di una sorta di laboratorio di buone pratiche “ante litteram”, potenziale fonte storica per l’evoluzione dell’EC nella scuola italiana, che, per oltre trent’anni, ha coltivato gli stessi obiettivi e contenuti che la Normativa italiana più recente ha reso istituzionali nell’ambito dell’Insegnamento di EC.
Il 29 maggio 2025 l’Aula Magna dell’Università LUMSA sarà sede della premiazione della IV edizione di “Ut pictura poësis”, certamen ποιητικόν a squadre istituito dal Liceo “Goffredo Mameli” – Istituto di Istruzione Superiore “Tommaso Salvini” di Roma per fare scoprire agli studenti italiani e europei le lingue classiche antiche (latino e greco), dimostrando come esse siano tuttora ‘moderne’, in quanto capaci di veicolare contenuti anche di attualità grazie all’utilizzo inclusivo di altre forme dell’ingegno (poesia, disegni, immagini e brevi testi di riflessione) elaborate dal lavoro di gruppo.
La cerimonia di premiazione inizierà alle ore 9.30 con i saluti di Francesco Bonini, rettore dell’Università LUMSA, di Patrizia Bertini Malgarini, direttore del CLIC, Università LUMSA e di Paolo Pedullà, dirigente scolastico dell’I.I.S. “Tommaso Salvini” di Roma.
Seguiranno due momenti per alcuni interventi. Una prima sessione con interventi di Emanuela Andreoni Fontecedro, professore senior, Università di Roma Tre, già ordinario di Letteratura latina (Alle radici dell’Occidente: il ‘De re publica’ di Cicerone) e Anna Paola Tantucci, presidente École Instrument de Paix E.I.P. Italia (Fluctuat nec mergitur. Navigare nel caos con la bussola dei Classici).
Le attività continueranno con una seconda sessione che vedrà l’intervento di Roberta Caradonna, docente del Liceo Ginnasio Statale “Goffredo Mameli – IIS Tommaso Salvini” – Il Certamen “Ut pictura poësis”, una competizione per crescere: giovani talenti alla scoperta del Latino, insieme a una serie di collegamenti con le scuole dei Paesi Ue aderenti al Certamen. Concluderà il programma l’articolata cerimonia di premiazione.
Il Certamen “Ut pictura poësis” (la poesia è come un dipinto), realizzato con i patrocini di E.I.P. Italia Scuola Strumento di Pace e della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, prevede una prova a squadre articolata in due sezioni di concorso, una per studenti di primo anno dei licei classici, una per studenti di primo anno dei licei scientifici, linguistici e delle scienze umane, ambedue incentrate sulla traduzione di una frase latina (o anche greca, per i licei classici) da illustrare nel suo significato mediante disegni, brevi testi di riflessione o una poesia sul tema scelto. Per ciascuna sezione saranno premiate le squadre classificate al primo e al secondo posto a giudizio della Commissione del Certamen.
Qualche appunto di riflessione tra pedagogia e diritto
Il momento della valutazione finale rappresenta uno dei crocevia più complessi della vita scolastica, un ambito in cui si genera spesso una forte tensione tra le intenzioni formative e le incombenze burocratiche. Dal punto di vista pedagogico, l’atto valutativo non è un evento isolato, ma l’apice di un processo continuo che accompagna l’alunno, finalizzato a raccogliere dati e restituire un valore in base a criteri precisi. La sua anima didattica si esprime nella necessità di comprendere i bisogni dello studente, fornire riscontri tempestivi in itinere e tracciare un bilancio conclusivo che favorisca l’autovalutazione e il successo formativo.
Tuttavia, quando giunge il momento dello scrutinio, la valutazione svela la sua natura profondamente amministrativa. Quello che durante l’anno era un atto prevalentemente individuale del docente, diviene un procedimento collegiale formale che incide sullo stato giuridico del cittadino-studente. Essendo un atto della Pubblica Amministrazione regolato dalla Legge 241/1990, lo scrutinio deve sottostare a principi inderogabili di trasparenza, imparzialità e logicità, pena l’impugnabilità del provvedimento davanti a un giudice. Trovare un equilibrio tra la ricchezza della relazione educativa e il rigore del diritto è essenziale per evitare che la valutazione si svuoti del suo significato e diventi un mero esercizio di potere.
Proprio in questa complessa intersezione tra aule e codici normativi, prosperano spesso consuetudini che, sedimentandosi nel tempo, vengono scambiate per verità assolute. Questi “miti”, privi di reale fondamento legislativo, rischiano di inquinare la finalità educativa della scuola e di generare discussioni poco fruttuose.
Il paradosso della proprietà del voto e del “voto di consiglio” Nelle sale professori vige talvolta la convinzione che la valutazione di una specifica disciplina sia un dominio intoccabile del singolo insegnante. Al contrario, la norma (da oltre 100 anni…) definisce in modo chiaro che il docente avanza una proposta iniziale, corredata da motivazione. L’unico vero titolare dell’atto valutativo finale è il Consiglio di classe, che opera in veste di organo collegiale perfetto. Di conseguenza, la distinzione verbale tra i voti del docente e i fantomatici “voti di consiglio” è un’invenzione: ogni singola deliberazione è assunta collettivamente, se necessario ricorrendo al principio di maggioranza, senza che vi sia spazio per veti incrociati basati sull’esclusività disciplinare.
L’illusione del calcolo matematico Un’altra radicata credenza è l’idea che il giudizio finale nelle singole discipline debba scaturire ineluttabilmente da un rigido automatismo algebrico. Fatta salva qualche specifica eccezione normativa riferita in ogni caso alla valutazione complessiva di tutte le materie, non vi è alcun obbligo giuridico che imponga l’uso della media aritmetica per ricavare la valutazione finale. Affidarsi ciecamente a una calcolatrice tradisce non solo l’approccio docimologico che richiede un’analisi globale del percorso di maturazione, ma espone anche il documento a vizi di legittimità, mancando di quel ragionamento logico e motivato richiesto a ogni atto amministrativo.
Il fraintendimento della libertà d’insegnamento Spesso il principio costituzionale della libertà di insegnamento viene sollevato come uno scudo per difendere pratiche valutative autoreferenziali. In realtà, l’autonomia del singolo deve sempre agire nel perimetro tracciato collegialmente e cristallizzato nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF). Adottare criteri oscuri o operare disparità di trattamento tramuta questa preziosa libertà in un abuso, configurando difetti di motivazione e vizi di eccesso di potere.
L’oggettività soggettiva e il peso delle aspettative Molti docenti ritengono di poter essere valutatori asettici e che i numeri assegnati misurino prestazioni assolute. La letteratura sociologica e docimologica dimostra l’opposto: il voto è vulnerabile a innumerevoli distorsioni soggettive (come l’effetto alone) e subisce l’influenza del “curriculum implicito”. Le basse aspettative dell’insegnante finiscono spesso per concretizzarsi in risultati scadenti dell’alunno, innescando la nota profezia che si auto-avvera. Per arginare questi rischi, la norma non invoca il buon senso, ma impone la costruzione e l’uso rigoroso di rubriche valutative condivise, ribadendo che l’obiettivo dell’osservazione scolastica non è mai punitivo, bensì orientato allo sviluppo identitario.
La tirannia del numero per la valutazione in itinere e il mistero delle prove Tra gli abbagli più comuni figura l’obbligo presunto di dover tradurre ogni singola verifica quotidiana in un numero in decimi, una prassi che non è prescritta da alcuna norma, la quale riserva i decimi e i giudizi sintetici solo agli scrutini. Giudicare quotidianamente tramite numeri non corrisponde pienamente al significato della valutazione formativa, che dovrebbe invece basarsi su feedback continui e sull’elaborazione dell’errore. Allo stesso modo, nascondere per lungo tempo l’esito delle verifiche ostacola l’autovalutazione dello studente e lede palesemente il diritto alla trasparenza sancito dallo Statuto delle studentesse e degli studenti.
Le “bocciature concordate” alla primaria Esiste, infine, la credenza che nella scuola primaria si possa concordare la non ammissione alla classe successiva come logica conseguenza di un mancato raggiungimento degli obiettivi, magari appoggiandosi all’avallo della famiglia. Il legislatore stabilisce invece che il passaggio all’anno successivo deve avvenire anche di fronte a carenze o acquisizioni limitate. La non ammissione in questo grado di istruzione costituisce un’eventualità del tutto eccezionale, che necessita di un voto unanime del team docenti e di una motivazione solidamente ancorata al solo interesse dello sviluppo dell’alunno, rendendo del tutto inefficaci eventuali intese preventive o pressioni esterne.
Francesco Rovida coordinatore della formazione EIP Italia
Grande successo per la XIV edizione del Certamen “Amice, latine discere”
Si è svolta mercoledì 20 maggio, presso l’Auditorium dell’Istituto Comprensivo “Igino Petrone” di Campobasso, l’attesa quattordicesima edizione del Certamen nazionale in lingua latina “Amice, latine discere”. Un evento unico nel suo genere in Italia, essendo dedicato specificamente agli studenti della scuola secondaria di I grado che si cimentano nello studio del latino.
La manifestazione si è aperta con i saluti istituzionali delle massime autorità territoriali, tra cui il Prefetto di Campobasso Michela Lattarulo, la Direttrice dell’Ufficio Scolastico Regionale rappresentata dalla dirigente Anna Paolella e l’Arcivescovo Biagio Colaianni, a testimonianza della forte rilevanza culturale ed educativa assunta dalla competizione negli anni.
Il tema di questa edizione, “Fides, libertas, amicitia, praecipua humani animi bona” (tratto dalle Historiae di Tacito), è stato declinato attraverso un format in tre quadri di approfondimento, ciascuno arricchito da interventi di relatori, letture dai classici, brevi spiegazioni di celebri opere d’arte ed esibizioni musicali curate dai ragazzi della scuola.
Primo quadro – Fides. La Prof.ssa Anna Paola Tantucci, Presidente EIP Italia, ha condotto un’intensa riflessione sul valore della lealtà e del rispetto della parola data, spiegando come la fides romana sia ancora oggi il principio fondante dei diritti umani e della pace, da opporre alla “legge della forza”. Il concetto è stato esaltato da estratti del De Officiis di Cicerone e dalla visione dell’affresco La Fede di Giotto, conservato nella Cappella degli Scrovegni.
Secondo quadro – Libertas. Il Prof. Mario Lauletta ha dialogato con gli adolescenti sull’importanza del pensiero critico, sottolineando come la vera libertà si ottenga attraverso lo studio per difendersi dai pregiudizi. Il pubblico ha potuto apprezzare la lettura celebre favola Il lupo e il cane di Fedro, accompagnata dall’immagine Flying Balloon Girl di Bansky.
Terzo quadro – Amicitia: gli studenti hanno presentato alcune riflessioni sul tema in dialogo con Seneca, Cicerone e Publilio Siro, sotto lo sguardo dell’autoritratto con amico di Raffaello Sanzio.
A tirare le fila della giornata è stata l’archeologa e redattrice di Vatican News Maria Milvia Morciano. Con una splendida metafora, ha invitato i ragazzi a diventare “archeologi di se stessi”: togliere la polvere della superficialità moderna per riscoprire quei bona (beni) dell’animo umano che appartengono ai giovani di oggi esattamente come a quelli di duemila anni fa.
La giornata ha poi vissuto il suo momento culminante con la premiazione dei talentuosi studenti vincitori, arrivati a Campobasso per le prove da scuole di Lombardia, Lazio, Toscana, Abruzzo e Puglia.
Il Dirigente scolastico della “Petrone”, Giuseppe Natilli, che da oltre vent’anni è promotrice di questo percorso di avvicinamento al latino, ha espresso grande soddisfazione, definendo il Certamen non una semplice gara, ma un “vero laboratorio nazionale di cultura classica”.
Oggi più che mai, l’iniziativa molisana assume un significato cruciale: il Ministero dell’Istruzione e del Merito prevede infatti il reinserimento del latino nel primo ciclo di istruzione a partire da settembre 2026. “Il percorso costruito dalla nostra scuola rappresenta un modello concreto, già sperimentato e consolidato” ha rimarcato Natilli. Un successo che conferma come la scuola, per essere davvero formativa, “deve avere il coraggio di anticipare il futuro, non semplicemente di inseguirlo”.
Rapporto EIP Italia Scuola strumento di pace ETS per la revisione delle Indicazioni Nazionali dei Licei
Come Associazione deputata alla valorizzazione del patrimonio culturale e dell’identità nazionale delle eccellenze giovanili, riconosciamo nell’insegnamento e nell’apprendimento del Latino un’occasione fondamentale di incontro con testimonianze significative per la formazione della cittadinanza e del pensiero critico. Condividiamo con convinzione la prospettiva secondo cui l’esercizio della traduzione non debba essere banalizzato come mero problem solving, ma vada valorizzato formalmente come pratica che attiva e consolida abilità metacognitive e logico-analitiche, promuovendo anche la riflessione sulle proprietà semantiche e sul patrimonio lessicale della lingua.
A questo proposito, per aderire pienamente alle esigenze formative attuali, riteniamo necessario che le Indicazioni rafforzino alcuni obiettivi e integrino lo statuto epistemologico e gli aspetti metodologici, in particolare:
1. Sottolineare la necessità di una lettura ad alta voce corretta ed espressiva dei testi, favorendo più occasioni di esercizio e di condivisione. La lettura è infatti un impegno mentale che coinvolge sottili processi cognitivi, in particolare è un’attività di strutturazione consistente nel mettere i segni del testo in rapporto tra loro e in relazione ai codici del sistema lingua di riferimento.
2. Rafforzare l’analisi in costituenti per valorizzare la comprensione della complessità sintattica dei testi.
3. Evidenziare l’opportunità di studiare i testi anche in traduzione ma sempre con il testo latino a fronte, per sostenere l’acquisizione del vocabolario e la riflessione metalinguistica.
4. Potenziare frequentemente l’uso del vocabolario e dei lessici, anche attraverso specifiche attività laboratoriali.
5. Promuovere la coscienza della storicità della lingua e della sua complessità; Sottolineare la distanza storica con la letteratura classica, evitare attualizzazioni indebite ed esplicitare invece le costanti metastoriche.
6. Porre al centro la testualità e diversificare le proposte dei generi testuali, introducendo più spesso anche la saggistica in dialogo con il testo. L’esercizio esegetico in classe deve essere sì libero e stimolare l’intraprendenza dello studente, ma si deve chiarire bene l’opportunità di un dibattito sempre documentato; le letture critiche del testo, possono essere collocate in una fase conclusiva di lavoro, come esperienza di riflessione critica più matura e per consolidare quanto appreso e quanto è stato discusso in classe.
7. I dati tecnici e gli aspetti strutturali del testo devono essere interrogati e acquisiti sempre in maniera funzionale alla comprensione approfondita del testo letterario.
8. Sarebbe opportuno suggerire un lavoro sul testo epico al Biennio che segua il paradigma di una didattica integrata Italiano-Lingue classiche per valorizzare la conoscenza lessicale e per promuovere la competenza metalinguistica.
9. Promuovere di più e più chiaramente le connessioni e la riflessione comparata tra le lingue oggetto di studio, in termini di strutture morfosintattiche e di soluzioni sintattiche, di lessico e di ideazione espressiva.
10. Sottolineare più chiaramente la necessità di diversificare gli approcci metodologici, induttivi e deduttivi e valorizzare l’efficacia di attività laboratoriali basate su tali metodi non solo per il miglioramento delle capacità di manipolazione ed esercizio attivo della lingua, ma anche e soprattutto nel potenziamento di competenze sociali, poiché promuovono l’interazione, la collaborazione e l’apprendimento comune, favorendo l’inclusione.
Rapporto EIP Italia Scuola strumento di pace ETS per la revisione delle Indicazioni Nazionali dei Licei
Sebbene la “Premessa generale” delle bozze delle rinnovate Indicazioni nazionali dedichi ampio spazio all’educazione all’empatia e alla cittadinanza democratica, risulti ancora assente e non sufficientemente valorizzato un riferimento strutturale e organico al tema “Educazione alla pace”, espressione che non compare in tutto il testo neppure come riferimento indiretto in assenza del termine “pace” come costrutto autonomo. Come sottolineato anche in un recente intervento della Presidente Anna Paola Tantucci sul quotidiano “L’Osservatore Romano”, colmare questa lacuna non rappresenta un aggiornamento burocratico o contenutistico, ma è una risposta ineludibile per allineare il nostro sistema educativo alla costruzione di un “nuovo contratto sociale per l’educazione”. Siamo convinti che la pace possa essere promossa attraverso l’insegnamento scolastico non come semplice assenza o gestione del conflitto, ma come un processo attivo, inclusivo e democratico che richiede competenze specifiche. Questo orizzonte di senso si ricollega profondamente alle riflessioni di Luciano Corradini, il quale ricorda che la scuola istituita dalla Repubblica “non può che essere una proposta di vita”, capace di facilitare l’accettazione degli altri e di guidare i giovani nella scoperta dei tesori nascosti nella storia dell’umanità e nella propria interiorità.
Oltre il pregiudizio umanistico e il rischio di derive aziendalistiche: un’analisi del nuovo modello 4+2, del nodo delle Linee Guida mancanti e della necessità di puntare alla “soggettivizzazione” degli studenti, rileggendo il pedagogista Gert Biesta.
Se in Italia c’è un pregiudizio ostinato, un vero e proprio retaggio culturale che ci portiamo addosso da oltre un secolo, è quello che divide rigidamente chi studia sui libri da chi impara “facendo”. È un’eredità lontana, che affonda le sue radici nella Legge Casati del 1859 e poi nella Riforma Gentile del 1923, quando gli Istituti Tecnici vennero inquadrati senza mezzi termini come “canali secondari”. Da allora, nella mentalità italiana è rimasta una faglia sismica: da una parte la nobiltà della cultura teorica, dall’altra la presunta subalternità di quella tecnico-pratica. Eppure, i dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito sfatano questo mito. Le scelte per le iscrizioni all’anno scolastico 2026/2027 ci dicono che gli Istituti Tecnici sono scelti dal 30,84% degli studenti italiani. Un dato strutturale e incredibilmente stabile (l’anno precedente era al 31,32%). Stiamo parlando di quasi un terzo dei nostri giovani.
Oggi, tuttavia, viviamo un paradosso: le aziende cercano disperatamente “menti d’opera” specializzate per governare la transizione ecologica e digitale, ma fatichiamo a colmare l’asimmetria tra domanda e offerta lavorativa. Per curare questa frattura, lo Stato ha varato una riforma epocale delineata dal Decreto Ministeriale 29 del 19 febbraio 2026 e chiarita dalla Nota ministeriale 253. Una riforma ambiziosa, ma afflitta da insidie organizzative e mancanze burocratiche.
L’obiettivo della Riforma, in linea con gli impegni del PNRR, è allineare i curricoli alla domanda di competenze del piano “Industria 4.0”. Dal punto di vista ordinamentale vengono confermati i due grandi macro-settori: Economico e Tecnologico-Ambientale. Vengono potenziate le materie STEM, l’internazionalizzazione tramite la metodologia CLIL nel triennio e introdotti i “Patti educativi 4.0” per la condivisione di laboratori e risorse con le imprese e gli enti di ricerca.
Il nodo strutturale che più interroga le famiglie riguarda però i percorsi a disposizione. Sgombriamo il campo da un equivoco: il percorso di cinque anni rimane il pilastro fondamentale del sistema. A questo impianto storico, la Legge 121/2024 ha affiancato la filiera formativa tecnologico-professionale, che introduce il sistema sperimentale “4+2”. Non si tratta di uno “sconto” sul tempo scuola, ma di un percorso quadriennale in cui gli obiettivi formativi vengono garantiti e compressi, per sfociare poi in un ponte diretto verso i due anni successivi di alta specializzazione presso gli ITS Academy.
La riforma chiede alle scuole di superare l’insegnamento per materie isolate a favore di una didattica per Unità di Apprendimento (UdA) interdisciplinari. Per farlo, il Ministero affida un’enorme flessibilità oraria: si arriva fino a 231 ore annuali di autonomia nel quinto anno a disposizione dell’istituto, un vero e proprio strumento di “sartoria didattica”. Tuttavia, emerge una criticità gravissima. Ad oggi, a fronte di questo enorme lavoro di progettazione richiesto ai Collegi Docenti, mancano ancora le Linee Guida ministeriali. Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) aveva chiesto al Ministero di darsi un termine di 60 giorni per emanarle, ma la richiesta è stata respinta poiché il termine non è stato ritenuto “sufficiente” per redigere un documento così complesso. Se è complesso per i tecnici ministeriali, come possono i docenti progettare l’offerta formativa nel buio normativo? Il tutto, va ricordato, all’insegna della solita “invarianza finanziaria”, ovvero senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Queste forzature strutturali hanno portato molti docenti e sindacati a scioperare, denunciando il rischio di una “deliceizzazione”: il timore è che le scuole tecniche si trasformino in puri centri di addestramento aziendale, perdendo la loro anima critica ed educativa. In questo snodo ci viene in soccorso il pensiero del filosofo dell’educazione Gert Biesta. Spesso il suo pensiero è usato per criticare la deriva aziendalistica, ma Biesta non è affatto contro le scuole tecniche o le competenze pratiche. Egli ci ricorda che una “Buona Educazione” si fonda su tre scopi fondanti: Qualificazione: fornire conoscenze e abilità per “fare qualcosa” (es. formare un ottimo perito informatico). Socializzazione: inserire gli individui nei valori della società. Soggettivizzazione: il processo attraverso cui rendiamo lo studente consapevole della propria libertà, ponendolo nel mondo come “attore” e non come semplice “spettatore”.
Il problema sorge quando la scuola si ferma ai primi due punti, producendo solo lavoratori competenti e cittadini obbedienti. La vera sfida per gli Istituti Tecnici è lavorare per la soggettivizzazione attraverso le materie tecniche. Quando i docenti useranno le ore di autonomia per insegnare a progettare una rete di telecomunicazioni o analizzare il bilancio di una multinazionale, dovranno fare domande scomode: Qual è l’impatto ambientale di questa filiera? Come si tutelano i diritti dei lavoratori?. L’insegnante tecnico deve donare lo sguardo critico sul mondo, mostrando che la tecnologia non è mai neutra.
La preparazione tecnica e lo sguardo sul proprio futuro lavorativo non sono in contraddizione con la formazione dell’essere umano. Come ricorda lo stesso Biesta: “non ci concentriamo su come gli individui crescono, ma su cosa significa vivere la propria vita nel e con il mondo, tenendo presente che, come esseri umani, siamo esseri indeterminati e dobbiamo fare qualcosa della nostra vita”.
Quando i nostri studenti varcheranno la soglia di un’impresa 4.0, non dovranno essere “l’oggetto” di quelle forze economiche, ma esserne i “soggetti”, capaci di costruire il proprio futuro con libertà e giudizio critico.
Il 23 maggio si celebra in tutta Italia la Giornata della Legalità, una ricorrenza nazionale fondamentale istituita per commemorare le vittime di tutte le mafie. Questa data non è casuale, ma segna il drammatico anniversario della Strage di Capaci del 1992, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della loro scorta. A queste morti si aggiunsero, poche settimane dopo, quelle del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta nella tragica strage di via D’Amelio.
In occasione di questa importante commemorazione, è essenziale che l’intera comunità scolastica si attivi programmando momenti di riflessione e attività mirate. L’obiettivo è diffondere la cultura della prevenzione e contrastare ogni forma di illegalità, sopruso e sopraffazione mafiosa, stimolando un confronto aperto con e tra le nuove generazioni. Invitiamo inoltre le scuole a favorire la partecipazione degli studenti alle numerose iniziative celebrative presenti sul territorio, per educare i giovani alla cultura del rispetto delle regole nel nostro Paese. Per supportare le scuole in questo percorso educativo, RaiPlay Learning ha messo a disposizione una preziosa selezione speciale di contenuti intitolata “Orizzonti di luce e semi di libertà”. L’offerta si articola attraverso documentari e approfondimenti volti a onorare il sacrificio di chi ha dedicato la propria vita alle istituzioni. Tra i percorsi proposti troviamo L’Ora di legalità, che affronta temi cruciali come la trasparenza nelle istituzioni (Anticorruzione), le testimonianze dirette di chi lotta contro il crimine (Antimafia), l’etica della solidarietà (Accoglienza) e l’importanza dell’informazione libera (Libertà di Stampa). La raccolta dedica uno spazio profondo all’eredità indelebile di Falcone e Borsellino, proponendo interviste storiche per riascoltare dalla voce stessa di Falcone la sua visione della giustizia, oltre a documentari d’impatto come Chiedi chi era Giovanni Falcone ed Era d’estate. Il percorso è stato pensato con linguaggi adatti a tutte le età: per i più piccoli, ad esempio, sono disponibili opere d’animazione come Giovanni e Paolo e il mistero dei Pupi e il corto U Muschittieri, ideati per spiegare in modo delicato ma profondo l’eroismo e l’amicizia dei due magistrati. Infine, la sezione “Nel nome del popolo italiano: gli eroi del quotidiano” offre ritratti intensi di donne e uomini che hanno pagato con la vita il loro impegno civile. Tra questi troviamo storie di grande coraggio come quella di Piersanti Mattarella, del “giudice ragazzino” Rosario Livatino e di Angelo Vassallo, il “Sindaco Pescatore”. Come ricorda una celebre e potente frase di Gesualdo Bufalino, ripresa dalla Vicepresidente Nazionale EIP Italia, Prof.ssa Italia Martusciello: «La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari». EIP Italia invita tutte le scuole a raccogliere questo testimone, trasformando la memoria in un impegno quotidiano per costruire, insieme ai nostri ragazzi, una società più giusta e consapevole.