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La scuola della pace

L’impegno dell’Italia verso l’Europa dei diritti


“Le varie divisioni della terra danno a ciascun popolo una diversa patria ma il mondo abitato offre a tutti gli uomini capaci di amicizia una sola casa comune: la Terra”
Diogene di Enoanda, filosofo epicureo del II secolo d.C.


Questa celebre riflessione del filosofo epicureo Diogene di Enoanda, incisa nel II secolo d.C., risuona oggi con una straordinaria forza pedagogica ed etica. In un’epoca profondamente travagliata da conflitti armati, disinformazione e pervasivi linguaggi d’odio, la scuola è chiamata a riaffermare la propria vocazione originaria: essere laboratorio permanente di civiltà e di pace, luogo d’incontro autentico in cui la convivenza democratica non viene semplicemente insegnata come nozione, ma vissuta, costruita e sperimentata ogni giorno con responsabilità.

L’architettura concettuale: la scuola al servizio dell’umanità
L’educazione alla pace e ai diritti umani non è un’aggiunta facoltativa ai percorsi scolastici, bensì costituisce la matrice profonda dell’intero agire educativo. Questa visione trova la sua radice ideale nei Principi Universali di Educazione Civica, che delineano la bussola etica del nostro impegno. Essi affermano che la scuola si pone al servizio dell’umanità e apre a tutti i bambini del mondo la via della comprensione reciproca. L’istituzione scolastica insegna il rispetto assoluto per la vita e per tutti gli esseri umani, promuovendo la tolleranza come attitudine ad accettare nei propri simili sentimenti, modi di pensare e di agire diversi dai propri. Inoltre, sviluppa nel fanciullo il senso della responsabilità, uno dei più grandi privilegi dell’essere umano, e lo aiuta a superare ogni forma di egoismo, nella consapevolezza che l’umanità può progredire soltanto attraverso lo sforzo personale e la collaborazione attiva di ciascuno.
Riletti oggi, questi principi definiscono la pace non come una condizione passiva o semplice assenza di guerra, bensì come un processo dinamico, inclusivo e profondamente democratico. Educare alla pace significa dotare i giovani degli strumenti critici per superare l’individualismo, smontare le narrazioni d’odio, distinguere la verità dalla menzogna nell’era digitale e trasformare i conflitti attraverso il dialogo rigoroso, il rispetto reciproco e la solidarietà.

Il triangolo formativo e le sfide pedagogiche contemporanee
Per tradurre questa articolata visione in prassi quotidiana occorre porre al centro la persona nella sua completezza. La formazione dell’essere umano si sviluppa secondo un modello integrato rappresentato dal “triangolo formativo”, le cui tre componenti sorreggono la crescita dello studente. La dimensione cognitiva sviluppa la padronanza dei saperi fondamentali, il pensiero critico e la comprensione della complessità sociale. La dimensione affettiva e valoriale cura l’educazione ai sentimenti, l’empatia, la responsabilità etica e il rispetto della dignità inalienabile di ogni persona. La dimensione sociale promuove la partecipazione civica attiva, la cooperazione interpersonale e il senso profondo di appartenenza alla comunità locale e globale.
Questo quadro trova immediato riscontro nella Raccomandazione UNESCO del novembre 2023 sull’educazione alla pace, ai diritti umani e allo sviluppo sostenibile, affiancandosi al Rapporto UNESCO del 2021 che sollecita un nuovo contratto sociale per l’educazione. A tale orizzonte si uniscono il Patto Educativo Globale di Papa Francesco e i messaggi di Papa Leone XIV per il Giubileo degli educatori e nella Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza. Essi ricordano l’urgenza di rimettere al centro la persona, promuovere la pari partecipazione delle donne e disarmare i linguaggi, sostituendo all’industria della guerra un paziente artigianato di pace. La pace disarmata e disarmante diviene così sia il metodo sia il contenuto primario dell’apprendere.
Da queste premesse emergerebbe la necessità di un’integrazione strutturale dell’educazione alla pace nelle Indicazioni nazionali e nelle Linee guida dell’educazione civica (Legge 92/2019 e DM 183/2024): inserire la pace nel curricolo costituisce un solenne atto di responsabilità civile per offrire ai giovani gli anticorpi culturali occorrenti a difendere e rinnovare la democrazia.

Dall’Italia al mondo: i diritti umani come pilastro indefettibile di pace
La declinazione operativa di questa proposta pedagogica si incardina nel tema prescelto per il 54° Concorso Nazionale E.I.P. Italia: Dall’Italia al mondo: l’impegno per i diritti umani come pilastro di pace.
L’elezione dell’Italia al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (2026-2028) costituisce il quadro istituzionale di riferimento per questo percorso: la posizione del nostro Paese riafferma che la promozione e la tutela incondizionata dei diritti umani rappresentano l’asse portante per la prevenzione dei conflitti e per la stabilità globale. Portare tali tematiche a scuola significa guidare gli studenti nell’esplorazione profonda dei pilastri della dignità umana. Ciò comporta il contrasto a ogni discriminazione, razzismo e xenofobia, unito alla prevenzione dei discorsi d’odio online e offline. A questo si aggiunge la promozione dei diritti delle donne e delle ragazze, l’empowerment femminile, il contrasto della violenza di genere e l’eliminazione di pratiche lesive come i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali, temi richiamati dall’80° anniversario dell’elezione delle ventuno “Madri Costituenti”.
Altrettanto prioritaria è la salvaguardia dei minori vulnerabili, con particolare riguardo ai bambini nei conflitti armati e nelle carceri minorili, garantendo il diritto all’istruzione e la lotta intransigente contro abusi e tratta. Il percorso comprende la battaglia storica per la moratoria universale della pena di morte nella prospettiva della sua totale abolizione, nonché la tutela delle libertà fondamentali di opinione, espressione, stampa e religione. Infine, lo sport come strumento di pace si configura quale leva essenziale, valorizzata dall’Articolo 33 della Costituzione e dalla Risoluzione ONU 67/296 per favorire tolleranza, salute e reciproca comprensione tra i popoli. Questi itinerari sviluppano competenze trasversali di cittadinanza, intrecciando Costituzione italiana, Carta dei Diritti UE e Dichiarazione Universale.

Verso l’Humanitas Europea: l’ecosistema dei diritti e della pace
Se la tutela dei diritti umani costituisce il pilastro della pace globale, la Humanitas Europea rappresenta l’ecosistema culturale entro il quale
questi principi affondano le radici e traggono linfa per il XXI secolo.
Proiettandoci verso il 55° Concorso Nazionale, incentrato sul tema Humanitas Europea: dalle radici della classicità ai diritti del XXI secolo, la scuola si appresta a vivere un ciclo di importanti ricorrenze civiche. Il 2026 segnerà infatti l’80° anniversario della Repubblica Italiana (1946-2026), saldato alla memoria della firma dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957, pietra angolare dell’integrazione europea con la nascita di CEE ed EURATOM.
Italia ed Europa condividono la medesima matrice etica, fondata sul rispetto della dignità umana, sul dialogo interculturale, sulla giustizia sociale e sulla pace. L’humanitas classica rappresenta l’ambiente concettuale in cui è germogliata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e su cui poggiano le nostre istituzioni libere. In questo orizzonte, l’Europa si rivela come una viva comunità di destino, fondata su libertà, pluralismo e solidarietà. Attraverso i tre nuclei tematici dell’Educazione civica, la scuola orienta i giovani tra la tutela degli ecosistemi e la governance etica dei media digitali, superando il consenso virtuale per generare coesione sociale. In conclusione, educare alla pace significa formare cittadini consapevoli delle proprie radici, fieri dell’identità europea e aperti con generosità al mondo. Con la passione dei docenti e la creatività degli studenti, l’Humanitas Europea e i diritti umani tracciano la strada per fare della Terra la casa comune dell’intera umanità.

Anna Paola Tantucci
Presidente Nazionale EIP Italia

Il futuro dei diritti: per un’alleanza tra generazioni

A Oslo il Centro Nobel per la Pace riunisce giovani attivisti e Premi Nobel per difendere la democrazia


Una conferenza internazionale dedicata alle sfide della democrazia globale si terrà il 3 settembre 2026. Protagonisti giovani attivisti della Generazione Z provenienti da Nepal, Kenya, Serbia, Brasile e Stati Uniti, insieme a Premi Nobel per la Pace e personalità impegnate nella difesa dei diritti umani.

Il Centro Nobel per la Pace di Oslo annuncia una nuova importante conferenza internazionale dedicata al futuro della democrazia e al ruolo delle nuove generazioni nella sua difesa. 

L’evento, dal titolo dedicato al confronto tra giovani attivisti e Premi Nobel per la Pace, si svolgerà in formato digitale il 3 settembre 2026, dalle ore 13:00 alle 17:00 CEST, con partecipazione gratuita previa registrazione.

L’iniziativa nasce dalla volontà di creare uno spazio di dialogo globale sulle sfide che oggi mettono alla prova i sistemi democratici. 
Attivisti della Generazione Z provenienti da diverse aree del mondo incontreranno alcuni vincitori del Premio Nobel per la Pace per discutere delle minacce alla democrazia, delle esperienze dei movimenti civili internazionali e delle strategie necessarie per rafforzare la partecipazione democratica.

Al centro del dibattito alcune domande fondamentali:
– Quali sono oggi le principali minacce alla democrazia nel mondo?
– Che cosa possiamo imparare dai movimenti democratici che operano in contesti diversi?
– In che modo la comunità internazionale può sostenere coloro che si battono per libertà, diritti e partecipazione?

La conferenza si svolge sullo sfondo dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, simbolo della lotta per i diritti democratici e la libertà politica in Venezuela.
Tra i protagonisti annunciati figura Maria Ressa, Premio Nobel per la Pace 2021, riconosciuta per il suo impegno nella difesa della libertà di stampa e dell’informazione indipendente. Giornalista e cofondatrice del sito di informazione Rappler, Ressa ha denunciato gli abusi di potere, la corruzione e il ruolo della disinformazione nella crisi delle società democratiche.
Durante la conferenza parlerà della cosiddetta “guerra delle narrazioni” e del progressivo indebolimento di una realtà condivisa, evidenziando il ruolo fondamentale del giornalismo libero nella tutela della democrazia.
Sarà presente anche Ales Bjaljatski, Premio Nobel per la Pace 2022 per la sua lunga battaglia pacifica in favore dei diritti umani e della democrazia in Bielorussia. 
Figura centrale del movimento per i diritti civili nell’Europa orientale, Bjaljatski ha subito più volte la repressione delle autorità del suo Paese. Dopo la scarcerazione avvenuta nell’inverno del 2025, continua il suo impegno dall’esilio.
Il suo intervento sarà dedicato alla minaccia rappresentata dai regimi autoritari per la democrazia e la pace internazionale.

Il Centro Nobel per la Pace sottolinea che l’obiettivo della conferenza è rendere il confronto accessibile al maggior numero possibile di persone. La partecipazione online sarà gratuita: chi si registrerà riceverà il collegamento per seguire l’evento e un promemoria prima dell’inizio.
Parallelamente, nella stessa giornata, la piazza del Municipio di Oslo ospiterà un festival pubblico con attività, incontri e momenti di intrattenimento dedicati alla sensibilizzazione sul valore della democrazia. L’iniziativa sarà gratuita e aperta a tutti.
La conferenza vuole offrire una prospettiva internazionale su come i giovani di tutto il mondo stanno partecipando ai cambiamenti sociali e politici del presente. Attraverso il dialogo tra attivisti emergenti e figure riconosciute a livello mondiale, l’evento punta a fornire strumenti e idee a chi lavora per educare, ispirare e rafforzare la partecipazione democratica delle future generazioni.

In un periodo segnato dall’avanzata di nuove forme di autoritarismo e dalla crescente polarizzazione sociale, il messaggio centrale dell’incontro è chiaro: la democrazia non è un patrimonio acquisito una volta per tutte, ma un valore che deve essere continuamente difeso e rinnovato.
Il programma completo e l’elenco degli altri relatori saranno annunciati nei prossimi mesi.

Prof.ssa Italia Martusciello
Vicepresidente Nazionale E.I.P.

Human Rights Council: conclusioni della 62° sessione


L’8 luglio 2026, il Consiglio per i diritti umani ha concluso la sua 62a sessione a Ginevra adottando 28 risoluzioni e prorogando otto mandati, tra cui quello del Relatore speciale sui diritti umani in Eritrea e sette mandati tematici riguardanti settori quali l’istruzione, i diritti delle persone con disabilità, la povertà, le imprese e i diritti umani, e l’indipendenza di giudici e avvocati.

Nel corso della sessione, il Consiglio ha inoltre adottato gli esiti delle revisioni periodiche universali, ha nominato quattro nuovi titolari di mandato e ha approvato la bozza della sua relazione.

Sono state inoltre adottate risoluzioni che affrontano una serie di urgenti questioni globali, tra cui l’accesso umanitario e la protezione del personale umanitario e dell’assistenza sanitaria nei conflitti armati, la libertà di opinione e di espressione, la disinformazione e l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici, i diritti delle donne e delle ragazze, i matrimoni precoci, le malattie tropicali neglette e la situazione dei diritti umani dei musulmani Rohingya e di altre minoranze in Myanmar.

Il Consiglio ha inoltre deciso di riflettere sul suo ventesimo anniversario, organizzando una discussione che si terrà durante la sessione di alto livello della sua 64a sessione nel 2027, incentrata sul rafforzamento della sua efficacia in tutto il sistema delle Nazioni Unite.

Nelle risoluzioni il Consiglio ha rivolto un’attenzione prioritaria alle emergenze nazionali e ai conflitti in corso. In particolare, è stata espressa una ferma condanna per le atrocità commesse dalle Forze di Supporto Rapido in Sudan, con un focus sull’area di El Obeid, sollecitando un’indagine immediata da parte della missione di accertamento dei fatti dell’ONU. Parallelamente, un’altra importante risoluzione ha mirato a proteggere i diritti dei Rohingya e di altre minoranze in Myanmar, chiedendo conto delle sistematiche violazioni perpetrate dopo il colpo di stato militare del 2021. Anche l’Eritrea è rimasta sotto la lente d’ingrandimento, con il rinnovo annuale del mandato del Relatore Speciale incaricato di monitorare le continue sparizioni forzate e le detenzioni arbitrarie di dissidenti politici e giornalisti.

Un altro tema centrale della sessione è stato l’intreccio tra giustizia, libertà fondamentali e nuove tecnologie. Nel rinnovare il mandato dell’esperto sull’indipendenza di giudici e avvocati, il Consiglio ha condannato le aggressioni contro i professionisti legali e ha preso una posizione netta contro le cosiddette querele temerarie (SLAPP), spesso usate per intimidire chi partecipa al dibattito pubblico. In quest’ottica, sono stati evidenziati i rischi che le moderne tecnologie di sorveglianza comportano per la riservatezza del rapporto tra legali e assistiti. Questo si ricollega alle ampie discussioni sull’impatto dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza digitale repressiva, in cui gli Stati sono stati esortati a combattere la disinformazione senza però usarla come pretesto per limitare la libertà di espressione o colpire il dissenso.

Sul fronte dei diritti delle donne e delle ragazze, i lavori hanno portato all’adozione di nuove direttive globali per contrastare e sradicare definitivamente i matrimoni infantili e forzati. Le risoluzioni si sono concentrate anche sull’eliminazione delle discriminazioni insite nei sistemi di assistenza e cura, sottolineando la necessità di rafforzare la tutela femminile in modo specifico all’interno dei contesti di emergenza umanitaria e durante i disastri legati ai cambiamenti climatici.

Proprio le crisi umanitarie e climatiche hanno chiuso il quadro delle decisioni più rilevanti. Di fronte alla moltiplicazione dei conflitti, sono state affrontate le implicazioni legali e umane dell’ostruzione agli aiuti, varando misure urgenti per proteggere gli operatori umanitari sul campo, le strutture sanitarie e il personale medico nelle zone di guerra. Nel contempo, il Consiglio ha prolungato di tre anni i mandati di monitoraggio sui diritti delle persone con disabilità, sul diritto all’istruzione e sulle responsabilità delle multinazionali in materia di diritti umani e sicurezza alimentare. Infine, per quanto riguarda l’ambiente, la risoluzione annuale sul clima si è focalizzata sulle politiche di adattamento e sulla salvaguardia delle generazioni future, chiedendo una transizione energetica equa che tenga conto del forte impatto dei cambiamenti climatici sulle comunità indigene e sulle popolazioni più vulnerabili.

https://www.ohchr.org/en/meeting-summaries/2026/07/human-rights-council-concludes-sixty-second-regular-session-after?sub-site=HRC

“L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”: l’accusa della Commissione ONU e la crisi dei diritti

Analisi del rapporto presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani, tra denunce di crimini di guerra, prove forensi e le complesse implicazioni per il diritto internazionale


Il rapporto “The essence of childhood has been destroyed” rappresenta uno dei documenti d’accusa più severi mai prodotti da un organo investigativo delle Nazioni Unite.
Rilasciato nel giugno 2026 dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati e su Israele, il testo ha dominato i lavori della sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra.
Oltre al titolo di profondo impatto emotivo, le novantaquattro pagine del documento muovono un’accusa di inaudita gravità: il presunto puntamento deliberato dei minori palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2025, azioni che la Commissione arriva a qualificare come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

I dati presentati dagli investigatori delineano una catastrofe demografica, stimando oltre ventimila minori uccisi e più di quarantaquattromila feriti nel biennio esaminato. Tuttavia, la portata giuridica e storica del rapporto non si trova unicamente nel drammatico bilancio delle vittime, bensì nell’indagine formale sull’intenzionalità.
La Commissione ha respinto la narrazione delle morti infantili come mero danno collaterale accidentale. Basandosi su un esteso apparato probatorio composto da testimonianze dirette, indagini balistiche, perizie forensi indipendenti, cartelle cliniche e immagini satellitari, il documento argomenta che i minori siano diventati un bersaglio sistematico delle operazioni militari. A questo si aggiunge la documentazione relativa all’escalation di violenze perpetrate dai coloni contro i giovani nei territori della Cisgiordania.

Il concetto di danno esplorato dalla Commissione supera di gran lunga la sola violenza fisica diretta. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno dedicato ampie sezioni alle conseguenze invisibili e a lungo termine del conflitto: i traumi psicologici profondi, la malnutrizione indotta e l’impatto devastante sugli esiti dei parti e sulla salute neonatale.
Durante le audizioni a Ginevra, questa sistematica distruzione dell’infrastruttura di cura (inclusi gli attacchi a ospedali, scuole e orfanotrofi) è stata definita da alcuni relatori come una forma di “medicidio”, ovvero l’annientamento deliberato della capacità di un sistema sanitario di garantire la sopravvivenza. Le condizioni di vita imposte si trasformerebbero così in uno strumento di mortalità prevenibile, polverizzando l’innocenza, i legami familiari e il futuro stesso di un’intera generazione.

Come accade per i documenti di questa portata investigativa, il testo ha immediatamente innescato profonde lacerazioni politiche e accesi dibattiti giuridici. Da un lato, le principali organizzazioni per i diritti dell’infanzia hanno rilanciato le raccomandazioni del rapporto per chiedere l’immediata sospensione degli accordi internazionali di associazione con Israele e la fine dell’impunità. Dall’altro, istituti di analisi legale e organizzazioni non governative di monitoraggio hanno sollevato dure critiche metodologiche. I detrattori accusano la Commissione di aver costruito un impianto speculativo, deducendo l’intenzione deliberata di uccidere i civili dal solo, seppur tragico, esito delle esplosioni, e omettendo sistematicamente il contesto militare di una guerra urbana asimmetrica combattuta contro milizie pesantemente armate e radicate all’interno delle infrastrutture civili.

Al netto delle opposte narrazioni e del complesso percorso verso un’eventuale giustizia penale internazionale, questo documento segna uno spartiacque decisivo. Mette in luce la drammatica fragilità della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia di fronte alla moderna guerra urbana e pone un interrogativo etico ineludibile sulla tenuta del diritto internazionale umanitario. Dal punto di vista pedagogico e della cittadinanza attiva, affrontare lo studio di questi documenti significa non limitarsi a un generico rifiuto della violenza, ma comprendere la necessità di costruire sistemi solidi di responsabilità giuridica (accountability), affinché l’educazione alla pace si traduca in una pretesa concreta e universale di giustizia per i più vulnerabili.

Per comprendere meglio il tono e la gravità delle accuse presentate a Ginevra, puoi visionare queste Dichiarazioni della Commissione ONU sul rapporto. Questo breve estratto video documenta la sintesi presentata dai membri della Commissione durante la diffusione ufficiale dei dati, chiarendo la posizione assunta dagli investigatori.

Per ulteriori approfondimenti è possibile leggere, vedere e ascoltare:
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-06/gaza-israele-bambini-guerra-tregua-aiuti-dirittiumani.html
https://it.gariwo.net/magazine/medio-oriente/lessenza-dellinfanzia-e-stata-distrutta-cosa-dice-davvero-il-rapporto-dellonu-sui-bambini-di-gaza-30418.html
https://eipformazione.com/2026/04/27/maliditta-guerra/

Riflessioni da Gerusalemme e Gaza per la scuola di domani

L’educazione alla pace non va in vacanza


L’anno scolastico si è ormai concluso, le aule si stanno svuotando (anche quelle degli Esami) e le campanelle hanno smesso di suonare.
Eppure, se c’è una cosa che il nostro ruolo ci insegna, è che l’educazione alla pace non va in vacanza. Anche durante i mesi estivi, la nostra vocazione di educatori ci chiama a tenere gli occhi aperti sul mondo e a riflettere su come trasformare le tragedie del nostro tempo in strumenti di consapevolezza per i nostri studenti.

Per questo vorremmo condividere con voi alcune riflessioni a partire dalla drammatica realtà che continua a consumarsi in Medio Oriente, intrecciando i nudi fatti sul campo con la visione di speranza che unicamente può dare senso allo sforzo educativo.

La realtà dei fatti: gli aggiornamenti da Gaza
Per educare ai diritti umani, dobbiamo prima di tutto guardare in faccia la negazione degli stessi. Gli ultimi aggiornamenti provenienti, tra gli altri, dagli operatori di Emergency ci restituiscono un quadro insostenibile.
La situazione a Gaza è drammatica: la crisi idrica si aggrava e le persone riescono a racimolare appena 6 litri di acqua al giorno a persona per bere, cucinare e lavarsi. Oltre ai continui bombardamenti e all’assenza di cibo e medicinali, c’è un dato che, come educatori, ci deve colpire profondamente: Gaza registra oggi il tasso più alto di amputazioni infantili pro capite al mondo. Il 90% degli edifici non esiste più e migliaia di famiglie, sfollate più e più volte, cercano di sopravvivere in tendopoli sovraffollate, esposte a malattie e denutrizione. In questo contesto, lo staff medico di Emergency continua instancabilmente a operare per garantire assistenza sanitaria di base, testimoniando un impegno concreto per la vita in mezzo alla distruzione.

Tracce di speranza nella Lettera pastorale del Patriarca Pizzaballa
Di fronte a tanto orrore, come possiamo trovare le parole per educare i nostri ragazzi? Una strada possibile ci viene dalla Lettera pastorale del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, cui l’ultimo numero della rivista La Civiltà Cattolica dedica un’analisi accurata.
Pubblicata il 25 aprile 2026 e intitolata «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa, questa Lettera non è una semplice analisi politica, ma un documento che invita i credenti (e non solo) a interrogarsi su come vivere in mezzo al conflitto senza cedere all’odio. Il Cardinale rifiuta “discorsi edulcorati e astratti” ed esorta a non restare spettatori silenziosi.
Tra i temi più potenti della Lettera c’è il monito contro la “memoria tossica”, ovvero quella memoria che diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro per escluderlo e giustificare la violenza. Al contrario, Pizzaballa invita a mantenere “le porte aperte”, a custodire il “bene comune” e a costruire occasioni concrete di convivenza.
È qui che la Lettera pastorale parla direttamente a noi. In un passaggio illuminante, il Patriarca definisce le scuole “laboratori del futuro”. Generazioni di giovani – cristiani, musulmani ed ebrei – passano tra i banchi scolastici, e questo ci affida una responsabilità immensa.
Vi invitiamo a leggere attentamente queste parole e a farle vostre per il prossimo anno scolastico: «Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni».
Il conflitto, afferma Pizzaballa, non va ignorato o rimosso, ma affrontato con le armi del dialogo.
Noi insegnanti ed educatori siamo chiamati a non essere “solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita”. Dobbiamo guidare i nostri alunni ad analizzare le notizie, a riconoscere l’umanità dell’altro e a disinnescare la logica esclusiva del “noi contro di loro”.

Un impegno anche oggi
Le ferite del mondo, dai diritti negati a Gaza fino alle aule delle nostre scuole, richiedono una cura costante. Approfittiamo di queste settimane di pausa per ricaricare le energie e nutrire le nostre coscienze. Leggiamo, informiamoci e prepariamoci. Perché a settembre i nostri ragazzi avranno bisogno di adulti capaci di aiutarli a decifrare la realtà e a sperare. L’educazione alla pace non va in vacanza: è un impegno quotidiano, silenzioso e potente.

Francesco Rovida


Sviluppo sostenibile, diritti e pace: la bussola del Rapporto ASviS 2026 in un mondo instabile

Di fronte alla corsa al riarmo, alle crescenti disuguaglianze e alle emergenze climatiche, il nuovo “Rapporto di Primavera” dimostra come l’attuazione dell’Agenda 2030 sia l’unica vera strategia per garantire la giustizia sociale e un futuro stabile


Viviamo in un’epoca segnata da crisi multiple e intrecciate, caratterizzata da conflitti armati, instabilità geopolitiche, disuguaglianze crescenti ed emergenze ambientali che producono effetti diretti sulle nostre società e colpiscono le popolazioni nelle loro vulnerabilità. In questo contesto di profonda incertezza, il nuovo “Rapporto di Primavera 2026: Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) lancia un messaggio inequivocabile: lo sviluppo sostenibile rappresenta l’unica risposta strutturale alle crisi del nostro tempo, compresa la crisi della pace e dei diritti fondamentali.

Multipolarismo senza multilateralismo e spesa militare
Il Rapporto evidenzia come a livello globale si stia conducendo una vera e propria “guerra al futuro”, in un mondo in cui tragicamente “la legge del potere prevale sul potere della legge”. L’aumento dei conflitti e il ricorso alle armi economiche e militari sono accompagnati da continui attacchi alle organizzazioni multilaterali e al diritto internazionale.
Un tema centrale per chi si occupa di educazione alla pace è la denuncia, contenuta nel documento, della corsa al riarmo. Il Rapporto sottolinea come l’aumento globale della spesa militare stia compromettendo gravemente gli investimenti nello sviluppo sostenibile e nella costruzione di una pace durevole, in palese contraddizione con gli impegni assunti a livello internazionale. Anche in Italia, la Legge di Bilancio 2026 ha previsto un aumento significativo delle spese militari: il budget del Ministero della Difesa ha raggiunto i 32,4 miliardi di euro, segnando un +64% rispetto al 2017, con la cifra record di 13,1 miliardi destinati a nuovi sistemi d’arma. A fronte di queste scelte, il Rapporto ASviS esorta l’Italia ad assumere un ruolo più attivo nella promozione della pace, nella prevenzione dei conflitti e nel rispetto del diritto internazionale.

Disuguaglianze e diritti umani: dalle migrazioni alla giustizia sociale “Non c’è pace senza giustizia”. Il testo richiama il Rapporto sulla disuguaglianza globale, avvertendo che un mondo che tollera disuguaglianze sempre più ampie non può sperare di raggiungere una pace duratura o la sostenibilità. La concentrazione di ricchezza e potere alimenta un senso di ingiustizia e frustrazione che mina la coesione democratica.
Sul fronte dei diritti umani, il Rapporto accende un faro sulle politiche migratorie europee e italiane. Le morti in mare e i maltrattamenti alle frontiere minacciano i valori democratici e l’uguaglianza. Viene inoltre ribadita la necessità di applicare rigorosamente la due diligence sui diritti umani negli accordi con Stati terzi, raccomandando ad esempio una moratoria sui rimpatri in Libia finché non saranno garantite adeguate tutele.
All’interno dei confini nazionali, la povertà e l’esclusione sociale restano a livelli allarmanti, coinvolgendo oltre 13 milioni di persone, con un impatto devastante soprattutto su donne, madri sole, stranieri e residenti nel Mezzogiorno.

Nuovo patto tra generazioni e parità di genere
L’educazione ai diritti passa anche attraverso l’eliminazione delle discriminazioni strutturali. Il motto dell’Agenda 2030 è “nessuno sia lasciato indietro”, ma nei fatti sono proprio le donne ad essere sistematicamente lasciate indietro in tante dimensioni dello sviluppo, dal reddito all’occupazione. Il tasso di occupazione femminile italiano (57,4%) resta lontano dagli obiettivi europei, gravato da lavoro povero, part-time involontario e carenza di servizi di cura.
Tuttavia, un passo avanti cruciale per la tutela dei diritti è l’introduzione nell’ordinamento italiano, fortemente sostenuta da ASviS, della Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e della Valutazione di Impatto di Genere (VIGE) per le nuove leggi. Questi strumenti riconoscono che le decisioni pubbliche non sono neutre e obbligano la politica a valutare preventivamente gli effetti delle leggi sulle donne e sulle generazioni future, tutelando i loro diritti prima che vengano compromessi.

Agire ora per il futuro
I dati proiettati al 2030 offrono un “bagno di realtà”: l’Italia rischia di mancare gran parte degli obiettivi quantitativi dell’Agenda 2030, in particolare per quanto riguarda povertà, disuguaglianze, risorse idriche ed ecosistemi.
Per invertire la rotta, serve opporre alla frammentazione attuale una vera e propria cooperazione basata su un “realismo basato sui valori”, ovvero sul rispetto dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della solidarietà. L’educazione alla pace e ai diritti trova nel nuovo Rapporto ASviS non solo una base di dati incontrovertibile, ma uno strumento di advocacy per chiedere alla politica di rimettere al centro l’Agenda 2030, trasformando la sostenibilità e la giustizia nell’unica vera strategia per costruire il futuro.


Ambasciatori di memoria: il viaggio da Bojano a Mauthausen contro l’indifferenza

Il traguardo di un intenso laboratorio didattico durato cinque anni, premiato dal concorso dell’USR Molise, porta gli studenti a confrontarsi con gli orrori del campo austriaco per costruire una solida coscienza civile


Questa occasione importante di viaggio non è nata per caso, ma si inserisce all’interno di un percorso promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale (USR) del Molise e supportato dai fondi del Ministero dell’Istruzione e del Merito per i “viaggi nella memoria”.
A febbraio 2026, l’USR ha indetto un apposito Avviso Pubblico rivolto alle scuole meritevoli del territorio: l’Istituto Omnicomprensivo di Bojano ha partecipato con il progetto intitolato “La Rotta Bojano-Mauthausen: 1255 km di anticorpi contro il memoricidio”, risultando tra i beneficiari delle risorse e aggiudicandosi il Primo premio il 27 marzo 2026.
Come illustrato nell’articolo dedicato sul nostro sito web, l’iniziativa mira a costruire una vera e propria coscienza civile nelle nuove generazioni, formando gli studenti come “ambasciatori” di memoria.

Il viaggio a Mauthausen rappresenta il punto di arrivo di un laboratorio durato ben cinque anni, avviato nell’anno scolastico 2021/2022. In questo lungo arco di tempo, i ragazzi non si sono mai fermati, realizzando oltre 40 lavori di approfondimento sulla Shoah. Tra gli esempi più significativi di questo intenso cantiere di ricerca storica ci sono: lo studio sui “Giusti tra le Nazioni”, come il molisano Osman Carugno e il medico Carlo Angela; l’emozionante corrispondenza via email con Hanna Gofrit, sopravvissuta alla persecuzione nazista; la conoscenza e gli scambi con Edith Bruck; i progetti su Salvo d’Acquisto e le iniziative di cittadinanza attiva nello “Spazio Agorà” per sensibilizzare la comunità di Bojano.
I ragazzi hanno inoltre adottato simbolicamente le vittime tramite l’iniziativa “I Remember Wall” e hanno contribuito attivamente alla deposizione di una targa commemorativa presso l’ex campo di internamento di Bojano, sottraendo all’anonimato un pezzo importante della storia locale.

L’aspetto centrale del progetto è il viaggio di sei giorni destinato a nove studenti e un docente. Il gruppo ha documentato l’esperienza redigendo un “diario di bordo”, simbolo della memoria che viene tramandata e custodita. La meta è il campo di concentramento di Mauthausen, un campo di “terza categoria” tristemente noto per l’annientamento attraverso il lavoro forzato, dove furono deportate circa 190.000 persone.
Gli studenti hanno esplorato i luoghi simbolo di questa tragedia: la cava di granito Wiener Graben, dove i detenuti lavoravano senza misure di sicurezza, e la terrificante “Scala della Morte”, i cui 186 gradini costavano quotidianamente la vita a chi era costretto a trasportare blocchi di pietra pesanti fino a 50 kg sotto le percosse delle SS.
Il percorso ha toccato la “Porta Mongola”, ingresso principale del campo dove i deportati venivano privati di ogni identità per diventare semplici numeri, il Piazzale dell’Appello, teatro di estenuanti conteggi al freddo e sotto la pioggia, e il “Muro del Pianto”, oggi ricoperto da sassi commemorativi estratti dalla stessa cava del campo.
La visita si è inoltrata fino agli orrori più estremi: le baracche prive di igiene, i luoghi degli esperimenti medici, le camere a gas, i forni crematori e il Cimitero delle Ceneri, per concludersi nella toccante “Stanza dei nomi”, un memoriale che rende visibile l’enormità di oltre 82.000 vite spezzate.

Un ringraziamento speciale e le più sentite congratulazioni vanno alla professoressa Italia Martusciello e agli studenti della classe VA ITE: con straordinaria dedizione, passione e sensibilità, hanno saputo trasformare lo studio della storia in un vero baluardo contro l’indifferenza.

Nota: Insieme a questo articolo, vi invitiamo a consultare il file allegato per esplorare in dettaglio tutto il materiale, le immagini e le testimonianze raccolte durante questo eccezionale percorso didattico.

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU inaugura la sua 62ª sessione a Ginevra

Dal 15 giugno al 7 luglio 2026, il Palazzo delle Nazioni ospita i lavori presieduti dall’Ambasciatore indonesiano Sidharto Reza Suryodipuro, con un’agenda fitta di temi cruciali: dai diritti delle donne alle indagini sulle crisi internazionali.


Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si prepara ad aprire la sua sessantaduesima sessione regolare, che si svolgerà dal 15 giugno al 7 luglio 2026 presso il Palazzo delle Nazioni a Ginevra. I lavori hanno preso ufficialmente il via lunedì 15 giugno alle ore 10:00, sotto la guida del nuovo Presidente di sessione, l’Ambasciatore Sidharto Reza Suryodipuro, Rappresentante Permanente dell’Indonesia.

L’inaugurazione è stata segnata dall’atteso intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, il quale ha presentato il suo rapporto annuale per fare il punto sullo stato globale delle libertà fondamentali.

Il rapporto traccia il ritratto di un mondo diviso tra importanti progressi e drammatiche regressioni. Di fronte a un attacco senza precedenti al diritto internazionale, le crisi globali e i conflitti in corso — da Gaza all’Ucraina, fino al Sudan e al Libano — stanno causando sofferenze incalcolabili. A questo si aggiunge un “manuale autoritario” sempre più diffuso, che si manifesta attraverso la repressione di attivisti, l’aumento della censura e politiche discriminatorie.
All’interno di questo scenario complesso, l’impatto sulle infrastrutture scolastiche, sugli studenti e sul diritto all’educazione rappresenta uno dei segnali d’allarme più urgenti.

In diverse zone di guerra, infatti, le strutture educative vengono distrutte o coinvolte negli scontri. Nel contesto delle tensioni che hanno coinvolto l’Iran, gli attacchi hanno portato alla devastazione di ospedali e scuole, portando alla richiesta di rendere pubblici i risultati delle indagini sul terribile attacco alla scuola di Minab.
In Nigeria, la sicurezza del sistema scolastico è gravemente compromessa dai ripetuti rapimenti di scolari e insegnanti, un fenomeno allarmante che richiede indagini rapide e indipendenti.
Le politiche statali possono trasformare l’educazione in uno strumento di restrizione delle libertà. In Cina, le nuove leggi sull’unità etnica rischiano di aggravare profondamente le restrizioni in materia di libertà di istruzione, lingua e cultura per le minoranze residenti in Xinjiang, Mongolia Interna e Tibet.
Il diritto allo sviluppo sereno dei più giovani è minacciato da legislazioni regressive, come la nuova legge in Afghanistan che di fatto legittima i matrimoni precoci, aggravando l’agonia di donne e bambine. Allo stesso tempo, emergono nuove sfide nel mondo digitale, dove si rende necessaria la protezione dei bambini online attraverso restrizioni sui social media che siano però saldamente fondate sui diritti umani, un ambito per cui sono state sviluppate nuove linee guida sull’intelligenza artificiale e i diritti dei minori.

Nonostante queste gravi criticità, il rapporto evidenzia che l’educazione è anche la via principale per la guarigione e lo sviluppo sociale. Le Nazioni Unite sottolineano l’urgente necessità per i governi di investire nell’educazione, nella sanità e nel lavoro, al fine di combattere alla radice problemi sistemici come la corruzione e la violenza. Modelli virtuosi in questo senso esistono: nella Repubblica di Corea, ad esempio, città come Gwangju stanno concretamente migliorando la vita dei cittadini promuovendo politiche eque proprio in ambito educativo, oltre che nei trasporti e nella sanità.

La conclusione che emerge dal quadro internazionale è chiara: per prevenire i conflitti e disinnescare la disillusione delle nuove generazioni, è necessario abbandonare le “economie di guerra” per costruire “economie dei diritti umani”. Investire nella scuola e garantire l’accesso a un’educazione libera e sicura rimane il passo fondamentale per trasformare i diritti umani nella scala verso una vita migliore.

Durante le tre settimane di lavori, i 47 Stati membri del Consiglio, tra cui l’Italia, affronteranno alcune delle questioni umanitarie più urgenti del panorama internazionale. L’Alto Commissario presenterà aggiornamenti specifici e guiderà i dialoghi interattivi su diversi fronti critici, inclusa un’analisi delle tensioni in Medio Oriente legate agli attacchi dell’Iran contro Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania.

L’agenda prevede inoltre un’intensa serie di “dialoghi interattivi rafforzati” e indagini mirate su contesti nazionali ad alto rischio, tra cui:
Sudan ed Eritrea: confronti con la Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti per il Sudan e con il Relatore Speciale sulla situazione eritrea.
Corea del Nord: aggiornamenti da parte della Commissione d’Inchiesta sulle violazioni sistematiche nel Paese.
Mine antiuomo: una discussione dedicata per valutare l’impatto umanitario di questi ordigni e le relative violazioni del diritto internazionale.

Oltre alle emergenze geopolitiche, un ruolo centrale in questa 62ª sessione sarà ricoperto dai dibattiti tematici. Il Consiglio ospiterà diverse tavole rotonde (panel discussions) volte a esplorare l’intersezione tra diritti umani e sfide sociali contemporanee.

Un panel esplorerà le vie percorribili per incrementare i finanziamenti climatici, affrontando in modo diretto l’impatto negativo dei cambiamenti climatici sulla piena realizzazione dei diritti umani per tutte le popolazioni.
Saranno dedicate sessioni specifiche all’emancipazione di donne e ragazze attraverso lo sport, oltre a dibattiti profondi sulla lotta alla violenza domestica e, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia, il Consiglio discuterà del diritto al lavoro delle donne e della loro equa rappresentanza nei processi decisionali a livello globale.
Infine, una discussione tematica biennale si concentrerà sulla cooperazione tecnica e sul capacity-building: l’obiettivo è supportare gli Stati nel garantire a tutti i cittadini il raggiungimento del massimo standard possibile di salute fisica e mentale.

Attraverso queste fitte settimane di risoluzioni, dibattiti e relazioni di esperti indipendenti, il Consiglio mira a mantenere alta la pressione della comunità internazionale sulle violazioni in corso, cercando al contempo soluzioni strutturali per la tutela dei diritti umani universali.


Qui è possibile scaricare i materiali
in continuo aggiornamento
della 62° sessione:
https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/regular-sessions/session62/regular-session

Sicurezza democratica e diritti: la risposta europea alle crisi globali

Perché investire nella scuola, nell’alfabetizzazione civile e nella pace sociale è l’unico antidoto alla regressione democratica e alle narrative d’odio


“The New Democratic Pact for Europe in Times of Rupture” è il titolo del rapporto 2026 redatto dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset. Concepito per presentare un processo politico e strategico volto ad affrontare la regressione democratica e a rinnovare la governance in un’epoca continentale e globale definita “di rottura”, si presenta come tentativo di rispondere alle molteplici crisi contemporanee, dall’impatto prolungato della guerra in Ucraina alle tensioni economiche, fino alle sfide poste dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale, che rischiano di distorcere il dibattito pubblico.

Lo scopo centrale viene esplicitato direttamente nel testo, dove si afferma che “l’ambizione del Nuovo Patto Democratico per l’Europa è ricostruire la fiducia nelle istituzioni e rafforzare la resilienza democratica in un’epoca di crisi permanente”.
Interessante risulta la definizione di “sicurezza democratica”, sottolineando che l’Europa non deve scegliere tra sicurezza e democrazia, ma deve riconoscere che il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto è il miglior baluardo contro le minacce contemporanee.

All’interno di questo quadro di sicurezza democratica, il ruolo della scuola assume un’importanza strategica fondamentale. Il rapporto inquadra l’istruzione scolastica come la principale linea di difesa contro la manipolazione delle informazioni, partendo dal presupposto che “oggi la sfida non è trovare informazioni. È sapere a cosa credere”.
La scuola ha il compito di promuovere un’alfabetizzazione mediatica e digitale che non si limiti a singole iniziative, ma che si integri in modo sistemico nei curricula e nella formazione degli insegnanti.
L’istituzione scolastica deve sviluppare il pensiero critico e il giudizio etico degli studenti, utilizzando strumenti come il “Toolkit per una cultura scolastica democratica e inclusiva” per garantire approcci basati sull’evidenza e sul pluralismo. Come ricorda il rapporto, “l’educazione contrasta le bugie e l’odio su cui prospera la disinformazione”, trasformando le aule in spazi in cui si costruisce la fiducia e si impara a partecipare responsabilmente alla vita civica.

Strettamente connesso al ruolo della scuola vi è quello dell’educazione ai diritti umani, che il rapporto descrive come vera e propria “competenza democratica”.
L’obiettivo dell’educazione ai diritti umani è fornire ai giovani le conoscenze degli standard internazionali per permettere loro di partecipare attivamente e, soprattutto, di identificare e respingere ogni forma di discriminazione, sia essa offline o negli spazi digitali.
Questo approccio pedagogico mira ad attrezzare le nuove generazioni per riconoscere e resistere al razzismo, al sessismo, all’antiziganismo e alle narrative contro le persone LGBTI.
Attraverso documenti di riferimento come la Carta sull’educazione alla cittadinanza democratica e all’educazione ai diritti umani, questa forma di istruzione non si limita a trasmettere concetti giuridici astratti, ma traduce i principi di uguaglianza in pratiche vissute, permettendo ai cittadini di trasferire tali competenze all’interno delle proprie comunità.

Infine, il documento affronta il tema dell’educazione alla pace, declinandolo soprattutto come educazione alla coesistenza pacifica e al contrasto della polarizzazione interna.
Il Segretario Generale lancia un chiaro monito: “quando la forza inizia a sostituire il diritto tra gli Stati, la stessa logica si fa strada nelle nostre democrazie, indebolendo lo stato di diritto dall’interno”. Per arginare questa tendenza, educare alla pace significa costruire resilienza sociale e promuovere il dialogo interculturale, smontando le narrative d’odio che cercano capri espiatori nei gruppi minoritari o vulnerabili.

Iniziative specifiche del Consiglio d’Europa, come il programma “Gioventù per la Democrazia”, forniscono educazione civica e spazi di aggregazione che affrontano esplicitamente i temi della polarizzazione e della convivenza pacifica.
L’educazione alla pace si realizza quindi garantendo un’inclusione reale e assicurandosi che ogni individuo, a prescindere dal proprio background, si senta sicuro e in grado di partecipare alla società, poiché l’esclusione sociale e la disuguaglianza alimentano il risentimento e la radicalizzazione.


L’augurio di un’estate all’insegna della Pace

Pedalare verso un futuro diverso


Con l’arrivo dell’estate e la fine dell’anno scolastico, il tempo del riposo diventa un’occasione preziosa per continuare a coltivare, anche al di fuori delle aule, i valori su cui fondiamo la nostra educazione quotidiana. Quest’anno, uno spunto di riflessione ci arriva dal mondo dello sport: la 39ª edizione della celebre corsa ciclistica Maratona dles Dolomites ha scelto proprio “PAX”, la Pace, come tema centrale per il 2026.

Gli organizzatori della Maratona ci ricordano che la pace nasce da “piccoli gesti di solidarietà”. Sulle salite più dure o di fronte a una foratura, ciclisti fino a un attimo prima sconosciuti si fermano per aiutarsi a vicenda, perché conoscono bene “la solitudine sulla strada”. Questo è un messaggio potente da condividere con i nostri ragazzi: scegliere la pace significa rifiutarsi di fare l’abitudine alle tragedie del mondo e alle “guerre silenziose dell’ingiustizia economica”, rispondendo a tutto questo “con un colpo di pedale dopo l’altro”.

Il manifesto dell’evento sottolinea un concetto fondamentale per ogni educatore: “La pace la scegliamo nel momento in cui vedremo noi stessi guardando l’altro”. Nel ciclismo, come nella vita, la pace si realizza quando decidiamo di abbandonare la “corsia di sorpasso” per affiancare uno sconosciuto e chiedergli come sta. È il celebre gesto della borraccia condivisa tra i campioni del passato Bartali e Coppi: non importa chi l’abbia passata a chi, “basta il gesto”. In questa visione sportiva e umana, la montagna diventa un “simbolo di equità” dove migliaia di storie possono incontrarsi e respirare alla stessa altitudine.

Un aspetto molto interessante per l’educazione visiva e civica dei più giovani è il nuovo logo della Maratona PAX 2026, ideato da Manuel Bottazzo. Non è la classica e rassicurante bandiera della pace, i cui colori lineari rischiano oggi di svuotarsi di significato a causa dell’abitudine e dell’indifferenza. Nel nuovo logo c’è disordine e frattura: i colori si sono fusi e confusi per riflettere “il caos che abita il mondo e la mente delle persone”. Questo segno visivo vuole essere un “urlo silenzioso” che ci invita a guardare in faccia la frammentazione che ci circonda per provare, tutti insieme, a “ricostruire un ordine interiore”. Come ci ricorda la frase di Martin Luther King scelta per accompagnare l’iniziativa: “La vera pace non è semplicemente l’assenza di tensione; è la presenza della giustizia”.

Il nostro augurio per l’avvio di un tempo che ci porta alle vacanze estive è che ciascuno di noi, insegnante, studente o genitore, possa accogliere il bellissimo invito della Maratona: “pensare la pace, parlarne e agire”.
Che l’estate non sia solo un traguardo di riposo, ma un percorso quotidiano per “restituire senso ai simboli, forza alle parole, e luce alle coscienze”.

Buon cammino (o buona pedalata!) verso la pace, a tutti voi.