Archivi categoria: News

Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo

Buon avvio dell’anno scolastico


Cari dirigenti scolastici, docenti e personale della scuola,

l’inizio di un nuovo anno scolastico ci chiama a rinnovare il nostro patto educativo. Quest’anno, per inaugurare il cammino delle nostre comunità, abbiamo scelto di affidarci ad un volto e a un messaggio molto significativi: “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.”

In questa celebre sintesi di Malala Yousafzai troviamo il senso profondo del lavoro che ogni giorno svolgete all’interno delle geometrie complesse e affascinanti delle nostre scuole. Ogni istituto non è solo un luogo di trasmissione del sapere, ma il più importante laboratorio di pace, di educazione civica e di diritti umani a nostra disposizione.

Questo è il solco tracciato dal fondatore dell’EIP, Jacques Mühlethaler, che nei suoi Principi universali di educazione civica ha scritto: “L’École apprend à l’enfant à vaincre son égoïsme. Elle lui fait comprendre que l’humanité ne peut progresser que par des efforts personnels et l’active collaboration de tous”. La scuola, dunque, insegna a superare l’egoismo e fa comprendere che il progresso dell’umanità si fonda sull’impegno personale e sulla collaborazione attiva di tutti.

A voi dirigenti scolastici, chiamati a governare la complessità della scuola e a guidare le vostre comunità, va l’augurio di continuare a costruire luoghi inclusivi, capaci di accogliere tutti e di valorizzare le diversità, affinché la scuola sia sempre di più una comunità educante.

A voi docenti, spetta il delicato compito di tradurre quel “libro” e quella “penna” in strumenti di liberazione. Il vostro lavoro quotidiano, essenziale per lo sviluppo dei ragazzi, è un atto concreto di educazione alla pace. Siete voi a trasformare le aule in spazi dove si sperimenta il rispetto dei diritti.

A voi personale della scuola, colonna portante dell’organizzazione scolastica, va il nostro più profondo ringraziamento. Senza il vostro presidio costante, dagli uffici amministrativi all’accoglienza e all’assistenza quotidiana, quella “collaborazione attiva di tutti” auspicata da Mühlethaler non potrebbe semplicemente realizzarsi. Voi garantite lo spazio, i servizi e il clima entro cui la didattica prende forma in sicurezza e serenità.

Come Associazione, continueremo a camminare al vostro fianco, supportando questo instancabile sforzo corale che rende ogni scuola un vero strumento di pace.

Buon inizio dell’anno scolastico a tutti voi!

Anna Paola Tantucci
Presidente EIP Italia Scuola strumento di pace ETS

Ubi Europa, ibi humanitas. Europa, id est patria, domus propria, sedes nostra

Pubblicato il bando per la XV edizione del Certamen latinum dedicato a Vittorio Tantucci


In occasione della celebrazione dei Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957 ed entrati in vigore il 1° gennaio 1958 – accordi storici che, con la nascita della CEE e dell’EURATOM, hanno gettato le basi dell’odierna Unione Europea – e in concomitanza con l’80° anniversario della Repubblica Italiana (1946-2026), il tema del Certamen latinum invita a una profonda riflessione sui fondamenti identitari e democratici della nostra società.

L’appartenenza all’Europa si traduce nell’esperienza condivisa di uno spazio di libertà, tutela dei diritti, cultura e pluralità. Questo ecosistema valoriale affonda le radici in un percorso millenario che dall’ideale classico di humanitas giunge fino ai grandi valori della nostra Carta Costituzionale del 1948 e ai Trattati comunitari del 1957.

La costruzione dell’identità europea si intreccia indissolubilmente con la nascita della nostra democrazia: la Repubblica Italiana e l’Unione Europea condividono una matrice etica, fondata sul rispetto della dignità umana, dialogo interculturale e costante perseguimento della pace e della giustizia. 

Tuttavia, sia l’Europa che la Repubblica non sono eredità statiche del passato, ma progetti dinamici affidati all’impegno quotidiano dei cittadini.

Attraverso la composizione latina, studentesse e studenti sono invitati a declinare, con creatività e rigore critico, il significato che l’ideale classico della humanitas assume oggi nelle istituzioni democratiche e comunitarie e a ripensare come esso possa offrire orientamenti etici e risposte concrete alle grandi sfide contemporanee, quali la salvaguardia dei diritti fondamentali e la difesa delle istituzioni democratiche, l’inclusione sociale e la solidarietà internazionale, la promozione della pace e la sostenibilità ambientale, l’esercizio consapevole e critico della cittadinanza digitale.


PER STUDENTI DEL SECONDO CICLO DI ISTRUZIONE

prima sezione (secondo biennio e quinto anno)

Riservata agli studenti del secondo biennio e del quinto anno delle scuole secondarie di II grado con insegnamento della lingua latina (liceo classico, scientifico, delle scienze umane e altri indirizzi dove sia previsto nell’ambito del curricolo dell’autonomia).
Il Certamen Latinum “Vittorio Tantucci” per gli studenti del secondo biennio e del quinto anno è riconosciuto come competizione per la valorizzazione delle eccellenze dal DM 108 del 4 giugno 2024.
I nominativi degli studenti vincitori, previo consenso degli interessati, sono pubblicati nell’Albo nazionale delle eccellenze sul sito dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE), secondo quanto previsto dall’articolo 7 del DLgs 262/2007.
Inoltre, ai sensi dell’articolo 4 del DLgs 262/2007 sono previsti incentivi per gli studenti che raggiungono elevate prestazioni nella competizione: tali incentivi saranno determinati con successivi provvedimenti dal MIM, al termine delle operazioni di rilevazione degli esiti delle diverse competizioni. Le risorse finanziarie saranno poi assegnate alle scuole frequentate dagli studenti meritevoli, affinché possano dare visibilità e valorizzazione nell’intera comunità scolastica e offrire esempi concreti di riconoscimento. 

seconda sezione (primo biennio)

Riservata agli studenti del primo biennio delle scuole secondarie di II grado con insegnamento della lingua latina (liceo classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane e altri indirizzi dove sia previsto nell’ambito del curricolo dell’autonomia).
Le finalità specifiche  della  seconda  sezione sono le seguenti:
– avvicinare gli studenti del primo biennio dei Licei ai valori della cultura classica;
– trattare in chiave laboratoriale la tematica proposta;
– incentivare la riflessione personale sugli obiettivi portanti dell’Agenda 2030 e dei Principi universali di educazione civica;
– favorire l’inclusione, anche attraverso il dialogo fondato su collaborazione e interazione tra diversi linguaggi (verbale, iconico, visivo etc.), al fine di rafforzare lo scambio di buone prassi tra i Licei italiani ed europei.

Regolamento di partecipazione (per entrambe le sezioni)

Per la partecipazione ad entrambe le sezioni, ciascuna scuola può presentare esclusivamente i seguenti tipi di lavoro:
1. componimento latino in poesia, comprendente non meno di 20 versi, accompagnato da una traduzione italiana di carattere poetico;
2. componimento latino in prosa con traduzione italiana (massimo 800 battute), concernente una riflessione critica sul tema proposto;
3. elaborato multimediale in latino con traduzione italiana: ad esempio, sceneggiatura o drammatizzazione di un testo classico in versi o in prosa sul tema proposto in formato multimediale, della durata massima di 10 minuti, a cura di un singolo o di un gruppo di studenti.

Ciascuna delle scuole partecipanti, secondo criteri interni autonomamente definiti e documentati, organizza le modalità di selezione di un unico lavoro da presentare alla competizione nazionale, per una sola delle due sezioni.
L’invio dell’opera deve essere fatto esclusivamente dalla scuola (non sono ammesse opere inviate privatamente da studenti) e ogni scuola può partecipare con una sola opera. 
Ciascuna scuola deve inviare la propria opera in modalità digitalizzata, unitamente alla scheda di partecipazione allegata al Bando (allegato A) entro e non oltre il 15 marzo 2027 all’indirizzo email sirena_eip@fastwebnet.it, anche attraverso l’utilizzo di piattaforme di trasferimento dati (ad esempio: WeTransfer, ecc.). 

I vincitori della prima e seconda sezione, scelti ad insindacabile giudizio della Giuria, riceveranno i seguenti premi in denaro:

Sezione primo biennioSezione secondo biennio
e quinto anno
Primo classificato€ 200,00€ 300,00
Secondo classificato€ 150,00€ 200,00
Terzo classificato€ 100,00€ 100,00

Sono previste Menzioni d’onore ai meritevoli.
A tutti gli studenti partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione, valido per l’inserimento nel Curriculum dello studente.
Ai docenti coordinatori sarà rilasciato un attestato valido come credito professionale.


PER DOCENTI E STUDIOSI DI LINGUA LATINA

Il Certamen Latinum “Vittorio Tantucci” per docenti e studiosi di lingua latina richiede ai partecipanti di presentare un componimento in versi in lingua latina su un tema liberamente scelto.
I concorrenti possono presentare un unico componimento, necessariamente originale: non deve aver già conseguito un riscontro ufficiale in altre prove analoghe, come premi o pubbliche menzioni, ovvero essere già stato diffuso, anche attraverso social media.
Inoltre, si specifica quanto segue:
– il componimento deve comprendere non meno di 50 e non più di 100 versi;
– il testo deve essere scritto al computer (non saranno accettati testi scritti a mano);
– il testo inviato deve risultare anonimo, senza indicazione dei propri dati anagrafici e deve essere contrassegnato da un “motto”, autonomamente scelto, senza alcun altro segno di possibile riconoscimento;
– nel plico inviato alla Segreteria del Certamen deve essere presente, unitamente al proprio componimento, una busta chiusa riportante il “motto”, all’interno della quale sarà racchiusa una scheda con l’indicazione di nome e cognome del concorrente, recapito e numero di telefono, indirizzo di posta elettronica.

I criteri di valutazione utilizzati dalla Giuria sono essenzialmente fondati sulla correttezza formale e lo spessore valoriale dei contenuti. 
I componimenti in versi devono essere inviati in cinque copie cartacee e su supporto digitale (pendrive) in formato .pdf e in formato .docx, unitamente alla scheda anagrafica custodita in busta chiusa, entro e non oltre il 15 marzo 2027 (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo:
Segreteria del Certamen Latinum “Vittorio Tantucci”
Via Edoardo Maragliano, 26 – 00151 Roma

Il vincitore, secondo la graduatoria e a insindacabile giudizio della Giuria, riceverà un premio in denaro di € 300,00.
Sono previste menzioni d’onore ai meritevoli.


Il docente tra ricerca, responsabilità e comunità

In uscita agli inizi di settembre il volume di Francesco Rovida Nelle geometrie della scuola. Legislazione scolastica e prassi educativa


Pubblichiamo la Presentazione del volume della Presidente EIP Anna Paola Tantucci:

In un’epoca storica segnata da rapide e profonde trasformazioni, nonché da un’inedita complessità del tessuto sociale e relazionale, il compito assegnato alle istituzioni educative assume un’importanza del tutto cruciale in quanto Il sistema scolastico rappresenta, nella sua complessa architettura istituzionale e pedagogica, l’organizzazione cardine al servizio della formazione integrale della persona umana. La scuola, infatti, non può limitare il proprio mandato alla mera trasmissione di saperi disciplinari astratti o alla rincorsa di un’efficienza puramente quantitativa. Al contrario, essa è chiamata a fornire alle nuove generazioni gli strumenti intellettuali, culturali ed etici necessari per affrontare le sfide del presente, educando alla responsabilità e alla partecipazione democratica. In questo quadro, la costruzione comune della scuola e della società si rivela un processo inscindibile e bidirezionale: l’istituzione scolastica si configura come un vero e proprio laboratorio vivo di cittadinanza, dove il valore dell’impegno civico viene coltivato quotidianamente attraverso l’esperienza della convivenza, l’interiorizzazione delle regole democratiche e la consapevolezza profonda dei diritti e dei doveri di ciascuno.

È proprio a fronte di questa ineludibile complessità che la missione originaria della scuola riafferma tutta la sua urgenza e centralità. Questa prospettiva si pone in profonda e naturale sintonia con i principi che animano l’Associazione Ecole Instrument de Paix (EIP) fin dalla sua fondazione, avvenuta a Ginevra nel 1968 ad opera di Jacques Mühlethaler e Jean Piaget. Da decenni, l’obiettivo prioritario del nostro impegno associativo è la formazione integrale della persona, traguardo perseguito attraverso la promozione costante e instancabile dei principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel corso di questo lungo cammino, abbiamo sempre riconosciuto nella scuola l’unica istituzione di respiro planetario realmente in grado di farsi carico di un’opera di autentica trasformazione individuale e sociale rispetto a questi valori fondamentali. Lo scopo primario del fare scuola coincide, nella sua essenza più autentica, con l’educazione ai diritti, all’equità e alla pace.

All’interno di questo delicato processo di maturazione civica, la normativa e l’organizzazione scolastica, analizzate con estremo rigore e grande competenza dall’autore  nel presente volume, non devono in alcun modo essere interpretate come un apparato burocratico opprimente o come un ostacolo formale all’azione didattica. Il diritto scolastico rappresenta, al contrario, il presidio di garanzia dei diritti inalienabili degli studenti e il fondamento costituzionale su cui si regge l’equità dell’intero sistema. 

In questo quadro, il ruolo del docente riveste un’importanza fondamentale nell’ambito delle azioni formative ed educative che il sistema scuola è chiamato a porre in essere.

Un’organizzazione scolastica trasparente non è un fine in sé, ma diviene lo strumento necessario per elevare il progetto educativo a servizio pubblico effettivo, assicurando che le procedure amministrative operino sempre a tutela dell’inclusione, del pluralismo e del successo formativo di ogni alunno. La Costituzione della Repubblica, come ben evidenziato nel testo, costituisce il primo e più organico progetto educativo della nazione.

Al centro di questo orizzonte, in cui si intrecciano inestricabilmente norme, modelli organizzativi e intenti pedagogici, si colloca il ruolo vitale dei docenti. Gli insegnanti sono chiamati ad agire non come semplici esecutori, ma come professionisti colti, figure chiave per la trasformazione educativa e sociale, così come delineato anche dalle prospettive tracciate nel recente Rapporto UNESCO Re-immaginare i nostri futuri insieme che sollecita tutti noi, attraverso domande e riflessioni sull’educazione e sul suo futuro sviluppo, a immaginare modi nuovi o diversi di partecipare alla vita collettiva, attraverso i quali ciascuno possa essere costruttore di percorsi capaci di cambiare ciò che nella situazione attuale suscita preoccupazione.

Di fronte alle sfide e alle crisi attuali (cambiamenti tecnologici epocali, crisi climatica, conflitti sociali e mondiali, ampliamento delle disuguaglianze), la speranza è rappresentata dalle grandi possibilità di accesso alla conoscenza e di collaborazione. Per queste ragioni, UNESCO propone una trasformazione dell’educazione fondata su un nuovo contratto e su una serie di proposte concrete.

Affinché questa trasformazione sia possibile e duratura, occorre tuttavia avviare una profonda e concreta riflessione sulle modalità con cui oggi si intende la valorizzazione della professione docente. Negli ultimi anni si è purtroppo assistito al diffondersi di una tendenza strutturale che punta a premiare o incentivare gli insegnanti quasi esclusivamente per le attività accessorie, spesso del tutto estranee all’insegnamento diretto. Si tende a riconoscere il merito per l’assunzione di incarichi organizzativi, ruoli di staff, funzioni di coordinamento gestionale o per la partecipazione a innumerevoli progetti collaterali, promuovendo di fatto una visione della docenza che appare sempre più distante dall’azione didattica reale che si svolge ogni giorno nelle aule.

Risulta perciò urgente ripartire dalla fondamentale considerazione che un docente è meritevole in quanto tale, e deve essere sostenuto e valorizzato in primo luogo sulla base del suo lavoro di insegnamento e della sua straordinaria capacità di incidere sulla crescita formativa degli alunni. La sfera professionale della didattica, la responsabilità etica di curare la propria disciplina come un corpo vivo e in continua evoluzione, e la competenza nell’agire come ricercatori capaci di costruire il miglior ambiente di apprendimento possibile, devono tornare a rappresentare il fulcro autentico del riconoscimento professionale. 

Occorre dare senso e valore alla formazione, all’essere maestri .

I docenti sono professionisti e dovrebbero essere continuamente animati dal desiderio e dall’esigenza di aggiornare e condividere il proprio bagaglio di conoscenze, competenze ed esperienze. 

Il valore intrinseco dei percorsi formativi ruota su tre assi fondamentali: la disciplina di insegnamento, l’azione di trasmettere/comunicare/condividere, la dimensione della comunità di pratica tra docenti.

La disciplina è un corpo vivo di cui avere cura e, per non “farla invecchiare”, è necessario mantenere con le materie d’insegnamento un rapporto di dialogo continuo, senza cadere nella tentazione di considerare poco rilevante quanto appreso nel percorso di formazione di base disciplinare. Inoltre, mantenere un atteggiamento interessato e curioso passa come un messaggio fondamentale per gli studenti: avere “maestri” (un termine bello e nobile) che trasmettono questa forma mentis è già un insegnamento in sé.

Per trasmettere/comunicare/condividere in modo adeguato è fondamentale capire il contesto diverso, la società diversa, gli stili di apprendimento diversi. Gli studenti lavorano sui PC, vivono con gli (e per gli) smartphone in un contesto di apprendimento, anche informale, di cui dobbiamo tenere conto e con il quale un docente si deve misurare, in una rivisitazione continua dell’approccio didattico. In questo campo il coraggio e la capacità di sperimentazione non corrispondono a improvvisazione. 

L’esperienza pandemica ci ha trasmesso il valore e la necessità di tenere «la valigetta degli attrezzi» sempre pronta per essere in grado di gestire la complessità. Si parla sempre più spesso di laboratori e didattica laboratoriale, ambienti di apprendimento, edificio apprenditivo: espressioni che vanno intese nella direzione di ricerca e sperimentazione di forme di interazione educativa capaci di intercettare l’interesse e il coinvolgimento dei ragazzi. Nulla di nuovo, se pensiamo alla ricerca didattica di Don Lorenzo Milani.

Un docente competente non è un tecnico che applica curricoli pensati da altri, ma è un ricercatore che interroga l’esperienza a partire da teorie apprese e cerca per ogni situazione di realizzare il migliore ambiente di apprendimento possibile. 

I grandi «maestri», quelli che hanno costituito il riferimento per molti giovani docenti, sono quelli che hanno concepito l’essere in classe con gli alunni come responsabilità a cercare le migliori strategie possibili e a questo scopo hanno interpretato il loro ruolo in termini di una continua ricerca. 

Dal punto di vista degli insegnanti assumere un atteggiamento di ricerca nel proprio lavoro e adottarne i metodi significa quindi porsi con maggior consapevolezza di fronte alla propria pratica, sviluppando così responsabilità e autonomia.

La dimensione comunitaria della formazione, intesa come condivisione continua a livello personale e a livello degli organi collegiali non è, alla prova dei fatti, un dato connaturato all’esperienza stessa della professionalità docente, non poche volte connotata da aspetti di chiusura e solitudine, ricercata o imposta. Può diventare un obiettivo da raggiungere, anche considerando che tutti gli studi mettono in luce come il clima organizzativo influenzi, direttamente o indirettamente, gli esiti degli apprendimenti, soprattutto in contesti caratterizzati da difficoltà di ordine socio-economico.

Restituendo piena dignità all’atto dell’insegnare e sostenendo i docenti per il loro inestimabile lavoro quotidiano con gli studenti, il sistema normativo e scolastico potrà dirsi realmente orientato alla crescita delle persone e al servizio del futuro della nostra società.

Anna Paola Tantucci
Presidente nazionale EIP Italia Scuola strumento di pace ETS


Coltivare talenti, costruire futuro

Giornata mondiale delle competenze dei giovani15 luglio


Ogni anno, il 15 luglio, si celebra la Giornata mondiale delle competenze dei giovani (World Youth Skills Day), istituita dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’istruzione, della formazione e dello sviluppo delle competenze come strumenti essenziali per favorire l’inclusione, l’occupazione e la crescita delle nuove generazioni.

Oggi più che mai, in un mondo in continua trasformazione, segnato dall’innovazione tecnologica, dalla transizione digitale, dai cambiamenti climatici e da nuove sfide economiche e sociali, investire nei giovani significa investire nel futuro dell’intera collettività. In questo scenario, le competenze rappresentano un patrimonio fondamentale non solo per accedere al mondo del lavoro, ma anche per partecipare in modo consapevole alla vita della società.

Tuttavia, educare non significa semplicemente trasmettere nozioni. Al contrario, come affermava il pedagogista brasiliano Paulo Freire, «L’educazione non cambia il mondo: cambia le persone che cambiano il mondo.» La formazione diventa, quindi, un processo che accompagna ogni individuo nella costruzione della propria identità, nello sviluppo dell’autonomia e nella capacità di interpretare criticamente la realtà.

Di conseguenza, accanto alle competenze tecniche e digitali, assumono un’importanza crescente anche le cosiddette competenze non cognitive e trasversali, come la comunicazione, la collaborazione, il pensiero critico, la creatività, la resilienza e la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Sono proprio queste abilità, infatti, che permettono ai giovani di affrontare contesti sempre più complessi e in continua evoluzione.

In quest’ottica, assume particolare rilievo anche il concetto di benessere eudaimonico. A differenza, infatti, di una visione centrata esclusivamente sulla ricerca del piacere o della soddisfazione immediata, la prospettiva eudaimonica si focalizza su quei fattori, come le virtù, che favoriscono lo sviluppo e la piena realizzazione delle potenzialità individuali. Ne consegue che educare implica creare le condizioni affinché ogni giovane possa scoprire i propri talenti, coltivarli e metterli al servizio della comunità, costruendo un percorso di vita autentico e significativo.

Del resto, ogni ragazza e ogni ragazzo possiedono capacità, interessi e aspirazioni differenti. Per questa ragione, è fondamentale promuovere una scuola inclusiva, una formazione di qualità e opportunità di apprendimento permanente, capaci di valorizzare le diversità e di offrire a tutti gli strumenti necessari per esprimere il proprio potenziale.

Non a caso, lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry ricordava che «Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.» Le sue parole invitano gli adulti a non perdere di vista la curiosità, la fantasia e la capacità di immaginare il futuro, qualità che caratterizzano l’età giovanile e che rappresentano una preziosa risorsa per l’innovazione.

D’altra parte, la storia dimostra che molte delle più importanti trasformazioni culturali, scientifiche e sociali sono nate proprio dall’entusiasmo e dalla determinazione delle nuove generazioni. Spesso, infatti, i giovani hanno avuto il coraggio di mettere in discussione modelli consolidati, proponendo nuove idee e nuove soluzioni ai problemi del loro tempo.

Oggi, però, crescere significa anche confrontarsi con sfide sempre più articolate: la crisi climatica, l’intelligenza artificiale, le trasformazioni del mercato del lavoro, la diffusione dei social media e l’incertezza economica richiedono competenze nuove e una formazione continua. Per affrontare efficacemente questi cambiamenti, diventa essenziale imparare non solo a utilizzare le tecnologie, ma anche a farne un uso responsabile, etico e consapevole.

In questo contesto, anche Giacomo Leopardi, pur riflettendo sulla complessità della condizione umana, riconosceva il valore dell’immaginazione come forza capace di superare i limiti del presente. Proprio questa capacità di guardare oltre l’orizzonte immediato rende i giovani protagonisti del cambiamento e motore dell’innovazione.

Per questo motivo, la Giornata mondiale delle competenze dei giovani non coinvolge soltanto gli studenti o chi si affaccia al mondo del lavoro, ma chiama in causa l’intera società. Famiglie, scuole, università, istituzioni, imprese e associazioni condividono, infatti, la responsabilità di creare ambienti nei quali i giovani possano crescere, sperimentare, sbagliare, imparare e costruire il proprio futuro con fiducia.

In definitiva, investire nelle nuove generazioni significa rafforzare il capitale umano di una comunità, promuovere l’innovazione e favorire uno sviluppo più equo e sostenibile. Ogni opportunità formativa, ogni talento valorizzato e ogni competenza acquisita, infatti, rappresentano un investimento destinato a produrre benefici non solo per il singolo individuo, ma per l’intera società.

In conclusione, il 15 luglio ricorda che i giovani non sono soltanto i cittadini di domani, ma protagonisti del presente. Perciò, ascoltarne le idee, sostenerne i percorsi di crescita e offrire loro gli strumenti per realizzare le proprie potenzialità significa costruire una società più inclusiva, dinamica e capace di affrontare con fiducia le sfide del futuro.

Come suggello di questo messaggio, Pablo Neruda scriveva: «Potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera.» Allo stesso modo, quando vengono sostenuti da un’educazione di qualità e da reali opportunità di crescita, i giovani continuano a rappresentare la forza più autentica del cambiamento e della speranza.

Prof.ssa Italia Martusciello

Disability Pride: dall’invisibilità all’orgoglio, un percorso di diritti, cultura e inclusione

Luglio è il mese del Disability Pride, un’occasione dedicata alla valorizzazione delle persone con disabilità, alla promozione dei diritti e alla costruzione di una società autenticamente inclusiva


L’espressione “Disability Pride”, letteralmente “orgoglio disabile”, nasce dalla volontà di superare una visione della disabilità fondata esclusivamente sul limite, sulla mancanza o sulla dipendenza. L’orgoglio, infatti, non significa ignorare le difficoltà che molte persone affrontano ogni giorno, bensì affermare che la disabilità è una delle tante espressioni della diversità umana e che nessuno dovrebbe essere definito esclusivamente dalla propria condizione.
Per molto tempo, la disabilità è stata raccontata attraverso uno sguardo esterno: la persona veniva identificata con il proprio deficit, anziché con la propria storia, le proprie competenze, i propri desideri e il contributo che può offrire alla comunità. Proprio per questo, il Disability Pride si propone di cambiare questa narrazione, promuovendo il passaggio dalla persona “da assistere” alla persona “titolare di diritti”, dall’invisibilità alla piena partecipazione sociale.
In questo contesto, uno dei cambiamenti più significativi nel modo di interpretare la disabilità è rappresentato dal passaggio dal modello medico al modello sociale. Secondo il modello medico, la difficoltà risiede prevalentemente nella condizione individuale della persona. Al contrario, il modello sociale, sviluppato anche grazie ai movimenti per i diritti delle persone con disabilità, sposta l’attenzione sulle barriere fisiche, culturali e sociali che limitano la partecipazione e generano esclusione.
Da questa prospettiva emerge anche il pensiero del filosofo e pedagogista John Dewey, secondo cui una comunità democratica è realmente tale quando consente a tutti i suoi membri di partecipare attivamente alla vita collettiva. L’inclusione, pertanto, non consiste nell’adattare le persone a un sistema già esistente, ma nel costruire contesti capaci di accogliere la pluralità delle esperienze.
Parallelamente, il Disability Pride trova solide radici anche nella riflessione filosofica contemporanea. La filosofa Martha Nussbaum, attraverso il suo Approccio delle Capacità (Capabilities Approach), sostiene che una società giusta non debba limitarsi a garantire gli stessi diritti sulla carta, ma debba creare le condizioni affinché ogni individuo possa sviluppare le proprie potenzialità e partecipare pienamente alla vita sociale. Di conseguenza, l’inclusione non rappresenta un gesto di solidarietà o di benevolenza, bensì una vera e propria questione di giustizia sociale.
Nello stesso solco si inserisce il pensiero del filosofo Axel Honneth, che evidenzia come il riconoscimento da parte degli altri sia fondamentale nella costruzione dell’identità personale. L’esclusione e la discriminazione, infatti, non producono soltanto svantaggi materiali, ma incidono profondamente sulla dignità e sulle relazioni umane. Per questo motivo, il Disability Pride rappresenta una richiesta di riconoscimento: vedere le persone con disabilità nella loro complessità, non come simboli di fragilità, ma come cittadini, lavoratori, studenti, artisti, e protagonisti della vita sociale.
Non a caso, la scelta di celebrare il Disability Pride nel mese di luglio è legata a una data simbolica. Il 26 luglio 1990 venne infatti firmato negli Stati Uniti l’Americans with Disabilities Act (ADA), una delle più importanti leggi sui diritti civili delle persone con disabilità. Grazie a questa normativa, sono state introdotte tutele fondamentali contro la discriminazione nell’accesso al lavoro, all’istruzione, ai servizi pubblici e agli spazi comuni, trasformando l’ADA in un punto di riferimento internazionale e contribuendo alla diffusione di un movimento che ancora oggi promuove accessibilità, partecipazione e pari opportunità.
A rappresentare visivamente questi valori vi è la bandiera del Disability Pride, ideata da Ann Magill. Le sue linee diagonali simboleggiano il percorso verso il cambiamento e il superamento delle barriere, mentre i diversi colori richiamano la varietà delle esperienze e delle condizioni presenti all’interno della comunità delle persone con disabilità. In altre parole, il suo messaggio è semplice ma profondo: persone con storie differenti unite dalla richiesta comune di pari dignità, diritti e riconoscimento.
Anche in Italia, il Disability Pride ha contribuito a promuovere una nuova cultura della disabilità. Nel 2015 nasce a Ragusa l’esperienza di Handy Pride, che negli anni coinvolge numerose città italiane e favorisce la nascita del Disability Pride Network. Grazie a queste iniziative, il racconto pubblico della disabilità è progressivamente cambiato, spostando l’attenzione dalla sola assistenza alla partecipazione attiva e dando finalmente voce alle persone che vivono direttamente questa esperienza.
In questo senso, il principio internazionale “Nulla su di noi senza di noi” sintetizza efficacemente la filosofia del movimento: ogni scelta che riguarda le persone con disabilità deve prevedere il loro coinvolgimento diretto.

Infine, il Disability Pride ci invita a porci una domanda fondamentale: che tipo di società vogliamo costruire? Una società inclusiva non è quella che si limita a consentire l’accesso a spazi progettati per altri, ma quella che nasce fin dall’inizio pensando alla diversità come elemento naturale della convivenza. Come ricordava il pedagogista Paulo Freire, l’educazione autentica si fonda sul dialogo e sul riconoscimento reciproco. Di conseguenza, nessuna persona deve essere considerata destinataria passiva di interventi, ma protagonista del proprio percorso di vita.
In conclusione, il Disability Pride è molto più di una ricorrenza: è un invito culturale, civile e sociale a riconoscere il valore delle differenze, abbattere le barriere e costruire comunità nelle quali ogni persona possa partecipare pienamente. Perché, in definitiva, l’inclusione non riguarda soltanto le persone con disabilità: riguarda il modo in cui scegliamo di essere società e il futuro che desideriamo costruire insieme.

Il “Muro della Fama” degli insegnanti: a Emporia, Kansas, la memoria diventa futuro per la professione docente

Un luogo dove gli insegnanti entrano nella storia e il valore della scuola diventa patrimonio collettivo


A Emporia, nel Kansas, esiste uno spazio che racconta una storia di grande significato: quella degli insegnanti che hanno dedicato la propria vita alla formazione delle nuove generazioni. 
È il National Teachers Hall of Fame, l’unico museo negli Stati Uniti interamente dedicato alla celebrazione della professione docente, nato per riconoscere, valorizzare e preservare il contributo di chi ogni giorno costruisce il futuro attraverso l’educazione.
Fondato nel 1989 grazie alla collaborazione tra la Emporia State University, l’associazione degli ex studenti dell’università, la città di Emporia, il distretto scolastico locale e la Camera di Commercio dell’area, il National Teachers Hall of Fame rappresenta molto più di un museo: è uno spazio dedicato alla memoria educativa, in cui la figura dell’insegnante viene riconosciuta come elemento essenziale per la crescita culturale, sociale e democratica di una comunità.

All’interno del National Teachers Hall of Fame Museum trova spazio il Wall of Fame, il “Muro della Fama” dedicato agli insegnanti. Non è una semplice raccolta di nomi o riconoscimenti, ma una narrazione collettiva della scuola: ogni volto, ogni targa e ogni testimonianza raccontano percorsi professionali costruiti attraverso passione, competenza, innovazione didattica e responsabilità educativa.
Il messaggio che emerge è chiaro: un insegnante non si limita a trasmettere conoscenze, ma crea opportunità, sostiene talenti, accompagna le fragilità e contribuisce alla formazione dei cittadini di domani.
Il muro diventa così un archivio della memoria scolastica, una raccolta di esperienze che dimostrano come l’educazione possa trasformare la vita delle persone e incidere sullo sviluppo delle comunità.
Ogni anno, nel mese di giugno, il National Teachers Hall of Fame seleziona e celebra cinque docenti della scuola primaria e secondaria distintisi per eccellenza professionale, dedizione e capacità di innovare la propria pratica educativa.
Dal primo riconoscimento assegnato nel 1992, oltre 130 educatori provenienti da numerosi Stati americani e dal Distretto di Columbia sono entrati nella Hall of Fame, diventando testimoni di una professione considerata strategica per il futuro del Paese.
La selezione non si basa soltanto sui risultati scolastici, ma prende in considerazione la capacità di creare ambienti di apprendimento inclusivi, promuovere il successo degli studenti, sviluppare nuove metodologie e interpretare la scuola come spazio di crescita della persona.
Tra le esperienze valorizzate negli ultimi anni emergono anche percorsi legati a temi centrali nella scuola contemporanea, come il benessere psicologico degli studenti, l’attenzione alla salute emotiva, l’inclusione e la costruzione di comunità scolastiche accoglienti e sicure.
Un esempio significativo riguarda i docenti che hanno integrato il benessere nella pratica quotidiana dell’insegnamento, promuovendo maggiore attenzione alla dimensione emotiva dell’apprendimento. Una testimonianza di come la scuola non possa occuparsi soltanto di conoscenze e competenze, ma debba prendersi cura della persona nella sua complessità.
Il National Teachers Hall of Fame non è soltanto uno spazio celebrativo. All’interno del campus della Emporia State University, presso Visser Hall, ospita un museo, un centro di risorse per gli insegnanti e ambienti dedicati alla storia dell’educazione.
I visitatori possono osservare targhe commemorative, materiali dedicati ai docenti premiati, strumenti didattici storici e una ricostruzione di un’aula scolastica del passato, simbolo dell’evoluzione della scuola e del ruolo dell’insegnante nella società.
Gli educatori inseriti nella Hall of Fame ricevono diversi riconoscimenti simbolici: una targa con il proprio nome e la propria storia professionale, un’esposizione permanente nel museo nazionale, un premio artistico in bronzo e altri elementi celebrativi che testimoniano il valore del loro contributo.
Il “Muro della Fama” di Emporia ricorda che dietro ogni trasformazione educativa c’è sempre una relazione fondamentale: quella tra un insegnante e i suoi studenti. È da questo legame, spesso silenzioso ma profondo, che nasce la costruzione di una comunità più consapevole, inclusiva e democratica.

Per maggiori informazioni consulta il sito ufficiale.

Prof.ssa Italia Martusciello

Oltre l’accesso: il diritto all’educazione come strumento di emancipazione

L’analisi del rapporto presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani: pedagogia, curricolo e valutazione sotto la lente del diritto internazionale.


La sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, riunitasi a Ginevra nel giugno 2026, ha segnato un momento di riflessione anche sulle politiche scolastiche globali. L’intervento della Relatrice Speciale sul diritto all’educazione, Farida Shaheed, ha impresso una svolta cruciale al dibattito istituzionale: il diritto all’istruzione non può più essere misurato esclusivamente in termini di tassi di iscrizione o di semplice accesso agli edifici scolastici. La vera sfida contemporanea, che interroga direttamente le architetture normative e le prassi didattiche, risiede nella qualità, nella flessibilità e nella natura stessa del patto educativo.

Il rapporto presentato alle Nazioni Unite si addentra nel cuore dell’azione didattica, analizzando il curricolo, le pratiche pedagogiche e la valutazione non come strumenti tecnici, ma come elementi costitutivi del diritto umano all’educazione. Viene respinta con forza l’idea di una scuola concepita come catena di montaggio per il mercato del lavoro o come rigido sistema di classificazione. Al contrario, si ribadisce l’urgenza di adottare un approccio basato sui diritti umani, in cui la progettazione curricolare diventi lo spazio privilegiato per costruire reale inclusione e partecipazione.

Questo orientamento internazionale converge in modo del tutto naturale con i principi della progettazione universale dell’apprendimento. La Relatrice Speciale ha infatti sottolineato come i modelli pedagogici debbano essere intrinsecamente flessibili e orientati a chi apprende, capaci di equipaggiare le nuove generazioni non solo con nozioni astratte, ma con le competenze critiche, i valori e la resilienza necessari per navigare una realtà globale sempre più complessa. L’educazione deve mirare al pieno sviluppo della persona e alla costruzione di una pace duratura, trasformandosi in una pratica quotidiana di convivenza civile e tutela della dignità umana.

Uno dei passaggi più incisivi del documento riguarda la severa critica mossa ai sistemi di valutazione incentrati sui test ad alto rischio. Il Consiglio ha accolto l’allarme sugli effetti distorsivi che l’eccessiva dipendenza dalla misurazione quantitativa e dalla memorizzazione produce sul benessere psicologico degli studenti e sull’equità del sistema nel suo complesso. La direzione tracciata a livello internazionale chiede di promuovere con decisione modelli di valutazione formativa, capaci di supportare i processi di crescita e di orientare la didattica, anziché limitarsi a certificare carenze o a stilare graduatorie escludenti.

A tal fine, il rapporto evidenzia l’importanza vitale delle geometrie decisionali all’interno dei sistemi scolastici, riconoscendo ai docenti, agli studenti e alle famiglie un ruolo centrale e attivo nella definizione dell’offerta formativa. L’economia politica che guida la stesura dei curricoli deve abbandonare le rigide logiche calate dall’alto per favorire modelli partecipativi che valorizzino le specificità locali. Investire nella formazione, nell’autonomia progettuale e nella dignità della professione docente si configura così come un obbligo imprescindibile per gli Stati, poiché solo una comunità educante autorevole e consapevole può tradurre le disposizioni del diritto internazionale in pratiche realmente trasformative per ogni singolo alunno.

Il caldo insegna: l’emergenza climatica tra patto educativo e responsabilità normativa

Dalle ondate di calore in Europa alle decisioni del Consiglio ONU e alla nuova legge italiana sull’impatto generazionale: perché la transizione ecologica è la sfida pedagogica e giuridica del nostro tempo.


In questi giorni l’Europa è stretta in una morsa termica che sta ridisegnando le abitudini, la salute e le geografie del nostro continente. Le ondate di calore roventi che asfissiano i centri urbani, estendendosi con forza dal bacino del Mediterraneo fino alle latitudini più settentrionali, non rappresentano più un’anomalia passeggera. Ci troviamo di fronte a sistemi di alta pressione che si bloccano, intrappolando masse d’aria torrida per periodi sempre più prolungati e mettendo a durissima prova la tenuta sociale, sanitaria e infrastrutturale delle nostre comunità.

A esacerbare questa dinamica locale interviene l’influsso globale di El Niño, fenomeno climatico periodico, innescato dall’anomalo riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico equatoriale, che agisce come amplificatore termico su scala planetaria. Rilasciando enormi quantità di calore accumulato nell’atmosfera, El Niño innalza la temperatura media globale e altera i pattern di circolazione atmosferica, fornendo quell’energia supplementare che porta gli eventi meteorologici europei verso estremi sempre più critici, imprevedibili e difficili da gestire.

Di fronte a questa realtà fisica e atmosferica, occorre un profondo e onesto cambio di prospettiva.
Queste temperature non possono più essere narrate o trattate come emergenze stagionali impreviste o calamità isolate, ma vanno lette per ciò che sono: le ordinarie conseguenze del cambiamento climatico in atto.
Accettare questo dato di fatto significa comprendere che l’adattamento strutturale dei nostri spazi di vita, delle nostre città e dei nostri tempi sociali è un passaggio obbligato. Allo stesso tempo, queste giornate torride sono il segno tangibile e inequivocabile di un’urgenza che non ammette ulteriori rinvii: lavorare per il clima, riducendo drasticamente le emissioni, è una necessità vitale per prevenire il collasso irreversibile dei nostri ecosistemi.

È proprio in questo crocevia storico che la crisi ambientale si trasforma in una essenziale sfida pedagogica del nostro tempo, nel contesto della quale parlare di condizionatori a scuola è un po’ come scambiare il dito per la luna: non che non servano, ma non sono il focus principale di chi pensa al futuro.
La scuola, in quanto principale agenzia formativa e democratica, ha il compito di educare le nuove generazioni non solo alla comprensione scientifica dei fenomeni, ma a una vera e propria cittadinanza ecologica. Come tracciato in modo lungimirante dal rapporto dell’UNESCO “Re-Immaginare i nostri futuri insieme”, è necessario stringere un nuovo contratto sociale per l’educazione, che deve superare l’antropocentrismo tradizionale per porre al centro l’interdipendenza profonda tra gli esseri umani e il pianeta, insegnando che la cura per l’ambiente circostante coincide in tutto e per tutto con la cura per la nostra stessa umanità.

Questo intreccio inestricabile tra ambiente, diritti e orizzonti futuri ha trovato una sua decisa consacrazione politica durante i recenti lavori della sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. A Ginevra, il dibattito sul clima ha segnato una cesura netta rispetto al passato, trasformando le rivendicazioni ambientali in obblighi legali vincolanti. Il Consiglio ha stabilito che la finanza climatica destinata all’adattamento e alla gestione delle perdite e dei danni non può più essere considerata un atto di solidarietà volontaria, ma un dovere giuridico per scongiurare violazioni sistemiche dei diritti umani, specialmente nei Paesi più vulnerabili. Ancora più rilevante è stato l’inserimento formale, all’interno della risoluzione finale, del principio di equità intergenerazionale. Le Nazioni Unite hanno riconosciuto esplicitamente che i mutamenti climatici pongono minacce gravissime non solo alle popolazioni attuali, ma soprattutto alle generazioni future, imponendo agli Stati di valutare le proprie politiche energetiche e ambientali sulla base del debito ecologico che lasceranno in eredità, pur tra le aspre resistenze di chi ancora frena sull’abbandono definitivo dei combustibili fossili.

Questa nuova consapevolezza giuridica internazionale trova oggi una sponda concreta e innovativa anche nel nostro ordinamento. Con l’approvazione della Legge 167/2025, l’Italia ha compiuto un passo storico introducendo l’obbligo della Valutazione di Impatto Generazionale (VIG). In coerenza con la recente riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che tutela l’ambiente “anche nell’interesse delle future generazioni”, la nuova legge impone che ogni futuro atto normativo del Governo venga preventivamente scrutinato per misurarne gli effetti sociali e ambientali sui giovani e su chi verrà dopo di noi. Non si tratta di un mero adempimento burocratico, ma di un radicale cambio di paradigma culturale e normativo: la sostenibilità intergenerazionale diventa la bussola obbligatoria per legiferare.

L’emergenza climatica che viviamo sulla nostra pelle ci insegna che l’azione ambientale, la legislazione statale e il compito educativo condividono ormai il medesimo fine ultimo: smettere di consumare il futuro e iniziare, finalmente, a garantirlo.

“L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”: l’accusa della Commissione ONU e la crisi dei diritti

Analisi del rapporto presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani, tra denunce di crimini di guerra, prove forensi e le complesse implicazioni per il diritto internazionale


Il rapporto “The essence of childhood has been destroyed” rappresenta uno dei documenti d’accusa più severi mai prodotti da un organo investigativo delle Nazioni Unite.
Rilasciato nel giugno 2026 dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati e su Israele, il testo ha dominato i lavori della sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra.
Oltre al titolo di profondo impatto emotivo, le novantaquattro pagine del documento muovono un’accusa di inaudita gravità: il presunto puntamento deliberato dei minori palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2025, azioni che la Commissione arriva a qualificare come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

I dati presentati dagli investigatori delineano una catastrofe demografica, stimando oltre ventimila minori uccisi e più di quarantaquattromila feriti nel biennio esaminato. Tuttavia, la portata giuridica e storica del rapporto non si trova unicamente nel drammatico bilancio delle vittime, bensì nell’indagine formale sull’intenzionalità.
La Commissione ha respinto la narrazione delle morti infantili come mero danno collaterale accidentale. Basandosi su un esteso apparato probatorio composto da testimonianze dirette, indagini balistiche, perizie forensi indipendenti, cartelle cliniche e immagini satellitari, il documento argomenta che i minori siano diventati un bersaglio sistematico delle operazioni militari. A questo si aggiunge la documentazione relativa all’escalation di violenze perpetrate dai coloni contro i giovani nei territori della Cisgiordania.

Il concetto di danno esplorato dalla Commissione supera di gran lunga la sola violenza fisica diretta. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno dedicato ampie sezioni alle conseguenze invisibili e a lungo termine del conflitto: i traumi psicologici profondi, la malnutrizione indotta e l’impatto devastante sugli esiti dei parti e sulla salute neonatale.
Durante le audizioni a Ginevra, questa sistematica distruzione dell’infrastruttura di cura (inclusi gli attacchi a ospedali, scuole e orfanotrofi) è stata definita da alcuni relatori come una forma di “medicidio”, ovvero l’annientamento deliberato della capacità di un sistema sanitario di garantire la sopravvivenza. Le condizioni di vita imposte si trasformerebbero così in uno strumento di mortalità prevenibile, polverizzando l’innocenza, i legami familiari e il futuro stesso di un’intera generazione.

Come accade per i documenti di questa portata investigativa, il testo ha immediatamente innescato profonde lacerazioni politiche e accesi dibattiti giuridici. Da un lato, le principali organizzazioni per i diritti dell’infanzia hanno rilanciato le raccomandazioni del rapporto per chiedere l’immediata sospensione degli accordi internazionali di associazione con Israele e la fine dell’impunità. Dall’altro, istituti di analisi legale e organizzazioni non governative di monitoraggio hanno sollevato dure critiche metodologiche. I detrattori accusano la Commissione di aver costruito un impianto speculativo, deducendo l’intenzione deliberata di uccidere i civili dal solo, seppur tragico, esito delle esplosioni, e omettendo sistematicamente il contesto militare di una guerra urbana asimmetrica combattuta contro milizie pesantemente armate e radicate all’interno delle infrastrutture civili.

Al netto delle opposte narrazioni e del complesso percorso verso un’eventuale giustizia penale internazionale, questo documento segna uno spartiacque decisivo. Mette in luce la drammatica fragilità della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia di fronte alla moderna guerra urbana e pone un interrogativo etico ineludibile sulla tenuta del diritto internazionale umanitario. Dal punto di vista pedagogico e della cittadinanza attiva, affrontare lo studio di questi documenti significa non limitarsi a un generico rifiuto della violenza, ma comprendere la necessità di costruire sistemi solidi di responsabilità giuridica (accountability), affinché l’educazione alla pace si traduca in una pretesa concreta e universale di giustizia per i più vulnerabili.

Per comprendere meglio il tono e la gravità delle accuse presentate a Ginevra, puoi visionare queste Dichiarazioni della Commissione ONU sul rapporto. Questo breve estratto video documenta la sintesi presentata dai membri della Commissione durante la diffusione ufficiale dei dati, chiarendo la posizione assunta dagli investigatori.

Per ulteriori approfondimenti è possibile leggere, vedere e ascoltare:
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-06/gaza-israele-bambini-guerra-tregua-aiuti-dirittiumani.html
https://it.gariwo.net/magazine/medio-oriente/lessenza-dellinfanzia-e-stata-distrutta-cosa-dice-davvero-il-rapporto-dellonu-sui-bambini-di-gaza-30418.html
https://eipformazione.com/2026/04/27/maliditta-guerra/

La parola nell’era degli algoritmi: la nuova difesa dello spazio civico

L’approfondimento sulla Risoluzione ONU per la libertà di espressione: dalle sfide dell’intelligenza artificiale al contrasto della repressione transnazionale, fino alla necessità di una nuova cittadinanza digitale.


Durante la sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, conclusasi a Ginevra il giorno 8 luglio 2026, uno dei passaggi diplomatici e giuridici più complessi ha riguardato la ridefinizione e la tutela dello spazio civico.
La risoluzione adottata sulla libertà di espressione segna un punto di svolta: il dibattito ha definitivamente preso atto che le minacce alla libertà di parola e di associazione non si limitano più alla censura statale tradizionale, ma si sono ibridate con l’evoluzione tecnologica, creando un ecosistema digitale in cui i diritti fondamentali sono costantemente sotto assedio.

Il cuore innovativo del documento si trova nell’analisi dell’impatto delle forme di Intelligenza Artificiale sui diritti umani.
La risoluzione abbandona l’approccio tecnologicamente neutro per denunciare come gli algoritmi di raccomandazione, i sistemi di sorveglianza biometrica e l’Intelligenza Artificiale generativa stiano alterando strutturalmente la partecipazione democratica. Il testo punta il dito contro l’opacità dei grandi attori tecnologici e la proliferazione di campagne di disinformazione automatizzate, capaci di inquinare il dibattito pubblico e di polarizzare le società con una velocità inedita.

Il Consiglio ha ribadito che gli Stati hanno l’obbligo positivo non solo di astenersi dall’usare queste tecnologie per reprimere il dissenso, ma anche di regolamentare il settore privato. La richiesta è quella di imporre valutazioni di impatto sui diritti umani prima dello sviluppo e del dispiegamento di sistemi algoritmici, garantendo trasparenza e tutelando il diritto dei cittadini a cercare, ricevere e diffondere informazioni libere da manipolazioni invisibili.

Altra dimensione cruciale affrontata dalla risoluzione è il fenomeno della repressione transnazionale. Il Consiglio ha condannato con fermezza le pratiche attraverso cui regimi autoritari, ma non solo, estendono il proprio potere coercitivo oltre i confini nazionali per silenziare dissidenti, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani in esilio. L’uso di spyware commerciali, le intimidazioni digitali mirate, le campagne di diffamazione online e le minacce alle famiglie rimaste in patria rappresentano una violazione palese del diritto internazionale che svuota di significato il concetto stesso di asilo politico.

Parallelamente, il documento accende un faro sul progressivo restringimento dello spazio della società civile all’interno delle democrazie stesse. Attraverso l’abuso di normative sulla sicurezza nazionale, leggi contro il terrorismo o legislazioni restrittive sui finanziamenti esteri alle organizzazioni non governative, molti governi stanno erodendo la capacità operativa delle associazioni indipendenti. La risoluzione riafferma che una società civile vibrante, capace di criticare e monitorare l’operato istituzionale senza timore di ritorsioni o criminalizzazione, è il prerequisito indispensabile per la tenuta di qualsiasi sistema democratico.

Le direttrici tracciate dal Consiglio per i Diritti Umani non interrogano esclusivamente i governi e i giganti tecnologici, ma investono direttamente i sistemi educativi e il mondo della scuola.
Di fronte a un ecosistema informativo manipolabile e a uno spazio civico sempre più ristretto, la difesa della libertà di espressione si sposta inevitabilmente sul piano pedagogico.
Garantire il diritto all’informazione oggi non significa più soltanto difendere l’accesso alle fonti, ma fornire gli strumenti cognitivi per decodificarle. Emerge con urgenza la necessità di integrare nei percorsi di educazione civica una solida alfabetizzazione algoritmica e digitale. Formare cittadini capaci di riconoscere la disinformazione, di comprendere i meccanismi dell’economia dell’attenzione e di esercitare i propri diritti negli spazi virtuali diventa l’atto fondativo di una moderna educazione alla pace e alla democrazia.
La scuola è chiamata a trasformarsi nel primo presidio in cui le nuove generazioni imparano non solo a proteggersi dalle insidie del web, ma a rivendicare e abitare attivamente lo spazio civico globale, difendendo la propria voce e quella dei più vulnerabili.