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L’impegno per i diritti umani come pilastro di pace

Il 27 ottobre 2026 la premiazione del 54° Concorso Nazionale EIP Italia presso l’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma


Si terrà martedì 27 ottobre 2026, dalle ore 9.30 alle 13.30, presso l’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale “Vittorio Emanuele II” di Roma (in Viale Castro Pretorio 105), la solenne Cerimonia di Premiazione del 54° Concorso Nazionale EIP Italia (Scuola strumento di pace ETS). L’evento, promosso nell’ambito del Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e in collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia, la Biblioteca Nazionale Centrale e l’Università LUMSA, vedrà la partecipazione di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni, del mondo accademico e della cultura.

In occasione della Cerimonia viene distribuito l’annuale Bollettino EIP Italia 2026. La pubblicazione raccoglie i contributi teorici, le buone pratiche e la documentazione didattica sviluppata dalle sezioni della Rete EIP nel corso dell’anno.

Alla Cerimonia di Premiazione, presieduta da Anna Paola Tantucci (Presidente Nazionale E.I.P. Italia), sono stati invitati a intervenire rappresentanti delle istituzioni, dei ministeri e del mondo della cultura:
Stefano Campagnolo (Direttore della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele II); Claudio Strinati, Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici; Elio Pecora, Poeta e scrittore; Giuseppe Pierro, Capo Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale; Cristiana Rotunno, Vicecapo Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità; Davide D’Amico, Direttore Generale del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Tra le autorità presenti inoltre, sarà presente, la dott.ssa Angela Daniela Greco, Dirigente penitenziario e Direttrice della Scuola di formazione dell’Amministrazione penitenziaria “Giovanni Falcone”, alla quale viene conferito il Prix International “Jacques Mühlethaler” 2026.

I numeri della 54ª edizione: una mappa dell’impegno scolastico italiano
L’elenco delle scuole presenti alla Cerimonia, con riferimento ai vari premi nazionali previsti dal bando ufficiale consente di fare una mappa dell’impegno delle scuole sui temi tipicamente riferiti all’Insegnamento di educazione civica

Il Trofeo Nazionale Itinerante EIP “Guido Graziani” destinato alla scuola che ha saputo realizzare una proposta sistemica e capace di coinvolgere l’intera comunità, ci porta nel Lazio con la presenza dell’IC “Anzio V” di Anzio (RM) per il progetto Dalla crociata dei bambini alla marcia della pace, realizzato con la partecipazione di tutte le classi dell’istituto.

Il Premio Internazionale EIP “Jacques Mühlethaler” intitolato al fondatore di EIP Internazionale per premiare le iniziative di pace tese all’unione tra i popoli, ci porta in Piemonte con il riconoscimento principale all’IC “Gobetti” di Rivoli (TO) per l’opera Il museo della pace realizzata dalle classi 3ª e 4ª primaria del plesso “Don Locanetto”. Il Premio Speciale Cittadinanza Digitale è attribuito all’IIS “Venturi” di Modena per il cortometraggio Sorriso di Milena che muore, mentre il Premio Regionale Lombardia va all’IC “Como Centro Città” per il flashmob Maschere del dolore – Il filo della memoria.

Il Premio Nazionale EIP “Dall’Italia al mondo: l’impegno per i diritti umani come pilastro di pace” incentrato sulla tematica guida dell’edizione, attribuisce il Primo Premio Nazionale al Molise con l’Istituto Omnicomprensivo “Lombardo Radice – Amatuzio – Pallotta” di Bojano (CB) e il suo progetto Tetralogia delle classi dell’indirizzo tecnico-economico. Seguono il Premio Speciale Cittadinanza Digitale all’IIS “Ciampini – Boccardo” di Novi Ligure (AL) (Touching the sky), il Premio Regionale Campania all’IC Arzano 4 “D’Auria – Nosengo” (È l’ora della pace) e il Premio Regionale Lazio all’Istituto Scuola “San Giuseppe al Casaletto” di Roma (Amico vero, bullismo zero e Filo so fare).

Il Premio Speciale “Migliori esperienze di Educazione Civica” (ex L. 92/2019) premia la Campania con l’IS “Galiani – Da Vinci” di Napoli (Sezione Costituzione per il curricolo d’istituto), la Puglia con la SS1G “Gen. Baldassarre” di Trani (BT) (Sezione Sostenibilità per Dallo scarto al design) e la Toscana, con il Liceo “Pascoli” di Firenze (Sezione Cittadinanza Digitale per l’ecosistema digitale d’istituto).

Per il Giornalismo scolastico il Primo Premio va nelle Marche all’IIS “Laeng – Meucci” di Osimo (AN) per Cronache dal Meucci; il Premio Digital in Sicialia all’IIS “Rapisardi” di Paternò (CT) per Voci d’amore; mentre vengono assegnati Premi Regionali all’IC “Tasso” di Salerno (Tasso News) e all’IC Ponzano Veneto (TV) (PS News e Facciamo rumore).

Per le Arti plastiche il Premio “FIDIA – Borsa Borsa di studio Alfiero Nena” assegna Primo Premio al Liceo “Nolfi – Apolloni” di Fano (PU) per il calendario Tracce d’Africa, con riconoscimenti regionali all’IIS “Venturi” di Modena, all’IC “Petrone” di Campobasso e al Liceo Artistico “Russoli” di Pisa-Cascina.

La drammaturgia storica “Il Teatro nella Storia” consegna premi all’IC “Pianoro” (BO) per la primaria, all’IC “Petrone” di Campobasso per la secondaria di I grado e al Liceo “Mazzini” di Napoli per la secondaria di II grado.

La Sezione musicale “Enrico Bartolini” offre riconoscimenti all’IIS “Maurolico” di Messina e all’IC “Kennedy” di Cusano Mutri (BN) per il Coro, al Liceo “Marzolla Leo Simone Durano” di Brindisi per l’Inno e all’IC “Fregene – Passoscuro” di Fiumicino (RM) per lo Strumento.

I Valori dello sport del Premio “Sport come strumento di pace – Art. 33” riconoscono il lavoro dell’Istituto “Nostra Signora della Neve” di Roma e Premio Regionale Molise all’IC “Petrone” di Campobasso.

Il Premio dedicato a “Salvo d’Acquisto” sulla memoria storica assegna il Primo Premio all’IC “Mandela” di Roma (Mandela: una torre di storie) e Premio Digital all’IIS “Polo 3” di Fano (PU).

Resta giustamente in Campania il premio per i Valori costituzionali “Antonio Amoretti”: Primo Premio all’IC “D’Ovidio – Nicolardi – Mario” di Napoli (I tamburi per la pace) e Menzione all’IC “Tasso” di Salerno.

La sezione speciale sulla Figura femminile “Madri Costituenti” va all’esperienza siciliana del CPIA di Agrigento per il progetto Donne e libertà: il coraggio di lottare.

Il Podio nazionale per i Laboratori poetici “Poesia giovane – Michele Cossu” è composto dall’IC “Mozart” di Roma (1° Premio), dall’Omnicomprensivo “Lombardo Radice – Amatuzio – Pallotta” di Bojano (2° Premio) e dall’IC “Fregene – Passoscuro” (3° Premio), con una ricca presenza di menzioni (tra cui IS Galiani – Da Vinci, IC Kennedy, IC D’Ovidio, IC Mandela, San Giuseppe al Casaletto, IC Porto Romano, IC Lido del Faro, IC Como Centro Città, IIS Polo 3, IC Petrone).

Una testimonianza di profonda intensità pedagogica è costituita dal Premio “E.I.P. La voce del carcere”, nato dalla collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia.
Il Primo Premio Nazionale per i Lavori Creativi è assegnato all’Istituto Penale per i Minorenni “Bicocca” di Catania per la realizzazione dell’opera pittorica murale Geografia dell’oltre, mentre per la sezione dei Progetti Sperimentali Innovativi promossi dalle direzioni carcerarie, il Primo Premio viene conferito alla Comunità Ministeriale di Catanzaro per il percorso Re-Public.

Riconoscimenti al Personale e il Prix International ad Angela Greco
Nel corso della mattinata saranno conferiti i tradizionali premi destinati agli operatori della scuola e alle figure di eccellenza delle Istituzioni:
Il momento apicale della Cerimonia vedrà la consegna del Prix International “Jacques Mühlethaler” 2026 pour la Paix et les droits de l’homme alla dott.ssa Angela Daniela Greco: il Comitato Direttivo EIP ne riconosce l’esemplare testimonianza di etica pubblica, il rigore istituzionale e la tenace difesa della dignità umana e della funzione rieducativa della pena all’interno delle Istituzioni dello Stato.
Al dirigente scolastico Antonella Barreca (IS “Galiani – Da Vinci” di Napoli) viene assegnato il Premio “E.I.P. Jean Piaget” per la dirigenza scolastica (VIII Edizione) per aver incarnato i valori della “dirigenza umanistica”, promuovendo una leadership etica e inclusiva in territori complessi.
Al prof. Franchino Campanella (IC “Como Centro Città”) viene conferito il Premio “E.I.P. Innovazione Didattica” per docenti, per la capacità di ideare percorsi di apprendimento integrati e cooperativi ad alto impatto sociale.

Costruire la pace sconfiggendo la povertà: perché la scuola non può rimanere a guardare

Verso la Giornata internazionale ONU


Il 17 ottobre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, un’apporrenza istituita dalle Nazioni Unite nel dicembre 1992 per fare eco alla storica mobilitazione del 17 ottobre 1987 in Place du Trocadéro a Parigi, quando migliaia di persone si riunirono per affermare che la povertà è una violazione dei diritti umani.

Come ha ricordato il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres: «La povertà non è una sconfitta personale, ma di tutto il sistema. È una negazione della dignità e dei diritti umani fondamentali». Nell’ambito dell’Agenda 2030 dell’ONU, l’Obiettivo 1 (Sconfiggere la povertà) ci impone di porre fine a ogni forma di deprivazione nel mondo. Eppure, i dati globali e nazionali descrivono una realtà ancora drammatica: circa l’10% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà estrema, mentre in Italia si contano circa 5,7 milioni di persone in povertà assoluta (pari al 9,8% dei residenti) e oltre il 22% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale.


Ma perché mai la scuola dovrebbe interessarsi della povertà?

Di fronte a queste cifre, un insegnante o un educatore potrebbe legittimamente chiedersi: perché la scuola, già gravata da numerose emergenze didattiche ed educative, dovrebbe occuparsi direttamente della povertà? Non è forse un compito che spetta alla politica, all’economia e ai servizi sociali?

La risposta risiede nell’essenza stessa della scuola come “strumento di pace” e presidio di democrazia.
La povertà non è solo mancanza di reddito monetario, ma privazione delle capacità fondamentali di vivere con dignità e accedere ai propri diritti. La deprivazione economica delle famiglie si riflette immediatamente sui ragazzi sotto forma di povertà educativa, isolamento culturale, scarsa alimentazione e difficoltà di accesso ai materiali scolastici.
I contesti di fragilità socio-economica e di disagio sociale sono i primi fattori che alimentano l’abbandono precoce degli studi e la dispersione scolastica. Quando la scuola non riesce a intercettare queste disuguaglianze, la povertà si tramanda di generazione in generazione. Spezzare questa catena è la missione primaria dell’istruzione.
Non può esserci una pace duratura dove regnano l’ingiustizia, la deprivazione e la disuguaglianza. L’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030 (Target 4.7) attribuisce alla scuola il compito preciso di garantire che tutti gli studenti acquisiscano le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile, i diritti umani, l’uguaglianza di genere e una solida cultura di pace e di non violenza. La povertà è una forma di violenza strutturale; comprendere le sue cause ed educare all’empatia e alla solidarietà è il primo passo per costruire la pace.


In attesa dei nuovi dati: il Rapporto di primavera 2026 ASviS
Per comprendere l’impatto reale delle politiche pubbliche nel contrasto alle disuguaglianze e nell’accesso all’istruzione, la società civile italiana si avvale del monitoraggio dell’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

Attualmente, siamo in attesa della presentazione del nuovo Rapporto ASviS 2026 (“L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”), prevista per il prossimo 28 ottobre presso la Camera dei Deputati. Questo documento annuale — giunto alla sua 11ª edizione — offrirà un quadro aggiornato e rigoroso sullo stato di avanzamento del nostro Paese rispetto ai 17 Obiettivi dell’Agenda 2030, fornendo dettagli cruciali sulla tenuta sociale, sulla lotta alla povertà (Goal 1) e sul sistema dell’istruzione e della formazione (Goal 4).

Il documento presentato a primavera 2026 dota la comunità educante di un vero e proprio “bagno di realtà”: su 38 Obiettivi quantitativi stabiliti dall’Agenda 2030, ben 22 non appaiono raggiungibili entro la scadenza fissata. L’Italia registra infatti un peggioramento rispetto al 2010 in 6 dei 17 Goal fondamentali, compresi la lotta alla povertà (Goal 1) e la riduzione delle disuguaglianze (Goal 10). Attualmente, oltre 13 milioni di persone in Italia (pari al 22,6% della popolazione) vivono a rischio di povertà o esclusione sociale, con una vulnerabilità che colpisce in modo sproporzionato le famiglie con figli, le donne e i giovani.

Sul versante dell’istruzione e della formazione (Goal 4), l’analisi dell’ASviS rileva un quadro caratterizzato da luci e ombre di diretta rilevanza pedagogica. Se da un lato il tasso di abbandono scolastico e uscita precoce dagli studi è sceso all’8,2% nel 2025, centrando in anticipo il target europeo del 9%, dall’altro permangono profonde disuguaglianze territoriali, con il Mezzogiorno fortemente penalizzato. Inoltre, la quota di giovani tra i 25 e i 34 anni con un titolo universitario o terziario si attesta ad appena il 31,6%, e le proiezioni per il 2030 la stimano al 34,6%, ben lontana dal traguardo del 45%. È significativo notare come le indagini dell’ASviS evidenzino che proprio tra gli studenti si registri la quota più alta (27%) di chi considera le tematiche sociali e il contrasto alle disuguaglianze la priorità assoluta per il futuro del Paese.


Occuparsi di povertà a scuola significa adottare uno sguardo pedagogico che metta al centro la dignità di ogni studente. Significa creare ambienti di apprendimento inclusivi, attenti alle fragilità invisibili, capaci di valorizzare le differenze ed educare ai diritti umani universali.
Come docenti ed educatori della rete Scuola strumento di pace, rinnoviamo il nostro impegno affinché le nostre aule siano luoghi in cui la conoscenza diventi lo strumento principale per superare le disuguaglianze e costruire un futuro di uguaglianza, giustizia e pace per tutti.


Ecco una scheda operativa completa basata sull’attività “Fai un passo avanti” (Take a step forward), una delle metodologie più celebri ed efficaci tratte dal manuale Compass del Consiglio d’Europa per educare alla giustizia sociale, al contrasto alla povertà e all’uguaglianza.

Il manuale Compass si basa sul ciclo dell’apprendimento esperienziale (esperienza riflessione/debriefing contestualizzazione azione).

https://www.coe.int/it/web/compass/poverty

1943-2026 – A 83 ANNI DALLA LIBERAZIONE DI NAPOLI

Qualche appunto dal corteo del 2 ottobre


Il corteo del 2 Ottobre è uno dei momenti simbolicamente più significativi del ciclo di iniziative dedicate alle Quattro Giornate di Napoli. E’ sempre stato così. Grazie all’impegno della V Municipalità, alle scuole coinvolte e alle sezioni dell’ANPI territoriali, in migliaia vi prendono parte, soprattutto giovani: come erano giovani, soprattutto giovani e studenti, i caduti negli scontri con i nazifascisti nel quartiere del Vomero nel settembre del ’43. Adagiate nel Liceo Sannazzaro, le loro salme furono poi prese e portate solennemente nello spazio antistante lo stadio. Tra loro, Alfonso Pansini, da cui ha preso il nome uno dei Licei più attivi nella lotta antifascista. Le tante voci delle ragazze e dei ragazzi di questo liceo, insieme a quelle degli studenti del Sannazzaro e del Mazzini, sono state, credo, la vera novità rispetto alle esperienze passate: appassionate e pienamente consapevoli della posta in gioco. Agli interventi istituzionali, come quello di Clementina Cozzolino, Presidente della Municipalità, al saluto di Michele Petraroia, in rappresentanza dell’ANPI nazionale, e al mio contributo, le loro testimonianze sono state portate dinanzi alla targa che porta il nome di Antonio Amoretti. Hanno pronunciato parole chiare, quelle che mio padre fece sue fin da quando, sedicenne, decise di scendere in strada a combattere: di impegno a lottare contro ogni forma di ingiustizia e di violenza. Non abbandonare il campo nella difesa della libertà che la generazione del ’43 ha conquistato col sangue: per le ragazze e i ragazzi che erano lì questa mattina, questo significa essere antifascisti. Non voltarsi dall’altra parte se la libertà è in pericolo, se i diritti sono minacciati, se la dignità è calpestata. Non poteva mancare, per queste ragioni, il loro grido di rabbia per lo sterminio del popolo palestinese. Quel grido si è fatto sentire.


https://www.ansa.it/campania/notizie/2026/10/02/quattro-giornate-la-mostra-permanente-entra-nella-vita-quotidiana_c82c1bb7-e5bd-4fc0-be59-56b223fa0772.html


L’evoluzione ordinamentale tra urgenza normativa (??) e instabilità esegetica

Note per una prima disamina del Decreto-Legge 30 settembre 2026, n. 170


La recente emanazione del Decreto-Legge 30 settembre 2026, n. 170, introduce una complessa trama di interventi che ridisegnano molteplici assi portanti del sistema nazionale di istruzione, formazione e ricerca. Il provvedimento si muove su un terreno marcatamente eterogeneo, spaziando dalla rimodulazione delle tempistiche e dei criteri motivazionali per la redazione del Piano Educativo Individualizzato a tutela degli alunni con disabilità, fino al potenziamento delle risorse per l’orientamento, il contrasto alla dispersione e il sostegno al benessere studentesco attraverso la revisione dei criteri di accesso ai sussidi per i libri di testo. Particolare rilevanza assume la riscrittura dei quadri orari dell’istruzione tecnica in attuazione della Missione 4 del PNRR, unita a una transizione lessicale e identitaria che trasforma gli istituti tecnici e professionali rispettivamente in licei tecnologici e licei professionali. A ciò si sommano misure di forte impatto organizzativo e sociale volte alla gestione della multiculturalità nelle aule scolastiche, mediante la fissazione di soglie percentuali massime per classe di studenti privi di pregressa scolarizzazione italiana, l’attivazione di percorsi obbligatori di alfabetizzazione per i nuclei familiari e il divieto espresso di partecipazione alle attività didattiche a volto coperto, unitamente a disposizioni di proroga per il personale amministrativo, l’edilizia scolastica e la valorizzazione della ricerca universitaria.

Sul piano del diritto costituzionale e parlamentare, la scelta della decretazione d’urgenza colloca l’atto all’interno della cornice delineata dall’articolo 77 della Costituzione. Il decreto-legge è, per sua natura genetica, un provvedimento provvisorio dotato di forza di legge immediata, subordinato all’obbligo di conversione da parte delle Camere entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla sua pubblicazione, pena la perdita di efficacia sin dall’origine (ex tunc). L’iter parlamentare che si apre con la presentazione del disegno di legge di conversione costituisce una fase fisiologica di rinegoziazione politica e perfezionamento tecnico, le cui dinamiche possono essere lette alla luce delle evidenze statistiche consolidate fornite dalle banche dati e dai dossier ufficiali dei Servizi Studi di Camera e Senato.

L’analisi dei dati storici sull’attività legislativa evidenzia come la probabilità che un provvedimento d’urgenza governativo decada per mancata conversione risulti estremamente ridotta, attestandosi ordinariamente al di sotto della soglia del 2-3%. Tale eventualità marginale coincide pressoché esclusivamente con crisi di governo, ostruzionismo estremo o dinamiche di assorbimento formale del testo all’interno di altri decreti contestualmente all’esame dell’Aula. Al contempo, le medesime rilevazioni empiriche mostrano come la probabilità che un decreto-legge plurisettoriale venga convertito senza alcuna modificazione sia statisticamente trascurabile, con valori inferiori all’1%. La prassi dell’emendabilità nelle commissioni parlamentari e durante il passaggio d’Aula, unitamente alla necessità di armonizzazione finanziaria ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione, fa sì che oltre il 98% dei decreti-legge subisca trasformazioni sostanziali, integrazioni mediante commi aggiuntivi o riscritture parziali prima di giungere alla promulgazione come legge dello Stato.

Di fronte a tale quadro, l’elaborazione di un’analisi tecnica compiuta e immediatamente spendibile per la concreta prassi operativa delle istituzioni scolastiche si scontra con un oggettivo limite metodologico. Per i dirigenti scolastici, i docenti e il personale amministrativo, tentare di conformare fin d’ora assetti didattici pluriennali, procedure d’iscrizione o complesse riorganizzazioni interne a disposizioni soggette a una probabile e profonda riscrittura parlamentare rischia di risolversi in un onere gestionale precario o controproducente. In una prospettiva di rigore ermeneutico al servizio della governance della scuola, l’unico elemento di assoluta certezza risiede nella non definitività dell’attuale formulazione testuale. Risulta pertanto scientificamente doveroso distinguere tra le norme a efficacia istantanea e necessaria e quegli snodi ordinamentali per i quali soltanto la versione licenziata dalla legge di conversione potrà fornire un parametro normativo stabile e attendibile.


Riflessione di zoologia pedagogica: virtù animali per docenti contemporanei

La natura non fa salti e l’educazione deve seguire la natura (Comenio)


Esiste una scuola che raramente compare nei manuali di pedagogia tradizionale. 

Infatti, non possiede aule, banchi o lavagne, poiché le sue lezioni si svolgono direttamente nei boschi, nei cieli, nei mari e nelle praterie. È l’accademia della natura, dove ogni specie ha imparato, attraverso milioni di anni di evoluzione, a sviluppare efficaci strategie di adattamento, cooperazione, cura e resilienza. Di conseguenza, osservarla significa comprendere che l’intelligenza assume forme molteplici e che ogni essere vivente possiede qualcosa da insegnare.

Già nel Seicento, Comenio sosteneva che l’insegnamento dovesse seguire l’ordine e i ritmi della natura. Non è quindi un caso che, in tempi più recenti, Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia moderna, abbia dimostrato quanto l’osservazione del comportamento animale possa aiutare a comprendere anche quello umano. 

Allo stesso modo, l’antropologo Gregory Bateson ha ricordato che la mente non nasce nell’isolamento, bensì nelle relazioni che intrecciamo con gli altri e con l’ambiente circostante. 

In questo orizzonte, la natura non rappresenta un semplice scenario passeggero, ma un laboratorio permanente di vita e di apprendimento.

Questa intuizione affonda le sue radici in una tradizione antica: già nel Medioevo, la figura del bestiario utilizzava la descrizione degli animali non tanto in chiave scientifica, quanto come compendio di lezioni morali e simboliche per l’essere umano. 

Recuperare oggi quel linguaggio allegorico significa restituire valore all’osservazione del mondo naturale come guida per la crescita.

E proprio da queste premesse nasce l’idea di una relazione faunistico-pedagogica. Non si tratta, chiaramente, di attribuire caratteristiche animali agli insegnanti in modo caricaturale; al contrario, l’obiettivo è riconoscere, attraverso la forza della metafora, quelle qualità che rendono autentica la professione docente.

Per iniziare, il primo insegnamento ci arriva dalla lince: la sua proverbiale capacità di vedere lontano richiama infatti una competenza fondamentale dell’educazione, ossia l’osservare. 

Ogni insegnante incontra quotidianamente volti, parole, silenzi, esitazioni, entusiasmi e paure. Pertanto, dietro un compito incompleto può nascondersi una difficoltà, dietro un comportamento provocatorio una richiesta di aiuto, oppure dietro uno studente apparentemente distratto un talento ancora inespresso. Lo sguardo pedagogico, dunque, è sempre uno sguardo capace di andare oltre le mere apparenze e di cogliere ciò che richiede tempo e cura per manifestarsi.

Ma la sola intuizione non basta: occorre poi la pazienza di accompagnare quella scoperta giorno per giorno. 

La formica, d’altra parte, ci insegna il valore della costanza. 

Ogni istituto scolastico vive infatti di piccoli gesti che raramente fanno notizia: una spiegazione ripetuta con pazienza, un incoraggiamento dato al momento giusto o una correzione che non umilia ma orienta. L’educazione è dunque un’opera lenta e spesso invisibile, i cui risultati emergono soltanto quando nessuno li aspetta più.

Nel mare, invece, nuota il delfino, simbolo per eccellenza di intelligenza sociale. 

Le ricerche etologiche mostrano la sua straordinaria capacità di cooperare e comunicare. Allo stesso modo, ogni comunità didattica è, prima di tutto, una rete di relazioni: si apprende meglio quando ci si sente accolti, ascoltati e rispettati. Per questa ragione, nessuna tecnologia potrà mai sostituire la qualità di un legame educativo autentico.

Nel frattempo, tra i rami compare il camaleonte, maestro assoluto dell’adattamento.

La sua capacità di modificarsi richiama una delle sfide più importanti della didattica contemporanea: saper cambiare strategie senza smarrire la propria identità. Poiché le classi sono sempre più eterogenee, la competenza del docente non si misura dalla rigidità del metodo, bensì dalla capacità di trovare strade diverse per raggiungere il medesimo obiettivo.

Successivamente, dall’alto del cielo giunge la lezione dell’aquila. 

La sua forza non consiste soltanto nella vista eccezionale, ma soprattutto nella capacità di cogliere il paesaggio nella sua interezza. Parimenti, anche il docente è chiamato a mantenere una panoramica ampia, evitando di ridurre il percorso formativo alla singola verifica, al voto o alla prestazione del momento. Dopotutto, ogni alunno è una storia in fieri e ogni scelta didattica acquista senso solo se inserita in una prospettiva di lungo periodo.

Invece accanto ai corsi d’acqua lavora instancabilmente il castoro, il quale costruisce ambienti che modificano il territorio e migliorano la vita dell’intero gruppo. Allo stesso modo, anche il formatore è un costruttore: non di edifici, ma di contesti educativi, relazioni di fiducia e occasioni di crescita. Così, ogni lezione ben progettata aggiunge un tassello alla creazione di un ambiente d’apprendimento nel quale ciascuno possa sentirsi protagonista.

Inoltre, l’ape, con il suo incessante lavoro di impollinazione, ci ricorda che la conoscenza cresce davvero quando viene condivisa. Ciascun maestro o professore trasporta idee da una disciplina all’altra, mette in dialogo culture diverse e favorisce continui incontri tra persone e saperi. 

Proprio come il miele è il frutto di un lavoro collettivo, allo stesso modo l’istruzione è sempre un’opera corale.

L’elefante, infine, richiama il valore della memoria: non la semplice memoria delle nozioni, ma quella delle persone. Ricordare il cammino di un discente, i suoi progressi, le sue fragilità e le sue passioni significa riconoscerlo nella sua unicità. Infatti, ogni alunno desidera essere visto e ascoltato, prima ancora che valutato.

Tra tutti gli animali, però, il polpo offre forse la metafora più sorprendente. Le sue otto braccia evocano la molteplicità di compiti che caratterizza la professione docente: insegnare, ascoltare, osservare, motivare, progettare, valutare, mediare e risolvere problemi. Tuttavia, è un’altra peculiarità a renderlo particolarmente significativo, ovvero il fatto che possiede tre cuori. 

Di conseguenza, è difficile immaginare un’immagine più efficace per descrivere chi insegna:
Un primo cuore batte per l’alunno, perché senza amore non c’è possibilità di apprendimento. Come insegna Massimo Recalcati, l’insegnamento è un atto di puro erotismo: il compito del docente non è riempire un contenitore vuoto con dei nozionismi, ma accendere il desiderio di sapere, trasformando il sapere stesso in un oggetto del desiderio capaci di “erotizzare” la mente di chi ascolta.
Un secondo cuore alimenta la relazione, dato che nessun apprendimento significativo nasce senza fiducia;
Il terzo cuore pulsa per la comunità, ricordando che la scuola è un organismo vivente nel quale ogni docente contribuisce, insieme ai colleghi, alle famiglie e al territorio, alla crescita delle nuove generazioni. 

Così come in un ecosistema ogni elemento sostiene l’altro, anche per Maria Montessori la scuola deve farsi “ambiente di vita” e rete di relazioni capaci di accogliere la complessità dello sviluppo umano.

È proprio questo il punto d’incontro profondo tra pedagogia e natura. Gli animali non ci insegnano rigidamente come fare lezione, ma ci ricordano che la vita cresce grazie all’equilibrio, alla cooperazione, all’adattamento e alla cura. Sono gli stessi principi che rendono fecondo qualsiasi ambiente di formazione.

La relazione faunistico-pedagogica non è, dunque, un semplice esercizio di fantasia. Al contrario, è un invito a guardare la professione docente con occhi nuovi, riconoscendo che la natura continua a essere una maestra silenziosa. In un tempo in cui il mondo della scuola è chiamato a confrontarsi con sfide sempre più complesse, vale la pena fermarsi ad ascoltare le lezioni che arrivano dal bosco, dal cielo e dal mare. Perché educare, in fondo, significa imparare a vivere in armonia con gli altri, proprio come ogni ecosistema ci insegna da milioni di anni.

Italia Martusciello
Vicepresidente EIP Italia

L’architettura giuridica dell’inclusione scolastica degli studenti provenienti da contesto migratorio

Il quadro normativo tra fonti internazionali, europee e legislazione italiana


Nel dibattito pubblico e istituzionale si torna periodicamente a discutere della composizione delle classi e della presenza di alunni con background migratorio, soprattutto in concomitanza con l’annuncio di nuovi provvedimenti normativi volti a ridefinire quote e parametri di inserimento (il cui testo approvato in Consiglio dei Ministri non è ad oggi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale).
Per un’analisi rigorosa delle ricadute organizzative e didattiche di tali interventi, è essenziale collocare ogni nuova disposizione all’interno di un tessuto giuridico stratificato e coerente. Qualunque intervento legislativo d’urgenza, infatti, non interviene in un vuoto normativo, ma si innesta su una solida architettura di fonti sovranazionali, costituzionali e primarie che costituisce il contesto ermeneutico indefettibile per l’azione di ogni istituzione scolastica.

Il fondamento internazionale ed europeo: il diritto soggettivo inalienabile

L’impianto legislativo italiano recepisce un quadro di diritto internazionale che trasforma l’istruzione da concessione amministrativa a diritto umano universale e inviolabile.

Il cardine di questo sistema è la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989), ratificata dall’Italia con la Legge 176/1991. Essa impone due principi non derogabili: il divieto di discriminazione fondato sulla nazionalità o sullo status giuridico (art. 2) e il principio secondo cui, in ogni decisione istituzionale, il “superiore interesse del minore” deve avere una considerazione preminente (art. 3). Il diritto all’educazione (art. 28) viene così slegato dal concetto di cittadinanza formale.

A livello europeo, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea ribadisce all’articolo 14 che “ogni persona ha diritto all’istruzione”, un principio supportato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che sanziona ogni forma di esclusione scolastica basata su ragioni etniche o amministrative. L’ordinamento comunitario interviene poi con direttive specifiche e vincolanti per gli Stati membri: la Direttiva 2013/33/UE (Direttiva Accoglienza), ad esempio, impone l’inserimento nel sistema educativo dei minori richiedenti asilo entro il termine perentorio di tre mesi dalla presentazione della domanda, impedendo di fatto liste d’attesa prolungate. Analogamente, la Direttiva 2001/55/CE garantisce l’accesso immediato all’istruzione per i minori beneficiari di protezione temporanea, come avvenuto per le recenti emergenze umanitarie.

Il presidio costituzionale come vincolo gerarchico

Le fonti internazionali trovano immediata sponda e applicazione nei Principi Fondamentali della Repubblica. In forza dell’articolo 10 della Costituzione (“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”), i trattati sovranazionali vincolano la legislazione interna.
Al vertice del sistema educativo si colloca l’articolo 34: la formula «La scuola è aperta a tutti» definisce l’universalità dell’accesso, respingendo limitazioni fondate sulla titolarità di un passaporto. Questo precetto si integra organicamente con l’articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito attivo di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano l’uguaglianza e lo sviluppo della persona. Lo svantaggio linguistico o culturale di un minore neo-arrivato rappresenta, in punta di diritto costituzionale, esattamente uno di quegli ostacoli che l’istituzione scolastica ha il mandato imperativo di rimuovere.

Il Testo Unico e il D.P.R. 394/1999: l’autonomia e le procedure di accoglienza

A livello di legislazione ordinaria, la traduzione di questi principi risiede nell’articolo 38 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/1998). La norma statuisce con nettezza che i minori stranieri presenti sul territorio sono soggetti all’obbligo scolastico secondo le medesime disposizioni previste per i minori italiani, a prescindere dalla regolarità del soggiorno. La legislazione riconosce inoltre tutele rafforzate per i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) attraverso la Legge 47/2017.

L’operatività di questo diritto è affidata all’articolo 45 del D.P.R. 394/1999, un caposaldo dell’autonomia scolastica che fissa tre regole procedurali:
1. Iscrizione aperta in ogni tempo: la domanda può essere perfezionata in qualsiasi periodo dell’anno, per impedire che i tempi della mobilità migratoria si traducano in dispersione scolastica.
2. Criterio dell’età anagrafica: l’iscrizione avviene di norma nella classe corrispondente all’età dello studente.
3. Discrezionalità tecnica degli organi collegiali: il Collegio dei Docenti ha facoltà di deliberare l’iscrizione a una classe differente, valutando il percorso pregresso e le competenze accertate dell’alunno.

L’educazione interculturale come paradigma pedagogico e istituzionale

L’accesso amministrativo al diritto allo studio trova il suo compimento e la sua ragion d’essere nell’orizzonte pedagogico dell’educazione interculturale. L’ordinamento italiano ha assunto questo paradigma non come disciplina a sé stante o progetto speciale destinato ai soli alunni immigrati, ma come “sfondo integratore” per l’intera offerta formativa. Fin dalla storica Circolare Ministeriale n. 205 del 1990, e in modo sistematico con il documento programmatico La via italiana per la scuola interculturale (2007), l’Italia ha compiuto una scelta di campo precisa: il rifiuto di modelli basati sulla separazione (come le classi di transizione diffuse in altri Paesi) o sull’assimilazione forzata, optando per l’inserimento immediato nelle classi ordinarie.
Questo approccio, ribadito dalle Linee guida del 2014 e aggiornato nei recenti Orientamenti interculturali del 2022, definisce l’inclusione come un processo bidirezionale. L’educazione interculturale diviene così il mandato istituzionale per valorizzare il plurilinguismo e promuovere l’educazione alla cittadinanza globale per tutti gli studenti, trasformando la presenza di alunni con background migratorio da mera criticità gestionale a risorsa strutturale per il rinnovamento della didattica.

L’evoluzione amministrativa, il tetto del 30% e la didattica personalizzata

Nel tentativo di conciliare il diritto universale all’istruzione con l’esigenza di una distribuzione equilibrata che prevenga la formazione di classi omogenee per provenienza, l’amministrazione è intervenuta con strumenti secondari. La Circolare Ministeriale n. 2/2010 ha introdotto il limite ordinario del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe. Tuttavia, per evitare frizioni con le norme di rango superiore, il provvedimento ha previsto un sistema flessibile di deroghe gestito dagli Uffici Scolastici Regionali, consentendo il superamento del tetto in presenza di alunni stranieri con adeguate competenze linguistiche (le seconde generazioni).
Più recentemente, l’ordinamento ha potenziato gli strumenti per la gestione didattica dello svantaggio. L’inquadramento degli studenti Neo Arrivati in Italia (NAI) nell’area dei Bisogni Educativi Speciali (Dir. Min. 2012) ha legittimato l’uso dei Piani Didattici Personalizzati (PDP). Contemporaneamente, la Legge 107/2015 e le successive disposizioni normative (fino al recente D.L. 71/2024, convertito in L. 106/2024) hanno progressivamente strutturato risorse per l’insegnamento dell’Italiano L2 e il potenziamento didattico.

Il contesto di riferimento per le future disposizioni

L’insieme di queste direttive disegna un sistema istituzionale in cui il diritto soggettivo all’istruzione, l’inclusione interculturale e l’autonomia tecnico-didattica delle scuole formano un equilibrio collaudato.
È in questo perimetro gerarchico che potrà collocarsi l’applicazione delle disposizioni normative inerente alla distribuzione degli studenti stranieri. Nell’ordinamento italiano, un Decreto non opera in isolamento: qualora introduca vincoli numerici più stringenti o criteri legati alla competenza linguistica, tali novità dovranno necessariamente essere interpretate e applicate in modo costituzionalmente orientato.
Il quadro normativo vigente, dalla Convenzione ONU al DPR 394/1999, rimane la lente indispensabile per garantire che l’organizzazione scolastica risponda sempre al suo mandato fondamentale: la tutela e lo sviluppo di ogni persona in formazione.

Prix International “Jacques Muhlethaler” 2026 pour la Paix et les droits de l’homme

Assegnato ad Angela Daniela Greco


Il Comitato direttivo EIP Italia Scuola strumento di pace ETS attribuisce il Prix International “Jacques Mühlethaler” 2026 pour la Paix et les droits de l’homme alla Dottoressa Angela Daniela Greco, Dirigente Penitenziario del Ministero della Giustizia.

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La consegna di questo riconoscimento non rappresenta soltanto l’omaggio a una carriera esemplare, ma intende valorizzare una testimonianza viva di come l’etica pubblica, il rigore personale e la difesa della dignità umana possano e debbano farsi prassi quotidiana all’interno delle Istituzioni dello Stato.

Nel corso della sua articolata traiettoria professionale ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, la dottoressa Angela Daniela Greco ha ricoperto ruoli di primaria responsabilità strategica e di garanzia, testimoniando un’etica professionale ineccepibile. Il suo operato ha dimostrato come la legalità possa essere non soltanto un adempimento formale, ma un presidio democratico e trasparente posto a tutela del bene comune e delle garanzie di tutti i cittadini.

Nell’esercizio delle Sue funzioni, ha saputo interpretare il proprio ruolo ancorando costantemente l’azione amministrativa ai principi della nostra Costituzione, che riconosce la centralità e l’inviolabilità dei diritti fondamentali dell’uomo. 

In questo modo ha riaffermato che il carcere non può mai trasformarsi in un luogo privo di garanzie o disgiunto dalla dignità della persona. 

La sua azione ha concretizzato l’idea che la vera Giustizia risiede nella capacità delle Istituzioni di coniugare il rispetto della Legge con la tutela della dignità umana di ogni individuo.

Attualmente, nella sua qualità di Direttore della Scuola di Formazione e Aggiornamento del Corpo di Polizia Penitenziaria e del Personale dell’Amministrazione Penitenziaria “Giovanni Falcone” di Roma, pone la sensibilità pedagogica al centro della crescita professionale delle forze di polizia e del personale amministrativo. 

Nella sua visione, la formazione non è solo trasmissione di competenze tecniche, ma formazione etica e civica: educare chi opera nei contesti di privazione della libertà al rispetto, all’equità e al senso di giustizia significa dotare lo Stato degli strumenti indispensabili per prevenire le violazioni e promuovere una reale cultura dei diritti umani.

Con costante disponibilità e generosa presenza, ha varcato i confini dell’Amministrazione per portare la testimonianza delle Istituzioni direttamente a contatto con le giovani generazioni, interagendo regolarmente con il mondo della scuola e delle università. Attraverso una feconda e continuativa collaborazione con Associazioni e Enti ha sostanziato nei fatti la missione il principio fondante dell’EIP secondo cui l’istruzione e la formazione costituiscono il canale prioritario per prevenire le ingiustizie e edificare una società pacifica e giusta.

Jacques Mühlethaler, fondatore dell’Associazione mondiale per la Scuola strumento di pace, sosteneva che “La scuola è al servizio dell’umanità” e che il senso di responsabilità e la tolleranza rappresentano i più grandi privilegi e doveri dell’essere umano.

La dottoressa Angela Daniela Greco rappresenta oggi un modello di riferimento professionale ed etico che traduce quotidianamente in azioni questo insegnamento. Mettendo la conoscenza dei diritti, il rigore istituzionale e la responsabilità personale al servizio dell’umanità, ci mostra che la pace non è un’astrazione, ma il frutto concreto di istituzioni giuste, trasparenti e umane.

Per queste ragioni, E.I.P. Italia Scuola strumento di pace è onorata di conferirLe il Prix International “Jacques Mühlethaler” 2026 pour la Paix et les droits de l’homme.

Il docente tra ricerca, responsabilità e comunità

Disponibile per Anicia dal 9 settembre settembre il volume di Francesco Rovida Nelle geometrie della scuola. Legislazione scolastica e prassi educativa


Pubblichiamo la Presentazione del volume della Presidente EIP Anna Paola Tantucci:

In un’epoca storica segnata da rapide e profonde trasformazioni, nonché da un’inedita complessità del tessuto sociale e relazionale, il compito assegnato alle istituzioni educative assume un’importanza del tutto cruciale in quanto Il sistema scolastico rappresenta, nella sua complessa architettura istituzionale e pedagogica, l’organizzazione cardine al servizio della formazione integrale della persona umana. La scuola, infatti, non può limitare il proprio mandato alla mera trasmissione di saperi disciplinari astratti o alla rincorsa di un’efficienza puramente quantitativa. Al contrario, essa è chiamata a fornire alle nuove generazioni gli strumenti intellettuali, culturali ed etici necessari per affrontare le sfide del presente, educando alla responsabilità e alla partecipazione democratica. In questo quadro, la costruzione comune della scuola e della società si rivela un processo inscindibile e bidirezionale: l’istituzione scolastica si configura come un vero e proprio laboratorio vivo di cittadinanza, dove il valore dell’impegno civico viene coltivato quotidianamente attraverso l’esperienza della convivenza, l’interiorizzazione delle regole democratiche e la consapevolezza profonda dei diritti e dei doveri di ciascuno.

È proprio a fronte di questa ineludibile complessità che la missione originaria della scuola riafferma tutta la sua urgenza e centralità. Questa prospettiva si pone in profonda e naturale sintonia con i principi che animano l’Associazione Ecole Instrument de Paix (EIP) fin dalla sua fondazione, avvenuta a Ginevra nel 1968 ad opera di Jacques Mühlethaler e Jean Piaget. Da decenni, l’obiettivo prioritario del nostro impegno associativo è la formazione integrale della persona, traguardo perseguito attraverso la promozione costante e instancabile dei principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Nel corso di questo lungo cammino, abbiamo sempre riconosciuto nella scuola l’unica istituzione di respiro planetario realmente in grado di farsi carico di un’opera di autentica trasformazione individuale e sociale rispetto a questi valori fondamentali. Lo scopo primario del fare scuola coincide, nella sua essenza più autentica, con l’educazione ai diritti, all’equità e alla pace.

All’interno di questo delicato processo di maturazione civica, la normativa e l’organizzazione scolastica, analizzate con estremo rigore e grande competenza dall’autore  nel presente volume, non devono in alcun modo essere interpretate come un apparato burocratico opprimente o come un ostacolo formale all’azione didattica. Il diritto scolastico rappresenta, al contrario, il presidio di garanzia dei diritti inalienabili degli studenti e il fondamento costituzionale su cui si regge l’equità dell’intero sistema. 

In questo quadro, il ruolo del docente riveste un’importanza fondamentale nell’ambito delle azioni formative ed educative che il sistema scuola è chiamato a porre in essere.

Un’organizzazione scolastica trasparente non è un fine in sé, ma diviene lo strumento necessario per elevare il progetto educativo a servizio pubblico effettivo, assicurando che le procedure amministrative operino sempre a tutela dell’inclusione, del pluralismo e del successo formativo di ogni alunno. La Costituzione della Repubblica, come ben evidenziato nel testo, costituisce il primo e più organico progetto educativo della nazione.

Al centro di questo orizzonte, in cui si intrecciano inestricabilmente norme, modelli organizzativi e intenti pedagogici, si colloca il ruolo vitale dei docenti. Gli insegnanti sono chiamati ad agire non come semplici esecutori, ma come professionisti colti, figure chiave per la trasformazione educativa e sociale, così come delineato anche dalle prospettive tracciate nel recente Rapporto UNESCO Re-immaginare i nostri futuri insieme che sollecita tutti noi, attraverso domande e riflessioni sull’educazione e sul suo futuro sviluppo, a immaginare modi nuovi o diversi di partecipare alla vita collettiva, attraverso i quali ciascuno possa essere costruttore di percorsi capaci di cambiare ciò che nella situazione attuale suscita preoccupazione.

Di fronte alle sfide e alle crisi attuali (cambiamenti tecnologici epocali, crisi climatica, conflitti sociali e mondiali, ampliamento delle disuguaglianze), la speranza è rappresentata dalle grandi possibilità di accesso alla conoscenza e di collaborazione. Per queste ragioni, UNESCO propone una trasformazione dell’educazione fondata su un nuovo contratto e su una serie di proposte concrete.

Affinché questa trasformazione sia possibile e duratura, occorre tuttavia avviare una profonda e concreta riflessione sulle modalità con cui oggi si intende la valorizzazione della professione docente. Negli ultimi anni si è purtroppo assistito al diffondersi di una tendenza strutturale che punta a premiare o incentivare gli insegnanti quasi esclusivamente per le attività accessorie, spesso del tutto estranee all’insegnamento diretto. Si tende a riconoscere il merito per l’assunzione di incarichi organizzativi, ruoli di staff, funzioni di coordinamento gestionale o per la partecipazione a innumerevoli progetti collaterali, promuovendo di fatto una visione della docenza che appare sempre più distante dall’azione didattica reale che si svolge ogni giorno nelle aule.

Risulta perciò urgente ripartire dalla fondamentale considerazione che un docente è meritevole in quanto tale, e deve essere sostenuto e valorizzato in primo luogo sulla base del suo lavoro di insegnamento e della sua straordinaria capacità di incidere sulla crescita formativa degli alunni. La sfera professionale della didattica, la responsabilità etica di curare la propria disciplina come un corpo vivo e in continua evoluzione, e la competenza nell’agire come ricercatori capaci di costruire il miglior ambiente di apprendimento possibile, devono tornare a rappresentare il fulcro autentico del riconoscimento professionale. 

Occorre dare senso e valore alla formazione, all’essere maestri .

I docenti sono professionisti e dovrebbero essere continuamente animati dal desiderio e dall’esigenza di aggiornare e condividere il proprio bagaglio di conoscenze, competenze ed esperienze. 

Il valore intrinseco dei percorsi formativi ruota su tre assi fondamentali: la disciplina di insegnamento, l’azione di trasmettere/comunicare/condividere, la dimensione della comunità di pratica tra docenti.

La disciplina è un corpo vivo di cui avere cura e, per non “farla invecchiare”, è necessario mantenere con le materie d’insegnamento un rapporto di dialogo continuo, senza cadere nella tentazione di considerare poco rilevante quanto appreso nel percorso di formazione di base disciplinare. Inoltre, mantenere un atteggiamento interessato e curioso passa come un messaggio fondamentale per gli studenti: avere “maestri” (un termine bello e nobile) che trasmettono questa forma mentis è già un insegnamento in sé.

Per trasmettere/comunicare/condividere in modo adeguato è fondamentale capire il contesto diverso, la società diversa, gli stili di apprendimento diversi. Gli studenti lavorano sui PC, vivono con gli (e per gli) smartphone in un contesto di apprendimento, anche informale, di cui dobbiamo tenere conto e con il quale un docente si deve misurare, in una rivisitazione continua dell’approccio didattico. In questo campo il coraggio e la capacità di sperimentazione non corrispondono a improvvisazione. 

L’esperienza pandemica ci ha trasmesso il valore e la necessità di tenere «la valigetta degli attrezzi» sempre pronta per essere in grado di gestire la complessità. Si parla sempre più spesso di laboratori e didattica laboratoriale, ambienti di apprendimento, edificio apprenditivo: espressioni che vanno intese nella direzione di ricerca e sperimentazione di forme di interazione educativa capaci di intercettare l’interesse e il coinvolgimento dei ragazzi. Nulla di nuovo, se pensiamo alla ricerca didattica di Don Lorenzo Milani.

Un docente competente non è un tecnico che applica curricoli pensati da altri, ma è un ricercatore che interroga l’esperienza a partire da teorie apprese e cerca per ogni situazione di realizzare il migliore ambiente di apprendimento possibile. 

I grandi «maestri», quelli che hanno costituito il riferimento per molti giovani docenti, sono quelli che hanno concepito l’essere in classe con gli alunni come responsabilità a cercare le migliori strategie possibili e a questo scopo hanno interpretato il loro ruolo in termini di una continua ricerca. 

Dal punto di vista degli insegnanti assumere un atteggiamento di ricerca nel proprio lavoro e adottarne i metodi significa quindi porsi con maggior consapevolezza di fronte alla propria pratica, sviluppando così responsabilità e autonomia.

La dimensione comunitaria della formazione, intesa come condivisione continua a livello personale e a livello degli organi collegiali non è, alla prova dei fatti, un dato connaturato all’esperienza stessa della professionalità docente, non poche volte connotata da aspetti di chiusura e solitudine, ricercata o imposta. Può diventare un obiettivo da raggiungere, anche considerando che tutti gli studi mettono in luce come il clima organizzativo influenzi, direttamente o indirettamente, gli esiti degli apprendimenti, soprattutto in contesti caratterizzati da difficoltà di ordine socio-economico.

Restituendo piena dignità all’atto dell’insegnare e sostenendo i docenti per il loro inestimabile lavoro quotidiano con gli studenti, il sistema normativo e scolastico potrà dirsi realmente orientato alla crescita delle persone e al servizio del futuro della nostra società.

Anna Paola Tantucci
Presidente nazionale EIP Italia Scuola strumento di pace ETS


Il volume è acquistabile a questo link


Dai codici di Sparta ai bit del futuro

2.400 anni di crittografia


Nel 400 a.C., per proteggere un messaggio militare gli Spartani utilizzavano un semplice bastone di legno. Oggi, per difendere una comunicazione digitale, entrano in gioco algoritmi matematici, chiavi crittografiche e, sulla frontiera della ricerca, persino le leggi della meccanica quantistica.

In circa 2.400 anni, gli strumenti sono cambiati radicalmente. Non è cambiata, però, la domanda alla base della crittografia: come trasmettere un’informazione facendo in modo che possa essere letta soltanto da chi è autorizzato?

È una storia che attraversa guerre, rivoluzioni tecnologiche e scoperte scientifiche. Una storia iniziata con una striscia di pergamena e arrivata oggi fino ai fotoni quantistici.

Dalla Scitala al cifrario di Cesare

Il viaggio comincia nell’antica Grecia con la Scitala spartana, il cui nome deriva dal greco skytálē, cioè “bastone”.
Il funzionamento era semplice ma ingegnoso. Gli Spartani avvolgevano una striscia di pergamena attorno a un cilindro di legno e scrivevano il messaggio lungo la superficie. Una volta srotolata, la pergamena mostrava soltanto una sequenza apparentemente casuale di lettere.
Per leggere il messaggio era necessario avvolgerla nuovamente attorno a un bastone dello stesso diametro. Solo così le lettere tornavano nella posizione corretta e il testo diventava comprensibile.
Era una forma primitiva di crittografia a trasposizione: le lettere non venivano cambiate, ma ne veniva modificata la disposizione.
Qualche secolo più tardi, nel I secolo a.C., arrivò il celebre cifrario di Cesare, attribuito a Giulio Cesare. In questo caso il principio era diverso: ogni lettera veniva sostituita con quella che si trovava tre posizioni più avanti nell’alfabeto.
Una tecnica elementare rispetto agli standard moderni, ma efficace in un’epoca in cui decifrare un messaggio richiedeva tempo e soprattutto non esistevano computer in grado di provare automaticamente migliaia di combinazioni.

La guerra accelera la corsa al codice

Per secoli la crittografia rimase legata soprattutto alla diplomazia, alla politica e alle comunicazioni militari. Il vero salto tecnologico arrivò però nel Novecento.
Nel 1918 fu brevettata la macchina Enigma, destinata a diventare uno dei simboli della crittografia del XX secolo. Il dispositivo utilizzava rotori e collegamenti elettrici per trasformare le lettere del messaggio in una sequenza apparentemente indecifrabile.
Durante la Seconda guerra mondiale, gli Alleati riuscirono a violare il sistema attraverso un enorme lavoro di matematica, analisi e automazione. A Bletchley Park, nel Regno Unito, matematici, linguisti e crittoanalisti lavorarono alla decifrazione dei messaggi tedeschi.
Tra loro c’era anche Alan Turing, il cui lavoro contribuì allo sviluppo delle tecniche e delle macchine utilizzate per attaccare i codici tedeschi.
La guerra dimostrò una cosa fondamentale: nella sfida tra chi protegge un’informazione e chi cerca di intercettarla, la tecnologia avrebbe avuto un ruolo sempre più importante.

Arrivano i computer

Con la diffusione dell’informatica, la crittografia cambia ancora natura.
Negli anni Settanta vengono sviluppati sistemi destinati a diventare fondamentali per la sicurezza digitale. Nel 1977 nasce RSA, uno dei primi sistemi di crittografia asimmetrica utilizzati su larga scala.
La novità è decisiva. La crittografia tradizionale utilizza generalmente una stessa chiave per cifrare e decifrare un messaggio. Con RSA entrano in gioco due chiavi: una pubblica, che può essere condivisa, e una privata, che deve invece rimanere segreta.
È il principio che rende possibile una parte importante delle comunicazioni sicure su Internet.
Nel 2001 viene adottato l’AES (Advanced Encryption Standard), oggi uno degli standard più importanti per la protezione dei dati digitali.
Negli stessi anni si afferma anche la crittografia a curve ellittiche (ECC). Il vantaggio è significativo: permette di ottenere livelli elevati di sicurezza utilizzando chiavi più corte rispetto ad altri sistemi. Una caratteristica preziosa soprattutto nei dispositivi con risorse limitate, come smartphone e sistemi embedded.

Dai bit ai fotoni

La corsa alla sicurezza non si ferma con la crittografia digitale.
La nuova frontiera è quella quantistica.
La crittografia quantistica sfrutta alcune proprietà della meccanica quantistica per proteggere la distribuzione delle chiavi crittografiche. In particolare, alcuni protocolli utilizzano fotoni come vettori dell’informazione.
Il principio è radicalmente diverso rispetto ai sistemi del passato. In determinate condizioni, un tentativo di intercettazione modifica lo stato quantistico del sistema e può quindi lasciare una traccia rilevabile dal destinatario.
È una prospettiva che porta la sicurezza delle comunicazioni fuori dal tradizionale mondo degli algoritmi e dentro quello della fisica fondamentale.
Dalla pergamena degli Spartani ai fotoni, il percorso è lungo circa 2.400 anni. Ma l’obiettivo resta sorprendentemente simile: accorgersi se qualcuno sta cercando di leggere ciò che dovrebbe rimanere segreto.

Quando il codice è una lingua

La storia della crittografia dimostra anche che non sempre la soluzione più efficace nasce da una macchina.
Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti utilizzarono i cosiddetti Navajo Code Talkers, militari nativi americani incaricati di trasmettere comunicazioni attraverso la lingua Navajo.
Il sistema sfruttava la difficoltà per gli avversari di comprendere quella lingua e prevedeva anche termini convenzionali per indicare mezzi e situazioni militari. Alcuni termini facevano riferimento ad animali o fenomeni naturali: un carro armato, per esempio, poteva essere associato alla “tartaruga”, mentre un aereo veniva indicato attraverso l’immagine dell’“uccello di ferro”.
In questo caso non era un algoritmo a proteggere il messaggio, ma una combinazione di lingua, memoria, rapidità e conoscenza umana.
È un esempio significativo di come la sicurezza delle informazioni possa dipendere anche dal fattore umano.

Il codice segreto di Beatrix Potter

Un altro caso, molto diverso, arriva dalla letteratura.
Beatrix Potter, l’autrice britannica diventata celebre per Peter Coniglio, tenne per anni dei diari personali scritti utilizzando un particolare sistema di simboli e sostituzioni.
Le sue annotazioni rimasero illeggibili per decenni. Nel 1958, Leslie Linder riuscì a decifrare il sistema utilizzato dalla scrittrice, rendendo finalmente accessibili quelle pagine private.
Il caso Potter ricorda che la crittografia non appartiene soltanto agli eserciti, ai governi o ai laboratori scientifici. Ogni volta che qualcuno cerca di rendere un’informazione comprensibile soltanto a una persona autorizzata, sta affrontando, in qualche forma, lo stesso problema.

Come spiegare la crittografia a scuola

Ma come si possono raccontare concetti così complessi alle nuove generazioni?
Una delle metodologie utilizzate nella didattica è quella delle Semantic Waves, le “Onde semantiche”, sviluppate da Karl Maton nell’ambito della Legitimation Code Theory.
L’idea è trasformare un concetto astratto in qualcosa di concreto, per poi tornare progressivamente alla teoria.
Si parte, per esempio, da un’espressione come “crittografia asimmetrica”, apparentemente distante dall’esperienza quotidiana di uno studente.
Poi si scende verso un esempio concreto: una chiave, un lucchetto, una scatola che può essere chiusa da una persona ma aperta soltanto da chi possiede la chiave corretta.
Infine si torna al concetto teorico, collegando l’esempio al funzionamento reale della crittografia.
Il percorso può essere rappresentato come un’onda:
– Dall’astratto al concreto: il concetto tecnico viene trasformato in un esempio comprensibile.
– Dal concreto all’astratto: l’esempio viene utilizzato per comprendere nuovamente la teoria.
– La conoscenza si consolida: lo studente non memorizza soltanto una definizione, ma comprende il principio che la sostiene.

Una storia che non è ancora finita

Nel 400 a.C. serviva un bastone per proteggere un messaggio. Oggi servono algoritmi, computer e sistemi matematici estremamente sofisticati. Domani potrebbero essere i fenomeni quantistici a determinare il futuro delle comunicazioni sicure.
La tecnologia cambia, ma la sfida rimane la stessa.
Ogni volta che nasce un nuovo sistema per proteggere le informazioni, nasce anche qualcuno che prova a violarlo. È una corsa senza un traguardo definitivo, iniziata oltre duemila anni fa e destinata a proseguire finché continueremo ad avere qualcosa da proteggere.
Dalla Scitala spartana ai fotoni quantistici, la storia della crittografia è, in fondo, la storia di una stessa idea che continua a reinventarsi: un messaggio ha valore anche perché non tutti possono leggerlo.

Prof.ssa Italia Martusciello
Vicepresidente nazionale EIP Italia

Unire i puntini per far funzionare la scuola

Le riflessioni di ASviS per l’avvio dell’anno scolastico


Il rientro tra i banchi di scuola offre l’occasione per fare un bilancio sul sistema educativo e sulle sue criticità. Un recente editoriale pubblicato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), intitolato “Per far funzionare davvero la scuola dobbiamo imparare a unire i puntini”, ci ricorda che per affrontare le sfide dell’istruzione è indispensabile adottare una visione sistemica.

Il testo, a firma di Flavia Belladonna, analizza diversi snodi fondamentali che attraversano oggi il mondo dell’educazione.

I dati Ocse-Pisa evidenziano un peggioramento delle competenze a livello globale. Anche in Italia si registra un calo delle performance in matematica e lettura, mentre desta notevole preoccupazione la cosiddetta “dispersione scolastica implicita”, ossia il numero di giovani che arrivano alla fine degli studi senza possedere le competenze di base previste.

La qualità del sistema scolastico dipende fortemente dal corpo docente, eppure l’indagine Talis segnala che solo il 14% degli insegnanti italiani ritiene che la propria professione sia apprezzata dalla società. Inoltre, soltanto il 23% si dichiara soddisfatto del proprio stipendio.

Basandosi sul 24° Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza, l’articolo porta alla luce gravi carenze infrastrutturali. Ben il 49% degli edifici scolastici è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica, e solamente un istituto su tredici dispone di impianti di climatizzazione e ventilazione.

Il sistema educativo italiano affronta ostacoli importanti anche nei servizi offerti, come dimostrano il ritardo sui progetti per gli asili nido al Sud Italia e la scarsa copertura del servizio mensa, garantito solo nel 36% degli edifici scolastici. Critica è poi la situazione dell’inclusione per gli studenti con disabilità: l’accessibilità motoria copre solo il 40% delle scuole, crollando drammaticamente all’1,2% per la presenza di mappe e percorsi tattili per gli alunni con cecità o ipovisione.

L’ASviS conclude sottolineando un messaggio fondamentale: queste problematiche non possono essere trattate come se fossero a compartimenti stagni. È necessario “imparare a unire i puntini”, cioè formulare politiche educative in grado di guardare alla scuola nella sua interezza, abbandonando la logica dell’emergenza a favore di una continuità di investimenti e di una programmazione a lungo termine.

Per leggere l’articolo completo e approfondire tutti i temi trattati, vi invitiamo a visitare il sito ufficiale dell’ASviS:
Per far funzionare davvero la scuola dobbiamo imparare a unire i puntini.