Archivi categoria: Educazione alla pace

Il peso delle scelte: cronache di un’Italia che voleva rinascere

Riflessioni e proposte per il 25 aprile


Educare alla Libertà e alla Memoria Attiva
Il 25 aprile non rappresenta soltanto una data sul calendario civile o il ricordo di un evento bellico concluso, ma costituisce il momento fondativo della nostra democrazia.
Proporre attività didattiche sulla Liberazione oggi significa offrire agli studenti gli strumenti critici per comprendere come i diritti di cui godono siano il frutto di una scelta coraggiosa e collettiva.
Gli obiettivi delle proposte le attività proposte mirano a:
• Umanizzare la Storia: passare dai “grandi numeri” alle storie individuali (donne, giovani, intellettuali e contadini) per favorire l’immedesimazione.
• Sviluppare il pensiero critico: analizzare la Resistenza non come un blocco monolitico, ma come l’incontro di diverse anime politiche (DC, PCI, PSIUP, ecc.) unite da un obiettivo comune.
• Connettere passato e presente: utilizzare documenti multimediali (come i video di RaiPlay) e testimonianze per dimostrare che i concetti di “libertà” e “resistenza” sono pratiche quotidiane di educazione civica.

Avviso MIM sulle Competenze non cognitive: una occasione per progettare l’Educazione alla pace a scuola

Avviso Pubblico 537/2026 – richieste e opportunità per le istituzioni scolastiche


Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha recentemente emanato l’Avviso Pubblico 537/2026 (D.M. 15 gennaio 2026, n. 6), invitando le istituzioni scolastiche a candidarsi per la “sperimentazione nazionale finalizzata allo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi scolastici” istituita dalla Legge 19 febbraio 2025, n. 22.
L’obiettivo primario di questa importante innovazione legislativa è il miglioramento del successo formativo, intervenendo alla radice per prevenire analfabetismi funzionali, povertà educativa e dispersione scolastica.
L’Avviso richiede alle scuole di presentare, entro le ore 23:59 del 30 aprile 2026, una proposta progettuale (tramite l’Allegato 1) che delinei:
– adozione di metodologie didattiche attive, partecipative e innovative;
– modalità di integrazione di queste competenze nelle pratiche di insegnamento e nel curricolo scolastico;
– criteri e strumenti di rilevazione coerenti con le competenze chiave europee;
– creazione di partenariati con organizzazioni del Terzo settore e del volontariato per valorizzare le potenzialità e i talenti degli studenti.

In un’epoca segnata da profonde complessità e incertezze, come tradurre queste richieste in un progetto dotato di senso e visione?
La risposta più alta e coerente è l’Educazione alla Pace.
Gli stessi Orientamenti allegati alla norma chiariscono che lo scopo profondo della sperimentazione non è una semplice aggiunta di percorsi isolati, ma il far fiorire le personalità degli studenti affinché siano capaci di “dare un contributo significativo alla società in termini di pace, integrazione e sostenibilità” (vedi Orientamenti).
Questa visione si radica saldamente alla “Raccomandazione sull’Educazione alla pace, ai Diritti Umani, alla comprensione internazionale, alla cooperazione, alle libertà fondamentali, alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile” adottata dall’UNESCO nel 2023.
L’UNESCO sottolinea l’urgenza di un’educazione “trasformativa” che prepari gli studenti ad agire come promotori di società pacifiche, giuste e inclusive. Sviluppare le competenze non cognitive significa, secondo la Raccomandazione, promuovere abilità cruciali quali il pensiero analitico e critico e la capacità di risoluzione pacifica dei conflitti; l’autoconsapevolezza, per gestire le emozioni e mostrare empatia;
il rispetto per la diversità e le competenze collaborative basate sulla comunicazione non violenta.

Per dare massima coerenza didattica e tradurre i valori UNESCO in pratica quotidiana, le attività progettuali possono trovare il loro sfondo integratore nei sei Principi universali di Educazione civica, elaborati a Ginevra nel 1968 da Jean Piaget e Jacques Muhlethaler, fondatori dell’Associazione Mondiale “Ecole Instrument de Paix”. Questi principi uniscono in modo indissolubile lo sviluppo cognitivo a quello socio-emotivo: comprensione reciproca (La scuola apre a tutti i fanciulli del mondo la strada della comprensione reciproca); rispetto (La scuola educa al rispetto della vita e degli uomini); empatia e tolleranza (La scuola educa alla tolleranza, qualità che permette di accettare, negli altri, sentimenti, maniere di pensare e di agire, diversi dai propri); responsabilità (La scuola sviluppa nel fanciullo il senso di responsabilità); altruismo e collaborazione (La scuola educa il fanciullo all’altruismo e alla solidarietà).
Basare il progetto su questi pilastri permette di applicare in modo organico modelli internazionali (come il framework CASEL o il SEE Learning), sviluppando empatia, consapevolezza sociale e abilità relazionali degli studenti.

In virtù di questo quadro delineato, l’Associazione EIP Italia Scuola strumento di pace ETS, impegnata dal 1972 nell’Educazione ai Diritti Umani e alla Pace, offre la propria disponibilità per una collaborazione strategica e un partenariato diretto con le istituzioni scolastiche, così come caldamente incoraggiato dal Ministero.
Non proponiamo “pacchetti pre-confezionati”, ma mettiamo a disposizione il nostro storico bagaglio di metodologie e saperi per co-progettare un intervento su misura con le comunità scolastiche.
Insieme, possiamo strutturare la proposta per la compilazione dell’Allegato 1, definendo il ruolo dei partner e facilitando l’integrazione organica di queste attività nel Curricolo d’istituto

Considerando l’imminente scadenza fissata per il 30 aprile 2026, vi invitiamo a contattare EIP Italia per verificare insieme l’opportunità di sviluppare insieme una parte del lavoro.

Insieme possiamo trasformare questa sperimentazione in un’opportunità reale per formare “costruttori di pace”.


La geografia della speranza: cogliere i semi di pace nel buio del mondo

Gli auguri della Presidente nazionale Anna Paola Tantucci per le festività pasquali


Carissimi cari soci e amici di EIP Italia,

c’è una tentazione forte, in questa Pasqua 2026, ed è quella di chiudere occhi e orecchie. 
Il peso delle macerie, il rumore dei conflitti che lacerano il Medio Oriente, l’Europa dell’Est e il Sudan, e la stanchezza di una cronaca che sembra parlare solo la lingua della fine, spingono spesso verso lo sconcerto o l’indifferenza.
Ma come Associazione di educazione ai diritti umani e alla pace, sappiamo che la Pasqua non è attesa passiva, ma un atto di insurrezione morale
È la scelta ostinata di non guardare un sepolcro sigillato o un popolo oppresso dalla schiavitù, ma di cogliere i semi di pace che, nonostante tutto, stanno spaccando la pietra della violenza in ogni angolo del mondo.

Quest’anno, il nostro augurio è un invito a farsi cercatori di questi germogli.
Li abbiamo visti pochi giorni fa, il 24 marzo a Roma, nella marcia “Mother’s Call Barefoot”. In quel passo scalzo di centinaia di madri, abbiamo visto la forza della vulnerabilità: camminare nude sulla terra ferita per chiedere la fine dei massacri non è solo un simbolo, è la rinascita dell’empatia che rifiuta le armi. 
È lo stesso spirito di Chiara Mocchi, docente ferita da un suo studente, che in una lettera straordinaria ha risposto al dolore non con la vendetta, ma con la cura. Restare educatrice di fronte al colpo ricevuto è l’essenza stessa della Pasqua: impedire che il male spenga la funzione vitale dell’insegnamento.
Se alziamo lo sguardo al mondo, i semi di pace che vogliamo cogliere sono ovunque.
Sono nelle 17 scuole sotterranee di Kharkiv, in Ucraina, dove proprio in questo marzo 2026 la vita si è spostata nel grembo della terra per proteggere il diritto al futuro dei bambini.
Sono nelle scuole segrete dell’Afghanistan, dove le donne sfidano l’oscurità del regime trasformando le loro case in aule, perché un libro aperto è una pietra che rotola via dal sepolcro dell’ignoranza.
Sono a Gaza, dove tra le rovine di un intero sistema scolastico, migliaia di bambini tornano a sedersi in cerchio nelle tende dell’UNICEF per il programma “Back to Learning”: vedere un quaderno aperto dove tutto è stato abbattuto è la prova che l’istruzione è l’unico argine all’annientamento dell’anima.
Sono nel grido delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina che, nel 50° anniversario del golpe, ci ricordano che la memoria è un organismo vivo che genera giustizia, non cenere del passato.
Sono nei laboratori di pace dei Balcani, dove studenti serbi, albanesi e bosniaci si sono incontrati per scrivere una storia comune, oltre i nazionalismi: vedere ragazzi che scelgono di studiare insieme le lingue degli ‘altri’ è la prova che il dialogo è un seme capace di abbattere muri che sembravano eterni.
Sono nelle vittorie dei popoli indigeni in Amazzonia, che poche settimane fa hanno salvato i loro fiumi dalla privatizzazione, ricordandoci che la pace è anche riconciliazione con la Terra Madre.
Sono in Sudan, dove dopo oltre 500 giorni di chiusura forzata delle scuole a causa della guerra civile, sono nate le “Classi della Resilienza” nei campi profughi: vedere insegnanti volontari che hanno perso tutto tranne la loro missione, è la prova che il desiderio di imparare è un seme che nessuna arma può calpestare.

Cogliere questi semi significa riconoscere che la Resurrezione accade ogni volta che un diritto viene difeso, ogni volta che un insegnante non si arrende, ogni volta che una comunità sceglie il dialogo invece del muro.
Il nostro impegno per i mesi a venire è questo: non lasciare che questi germogli secchino nell’indifferenza. 
Vogliamo essere il terreno fertile in cui questi esempi possano crescere e diventare cultura, educazione, prassi politica.
Vi auguriamo una Pasqua di piedi in cammino e di mani pronte a seminare. 
Perché la vita non ritorna semplicemente: la vita ri-sorge, e noi vogliamo essere lì a testimoniarlo.

Buona Pasqua di Pace e Diritti

Roma, 30 marzo 2026

Anna Paola Tantucci
Presidente nazionale EIP Italia Scuola strumento di pace ETS

Tamburi per la pace 2026 a Napoli

Il prossimo 14 aprile una manifestazione in città


Mentre nel mondo sembra prevalere la cultura dell’odio, un messaggio di pace viene dalle scuole con la tradizionale manifestazione “I Tamburi per la pace”, patrocinata in Italia dall’Associazione EIP e che si svolge contemporaneamente in numerosi paesi d’Europa: ragazzi e giovani, in vari luoghi lontani tra loro ma uniti dallo stesso sentimento, suonano i tamburi e recitano poesie e messaggi di pace.
La manifestazione deve il proprio nome alla figura dei “tamburini” dei vecchi eserciti, ragazzi o giovanissimi dei reparti di fanteria che, pur non avendo un ruolo diretto nelle battaglie, avevano il compito di dare il ritmo alle truppe oppure di trasmettere messaggi con il rullo dei tamburi. La posizione avanzata, spesso al fianco della prima linea, li esponeva a grandi pericoli, rendendoli vittime della guerra.

Nella seconda metà degli anni ‘70 Arthur Haulot (1913-2005) e sua moglie Moussia fecero propria questa manifestazione e la promossero tra le attività della “Maison Internationale de la poesie” di Bruxelles, legandola poi alla Giornata Mondiale della Poesia (21 marzo), istituita dall’UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta all’inizio del secondo millennio.

Perché suoniamo i tamburi?
Quando la guerra si faceva senza droni e senza missili, erano i tamburini ad annunciarla, il rullo dei loro tamburi.
Noi, invece, oggi con i Tamburi vogliamo chiedere la Pace!
Per tutti i paesi del mondo dove la guerra e i genocidi non accennano a finire.

Un momento, dunque, assolutamente bello e coinvolgente, segno di una Scuola che a Napoli favorisce una formazione sempre più completa e ricca di momenti di educazione alla Pace.
La Pace deve far rumore e ci auguriamo che il prossimo anno i Tamburi possano risuonare in un mondo del tutto pacificato.

Per quest’anno la manifestazione principale si svolge il prossimo martedì 14 aprile dalle 10.30 alle 12.30 presso l’auditorium e gli spazi esterni dell’Istituto Comprensivo “D’Ovidio – Nicolardi – E.A. Mario” di Napoli, con la partecipazione dell’assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Maura Striano.

Diritti Umani: il software per la pace nel mondo digitale

La sfida della quinta fase del Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani


Il cammino verso una cultura universale dei diritti umani ha compiuto un passo decisivo con l’avvio della quinta fase (2025-2029) del Programma Mondiale per l’Educazione ai Diritti Umani (WPHRE). Questa iniziativa, lanciata dalle Nazioni Unite nel 2005, si è evoluta nel tempo attraversando diverse tappe fondamentali: dalla focalizzazione sul sistema scolastico primario e secondario nella prima fase, alla formazione di università e funzionari pubblici nella seconda, fino a raggiungere i professionisti dei media e, più recentemente, l’empowerment giovanile in linea con l’Agenda 2030. Oggi, la quinta fase ha spostato l’orizzonte verso le sfide tecnologiche, ponendo i bambini e i giovani al centro di una riflessione che unisce dignità umana e innovazione.

La base giuridica e politica di questa nuova stagione risiede nella Risoluzione 54/7, adottata dal Consiglio per i Diritti Umani nell’ottobre 2023. Il testo sottolinea come l’educazione ai diritti umani sia uno strumento essenziale per prevenire i conflitti e promuovere l’uguaglianza. In particolare, la risoluzione stabilisce che la quinta fase debba concentrarsi sui bambini e sui giovani, con un’attenzione specifica all’impatto delle nuove tecnologie. Il documento ufficiale recita testualmente:
“Il Consiglio decide che la quinta fase del Programma mondiale continuerà a concentrarsi sui giovani, espandendosi al contempo per includere i bambini come settori prioritari, con particolare enfasi sui diritti umani e le tecnologie digitali, l’ambiente e il cambiamento climatico, e l’uguaglianza di genere.”
Risoluzione ONU A/HRC/RES/54/7

La pace, dunque, non è un concetto astratto, ma un obiettivo che si costruisce garantendo a ogni individuo la capacità di navigare in sicurezza negli spazi digitali, di vivere in un ambiente sano e di godere di pari opportunità, indipendentemente dal genere.

Il legame tra educazione digitale e pace è profondo. In un mondo dove la disinformazione e l’incitamento all’odio online alimentano polarizzazioni e conflitti, formare i giovani ai diritti umani significa dotarli di un “sistema operativo critico”. Saper riconoscere una violazione del diritto alla privacy o contrastare il bullismo digitale sono atti di costruzione della pace quotidiana. Come evidenziato dal Piano d’Azione della quinta fase (Rapporto A/HRC/57/34), l’obiettivo è trasformare i giovani da utenti passivi a difensori attivi dei diritti, capaci di usare gli strumenti digitali per promuovere la giustizia sociale e il dialogo interculturale.

Per le classi che intendono partecipare al 54° Concorso Nazionale EIP Italia, la quinta fase offre tre percorsi tematici principali su cui sviluppare elaborati creativi o di ricerca.
Il primo riguarda la Cittadinanza digitale responsabile, dove gli studenti possono esplorare come l’intelligenza artificiale influenzi la loro libertà di scelta e come proteggere i diritti fondamentali sul web.
Una seconda pista è dedicata alla Giustizia climatica, analizzando come la protezione dell’ambiente sia un prerequisito per la pace e un diritto inalienabile delle generazioni future.
Infine, un percorso sulla Parità di genere nel futuro può stimolare riflessioni su come abbattere gli stereotipi che ancora limitano l’accesso delle ragazze alle carriere scientifiche e tecnologiche (STEM).

Per supportare la preparazione degli elaborati e dei progetti, è possibile consultare i documenti originali messi a disposizione dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani:
Testo integrale della Risoluzione 54/7 (A/HRC/RES/54/7)
Piano d’Azione per la Quinta Fase 2025-2029 (A/HRC/57/34)
Portale OHCHR sull’Educazione ai Diritti Umani

Partecipare a questo Concorso significa non solo studiare la storia dei diritti, ma scriverne il capitolo successivo, contribuendo attivamente a una società globale più giusta, connessa e, soprattutto, pacifica.

Per una cultura di pace: voci di un impegno comune da Ginevra

Prosegue il dibattito nella 61ma sessione del Consiglio ONU per i diritti umani


Il dibattito sulla cultura della pace svoltosi durante la 61ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani lo scorso 4 marzo ha trasformato l’aula delle Nazioni Unite in un laboratorio di idee su come trasformare la pace da concetto astratto a pratica quotidiana.
L’apertura dei lavori ha subito chiarito che la pace non può essere intesa semplicemente come la fine delle ostilità belliche, ma deve essere radicata in un ecosistema dove la dignità umana è protetta preventivamente.

Un contributo fondamentale è arrivato da Nada Al-Nashif, Vice Alto Commissario per i Diritti Umani, la quale ha insistito sul fatto che la cultura della pace richiede una partecipazione democratica reale e uno spazio civico sicuro. Secondo Al-Nashif, senza il rispetto dello Stato di diritto e l’inclusione di ogni voce sociale, le fondamenta della convivenza restano fragili. Sulla stessa linea si è mosso l’intervento di Federico Villegas, Rappresentante Permanente dell’Argentina, che ha sottolineato come la pace sia un “processo dinamico” che necessita di un dialogo interculturale costante per abbattere i pregiudizi che alimentano i conflitti.

Il mondo della scuola trova un riferimento prezioso nelle parole di Sua Eccellenza l’Ambasciatrice Lotte Knudsen, a capo della delegazione dell’Unione Europea, che ha evidenziato il ruolo cruciale dell’istruzione nella prevenzione della violenza. Knudsen ha spiegato che investire nell’alfabetizzazione mediatica e nell’educazione ai diritti umani permette ai giovani di sviluppare quel pensiero critico necessario per resistere alla disinformazione e ai discorsi d’odio. Questo approccio educativo non serve solo a informare, ma a formare cittadini capaci di mediare e cooperare.

Dal lato della società civile, l’intervento di Valerie Bichelmeier per l’organizzazione Make Mothers Matter ha spostato l’attenzione sulle prime fasi della vita e sull’ambiente familiare. Bichelmeier ha argomentato che la cultura della pace nasce nell’infanzia attraverso l’apprendimento dell’empatia e della gentilezza, suggerendo che le politiche pubbliche dovrebbero sostenere maggiormente le famiglie in questo compito educativo primario. La sua riflessione invita il mondo scolastico a collaborare strettamente con i genitori per creare una continuità di valori tra casa e classe.

Infine, Haoliang Xu, in rappresentanza del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), ha portato esempi concreti di come la fiducia nelle istituzioni locali sia il vero collante della pace. Ha spiegato che quando le persone vedono i propri diritti economici e sociali garantiti, la spinta verso il conflitto diminuisce drasticamente. Il messaggio finale emerso dal panel per studenti e docenti è dunque chiaro: la pace è un cantiere aperto che si costruisce ogni giorno attraverso la difesa della giustizia sociale e il rifiuto di ogni forma di discriminazione.


EIP Italia sta seguendo l’evoluzione dei lavori anche come supporto allo sviluppo dei lavori didattici per il 54 Concorso nazionale “Dall’Italia al mondo. L’impegno per i diritti umani come pilastro di pace”.

Fino a un certo punto

Il diritto internazionale e gli insuccessi della diplomazia nelle parole di Luciano Corradini


https://youtube.com/shorts/6gsKUiQQIyQ?si=lVE6KBiC4sy7re92

da “Il Giornale di Brescia” del 17 marzo 2026

È rimasta nella mente di molti la frase del ministro degli Esteri Tajani: «Il diritto internazionale è importante, ma fino ad un certo punto». Da una parte si è cercato di interpretarla come un richiamo ad un buon senso, capace di adeguarsi alla «realtà effettuale delle cose» di machiavelliana memoria, dato che gli Stati più potenti del mondo sarebbero capaci di risolvere tra loro i problemi geopolitici del nostro tempo.
Dall’altra parte si fa l’elenco degli insuccessi sia della diplomazia, sia delle guerre scatenate senza obiettivi comprensibili, estese, come epidemie, ad altri Stati e con danni terribili per gran parte dei Paesi del mondo, in termini di popoli massacrati, intere città e campagne semidistrutte, con danni al patrimonio culturale, naturale, economico, spirituale di intere generazioni.
Stampa e media danno ad ogni ora informazioni su eventi, con interpretazioni storiche e previsioni di esperti militari, geopolitici, economisti, sociologi, filosofi, che analizzano e spesso polemizzano, senza ottenere il formarsi, nelle popolazioni, di atteggiamenti e orientamenti culturali e politici capaci di indurre i «potenti» a rinunciare all’odio e alla guerra.
Bisogna interrogarsi su quel «fino ad un certo punto». Ci sono alternative alla lucida e generosa, anche se poco compresa e praticata costruzione del diritto internazionale dei diritti umani?
Cito alcune voci impegnate a capirci qualcosa.

Il geniale uomo di teatro Stefano Massini in un monologo satirico ha ironizzato, nel corso di una puntata della trasmissione di La7 «Piazza Pulita», sul Pacifista pigro, preoccupato, ma in poltrona, in pantofole, anche polemico, quando sale il prezzo del petrolio, piange per i piccoli, ma posticipa il suo intervento e non scende in piazza.

Cito infine alcuni versi scritti da Gianni Gasparini, poeta e sociologo all’Università Cattolica di Milano:
«Chi vuole scrivere una poesia mentre infuria la guerra dovrebbe prima digiunare spegnere le voci interiori di sdegno e di vendetta / fare un silenzio assoluto intriso di lacrime e pianto / mettersi in ginocchio a capo chino ad occhi chiusi pregando il suo dio devotamente e quindi far memoria / di persone straziate torturate e immaginare il terrore di donne stuprate da primati sadici e feroci / Prima di scrivere una riga soltanto occorrerebbe meditare a lungo davanti alle fosse maleodoranti / dei corpi gettati come luride cose malsepolte nella sabbia e attendere – se verrà ancora – / un soffio che ispiri versi alti e potenti per non dimenticare né ora né mai».
(aprile 2022 in Visioni, Venezia, Marcianum Press 2023)


Nonostante la possibile interpretazione letterale delle (infelici??) parole del Ministro sulla relatività del diritto internazionale rispetto alla “realtà effettuale” delle cose, l’impegno dell’Italia nelle sedi ONU dovrebbe smontare l’idea di un disimpegno istituzionale.
La partecipazione attiva del nostro Paese allo United Nations Uman Rights Council rappresenta una fonte di risposta concreta a quel “pacifismo pigro” criticato da Massini, trasformando l’indignazione in azione diplomatica (e l’attività didattica nella progettazione dell’educazione ai diritti umani proposta dal 54° Concorso Nazionale EIP Italia).
Come suggerisce Corradini, l’alternativa alla barbarie e alle “fosse maleodoranti” descritte da Gasparini risiede proprio nella costruzione lucida e generosa di un diritto internazionale capace di superare la mera analisi dei conflitti per generare una vera coscienza critica e politica.

E’ l’ora della pace

Il Convegno organizzato dall’Istituto Comprensivo “D’Auria – Nosegno” di Arzano


da “Prospettive”
https://www.redazioneprospettive.it/arzano-un-convegno-da-applausi-su-un-tema-e-lora-della-pace/

La Pace cammina coi giovani. La Pace è sempre giovane, ed è per questo che stamattina, all’appello “È l’ora della Pace!”, lanciato dall’I.C. D’Auria Nosengo di Arzano, più di 500 giovanissimi di scuola secondaria di primo grado dei quattro Istituti comprensivi del territorio hanno risposto affollando gli spalti del PalaRea in via Ferrara.
Si è celebrato un Convegno sui temi della convivenza tra i popoli ormai alla sua terza edizione. Mentre i grandi della Terra si scontrano all’insegna dell’antico assioma “Se vuoi la pace prepara la guerra” scatenando conflitti ovunque nel mondo, i giovani hanno sentito l’urgenza di “ascoltare” i testimoni della pace per sperimentare altre vie per realizzare la Pace. Un anelito che hanno espresso con le loro domande ai vari relatori ed unanime è stata la risposta di costoro: Se vuoi la Pace, prepara la Pace!

Perle che abbiamo registrato degli interventi:
La pace comincia dalle piccole cose e nasce dai semplici gesti quando scelgo di rispettare l’altro (Marco Colurcio, presidente del Consiglio di Istituto della D’Auria Nosengo);
La scuola come scuola di empatia e di pace (prof.ssa Silvana Rinaldi, rappresentante della sezione campana dell’EIP – Scuola Strumento di Pace);
I valori della solidarietà, dell’amicizia e dell’empatia sono la base per costruire la pace (prof.ssa Sabrina Di Lauro, dirigente scolastica dell’IC Ariosto 1).
I giovani migliori degli adulti. A loro il testimone per costruire la pace laddove gli adulti sono riusciti “incapaci”. (prof. Elpidio Del Prete, dirigente scolastico dell’IC De Filippo Vico).
Non sono mancati momenti di interazione tra relatori e studenti: il rappresentante dell’UCEBI, dott. Gerardo Litigio, munito di gessetti bianchi e colorati, ha dimostrato come la pace sia fonte di luce che può risplendere sulle tenebre del male, oggi rappresentato dai conflitti che inquinano il mondo; Agnese Ginocchio, rappresentante del Movimento internazionale per la Pace e la salvaguardia del Creato, ha coinvolto in un momento significativo alcune alunne che avevano realizzato un cartellone che raccoglieva stimolanti riflessioni sull’impegno delle giovani generazioni per la Pace.

C’è stata anche qualche proposta fattiva, concreta: Lanfranco Genito, rappresentante dell’MCE, Movimento di Cooperazione Educativa, ha colpito i ragazzi con l’invito a partecipare a Flotilla dei bambini del mondo: i giovani scrivono lettere ai capi di Stato, all’Onu e ad altri rappresentanti politici con le loro considerazioni e proposte per la pace.
La rappresentante di Emergency, dott.ssa Loredana Mariniello, ha illustrato i progetti di questa associazione nel promuovere una cultura di pace che tenta di rimediare ai disastri che altri hanno provocato in vari Paesi del mondo.

Infine, un ospite di onore, p. Alex Zanotelli, che, non potendo intervenire personalmente, ha voluto essere presente con un videomessaggio puntando la sua breve ma incisiva riflessione sulla sperequazione delle risorse mondiali, per cui ha colpito l’uditorio la sua forte affermazione: Non c’è pace senza giustizia! E in questo la Scuola ha un ruolo fondamentale quella Scuola, però, che affonda le sue radici nella Costituzione italiana, quella che dà diritto di parola anche ai giovani.
Su questo desiderio di Zanotelli, allora, come non ringraziare la dirigente Fiorella Esposito che ha saputo incarnare queste istanze costituzionali di Pace e di Scuola tanto che il Collegio dei docenti della D’Auria Nosengo ha fatto della Pace la mission del PTOF d’Istituto, o tale da proporre una “Una Rete per la Pace” a cui aderiscono gli Istituti Comprensivi Ariosto 1, De Filippo – Vico e K. Wojtyla.
Una grande scuola che guarda lontano partendo dal prossimo quotidiano e il prossimo quotidiano sono gli allievi dell’Istituto, i protagonisti di un futuro mondo di PACE.

I diritti umani come motore dello sviluppo sostenibile: sfide e prospettive per l’Agenda 2030

Il Rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani per la 61ma sessione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU


L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è stata adottata in modo consensuale come un programma d’azione globale per uno sviluppo più equo e giusto, ma attualmente si trova in una preoccupante situazione di stallo. A livello globale, i dati rivelano che il mondo è in linea o sta facendo progressi solo moderati per il 35% degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), mentre per il 47% i progressi sono insufficienti e il 18% dei traguardi ha addirittura registrato un grave arretramento rispetto alla base di partenza fissata nel 2015. Le cause di questa attuazione frammentaria e insufficiente includono l’aumento e l’intensificarsi dei conflitti, le tensioni geopolitiche, i cambiamenti climatici, gli shock economici e la preoccupante riduzione dello spazio civico.

Tuttavia, esiste una chiara via d’uscita: l’integrazione sistematica dei diritti umani nell’attuazione dell’Agenda 2030.
Gli Stati membri hanno ripetutamente sottolineato che la promozione e la protezione dei diritti umani e l’attuazione dell’Agenda si rafforzano a vicenda, offrendo al contempo maggiore legittimità e responsabilità giuridica agli sforzi di sviluppo.
Il principio centrale dell’Agenda 2030, ovvero l’impegno a “non lasciare indietro nessuno”, è profondamente radicato nei concetti giuridici dei diritti umani legati all’uguaglianza e alla non discriminazione.
Per sradicare efficacemente la povertà, che ad oggi intrappola ancora oltre 800 milioni di persone in condizioni estreme, è necessario superare il tradizionale modello economico orientato esclusivamente alla crescita del prodotto interno lordo (PIL), spostandosi verso l’adempimento dei diritti economici, sociali e culturali.
È fondamentale investire nella protezione sociale universale basata sui diritti umani per combattere le disuguaglianze e ricostruire la fiducia sociale.
Parallelamente, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere rimane un obiettivo cruciale costantemente minacciato, il quale richiede politiche sistemiche sui sistemi di cura, l’eliminazione della violenza di genere e la garanzia di un equo accesso all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva.
Per far sì che nessuna persona venga effettivamente trascurata, la disponibilità di dati rigorosi disaggregati per motivi di discriminazione è essenziale, ma i sistemi statistici subiscono una carenza cronica di finanziamenti internazionali.

Dal punto di vista economico, l’idea di costruire delle vere e proprie “economie dei diritti umani” sta guadagnando un forte riconoscimento transregionale.
Questo nuovo paradigma richiede di allineare esplicitamente le politiche economiche e fiscali con gli obblighi internazionali dei diritti umani.
Il divario finanziario necessario per raggiungere gli SDG continua inesorabilmente a crescere ed è proiettato all’impressionante cifra di 6,4 trilioni di dollari entro il 2030.
Per colmare tale voragine, è ritenuta un’urgenza assoluta la riforma dell’architettura finanziaria, fiscale e del debito globale.
Attualmente, 3,4 miliardi di persone vivono in nazioni che spendono più per ripagare gli interessi sul debito che per finanziare servizi essenziali come la salute o l’istruzione, un meccanismo che intrappola i paesi in via di sviluppo e azzera il loro spazio fiscale.
Per arginare queste ingiustizie, le istituzioni invocano meccanismi di risoluzione del debito basati sui diritti umani e una stretta cooperazione per debellare le evasioni fiscali internazionali, le quali sottraggono centinaia di miliardi dai bilanci pubblici.

Nella dimensione ambientale dello sviluppo, i diritti umani giocano un ruolo altrettanto vitale. Il recente riconoscimento del diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile come diritto umano fondamentale da parte dell’Assemblea Generale e della Corte Internazionale di Giustizia ha segnato una svolta epocale.
Questo diritto offre una solida base per gestire le complesse sfide legate all’estrazione di minerali critici per la transizione energetica, allo sfruttamento dei combustibili fossili e alla deforestazione, attività estrattive che spesso violano i diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali e dei difensori dell’ambiente.
Collegato a questo vi è il ruolo dell’Obiettivo 16: uno stato di diritto forte, l’accesso trasparente alla giustizia e la difesa dello spazio civico sono indispensabili per permettere alle comunità di far sentire la propria voce.
Purtroppo le libertà di espressione e di riunione sono globalmente minacciate, tanto che si calcola che nel corso del 2024 un attivista, giornalista o sindacalista sia stato ucciso o fatto sparire ogni 14 ore.

Guardando al prossimo futuro e allo scenario globale post-2030, la comunità internazionale dovrà misurarsi con profonde transizioni sistemiche. I cambiamenti demografici e l’urbanizzazione incessante modificheranno radicalmente il panorama dei bisogni umani, con la popolazione mondiale di età pari o superiore ai 65 anni destinata a raddoppiare entro il 2050 e un’esplosione parallela della popolazione giovanile nel continente africano.
Le aree urbane, destinate ad accogliere quasi il 70% dell’umanità, affronteranno sfide abitative e infrastrutturali senza precedenti, che dovranno essere gestite attraverso l’impiego del diritto internazionale.
Infine, la rapida ascesa dell’intelligenza artificiale rappresenterà sia uno straordinario acceleratore di sviluppo sia una minaccia ai diritti, richiedendo regolamentazioni ferree.
Per navigare attraverso tutte queste sfide, i deboli e volontari sistemi di responsabilità e monitoraggio degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dovranno fondersi in maniera sistematica con i ben più sviluppati e vincolanti meccanismi mondiali di protezione dei diritti umani, creando un’agenda veramente in grado di proteggere le persone e il pianeta.

Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace

Una iniziativa di pace il 24 marzo a Roma


Il 24 marzo 2026 l’organizzazione The Mothers’ Call lancerà da Roma un movimento globale con la “Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace”
Madri palestinesi e israeliane cammineranno fianco a fianco per onorare il dolore e la perdita di ogni madre che ha sepolto un figlio a causa della violenza o della guerra, dichiarando che nessun bambino dovrebbe essere cresciuto per uccidere o essere ucciso. 
Una pace duratura deve fondarsi su chi ha più da guadagnare e più da perdere, ovvero le madri e le comunità che conoscono il vero costo della violenza e il potere mobilitante necessario per ottenere una pace stabile. L’evento di Roma mobiliterà una rete di organizzazioni alleate e sostenitori per stabilire una nuova narrazione per un conflitto che ha finora sfidato ogni risoluzione.

L’iniziativa “Mothers’ Call” rappresenta uno dei progetti più significativi e coraggiosi nel panorama attuale in Medio Oriente. Non è solo una petizione, ma un manifesto politico e umano nato dalla volontà di madri israeliane e palestinesi di dire “basta!” al ciclo di spargimento di sangue. L’iniziativa unisce due realtà nate dall’iniziativa dei cittadini: Women Wage Peace, fondata in Israele dopo la guerra di Gaza del 2014, che oggi è il più grande movimento pacifista del paese; e Women of the Sun, fondata nel 2021 da donne palestinesi determinate ad aumentare la partecipazione femminile nella leadership e a cercare una soluzione non violenta al conflitto.
Insieme, hanno redatto l’Appello delle Madri (Mothers’ Call), un documento che chiede ai leader di entrambi i popoli di tornare al tavolo delle trattative con un impegno risoluto per una soluzione politica entro tempi certi, sottoscritto anche da Papa Francesco.

L’iniziativa si fonda sulla ferma convinzione che le donne non debbano essere viste solo come vittime del conflitto, ma come “architetti della pace”. In quanto madri, queste donne condividono lo stesso dolore per la perdita dei figli e lo stesso desiderio di garantire un futuro di sicurezza e dignità alle prossime generazioni: una “maternità politica” che trasforma il lutto individuale in un’azione collettiva potente. Inoltre, richiama esplicitamente la risoluzione delle Nazioni Unite che sancisce il diritto e la necessità delle donne di partecipare a tutti i livelli dei processi negoziali.
Attraverso programmi specifici come “Women Building Bridges”, il progetto forma ambasciatrici di pace che lavorano su temi comuni come ambiente e religione, creando reti di solidarietà che superano le barriere ideologiche e geografiche. 

Uno degli aspetti più significativi di questa iniziativa è la sua resilienza: anche dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza — che ha colpito direttamente membri di entrambi i movimenti — la collaborazione non si è interrotta. Al contrario, le donne del “Mothers’ Call” hanno intensificato i loro sforzi, rifiutando di cedere alla retorica dell’odio e della vendetta.

L’Associazione EIP Italia Scuola strumento di pace riconosce e condivide questa prospettiva, che trova un’eco profonda anche nell’esperienza del fondatore Jacques Mühlethaler, il quale attraversò il profondo dolore per la perdita di due fratelli in due diversi conflitti. In particolare Mühlethaler racconta che, quando perse il secondo fratello, chirurgo e migliore amico, ucciso in circostanze drammatiche nella guerra d’Algeria nel 1958, pianse quotidianamente per la “vergogna della guerra”, ma presto si rese conto che piangere era privo di significato attivo e non avrebbe contribuito alla pace. Comprese che coloro che avevano combattuto credevano nella loro storia e negli insegnamenti ricevuti, anteponendo il dovere al diritto. Per ottenere un cambiamento, quindi, non ci si poteva limitare a piangere i morti, ma occorreva mobilitarsi ad un’azione di promozione della pace “per mezzo della scuola”.
Secondo la sua visione, trasmessa poi nei Principi universali di Educazione civica, la pace è “vivere insieme nella più grande tranquillità”, attraverso la tolleranza, atteggiamento che esige una “grandissima umiltà” attraverso “l’oblio di me per comprendere l’altro”; e attraverso il rispetto e la difesa della vita dell’uomo, indipendentemente dalla sua condizione.

La forza morale e l’impatto politico di Women Wage Peace e Women of the Sun, hanno attirato l’attenzione globale: tra i riconoscimenti principali la nomina al Premio Nobel per la Pace per due anni consecutivi, la partecipazione come finaliste per il Premio Sakharov del Parlamento Europeo e l’inserimento delle leader tra le “Women of the Year” di TIME Magazine nel 2024.

Il cuore dell’iniziativa si riassume nel grido comune: “Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza e sicurezza per i nostri figli. Chiediamo ai nostri leader di mostrare coraggio e visione per portare questo cambiamento storico”.

Mothers’ Call dimostra che la pace non è un’utopia astratta, ma un processo faticoso e quotidiano di riconnessione umana. Sottolineando il ruolo delle donne, l’iniziativa sposta il focus della sicurezza nazionale dal mero controllo militare alla sicurezza umana, basata sul riconoscimento dell’altro e sulla tutela della vita stessa.

La Barefoot Walk di Roma si svolgerà martedì 24 marzo 2026 con partenza alle ore 17.00 presso l’Ara Pacis. Da qui, il percorso si snoderà lungo Via del Corso fino a confluire in Piazza del Popolo e alla Terrazza del Pincio.
Ai partecipanti è richiesto di indossare abiti semplici e di colori neutri come bianco, nero, crema o toni attenuati e, in linea con i principi di The Mothers’ Call, tutti i partecipanti sono pregati di astenersi dall’utilizzare colori nazionali, identificatori politici, slogan o messaggi individuali.