Archivi categoria: Segnalazioni e proposte

Giacomo Manzù, Alfiero Nena e il Vaticano. Dalla Porta di San Pietro al Museo del Tesoro

Un omaggio ai due artisti e alle loro opere presenti in Vaticano


“Giacomo Manzù, Alfiero Nena e il Vaticano. Dalla Porta di San Pietro al Museo del Tesoro”, con la prolusione del critico d’arte Luca Nannipieri, è l’omaggio con opere, proiezioni e visite guidate che il Museo Giacomo Manzù, in sinergia con il Museo Alfiero Nena di Roma, in collaborazione con Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della città di Roma, dedica il 25 febbraio 2025, dalle ore 11, all’arte sacra di Manzù e Nena presente nella Santa Sede. Si tratta di due artisti del Novecento che, in modo diverso, hanno saputo dialogare con i papi e la Chiesa, arrivando a collocare le loro opere, in sede permanente, in alcun luoghi simbolici della cristianità, come appunto San Pietro a Roma. L’iniziativa è introdotta dalla direttrice del Museo Manzù, Maria Sole Cardulli, e dal Municipio Roma IV, e coinvolge anche gli istituti scolastici, come il Liceo Artistico “Enzo Rossi” di Roma. È la terza tappa di una rilettura dell’arte sacra nel Novecento, condotta dal critico Nannipieri, che ha avuto due iniziative precedenti: ai Musei Civici di Treviso l’esposizione, la conferenza e la pubblicazione su “Arturo Martini, Alfiero Nena e la scultura del ‘900”, e la giornata di studi all’Università LUMSA di Roma.

Afferma Luca Nannipieri: “L’arte del Novecento e il cristianesimo hanno spesso avuto un rapporto problematico, difficile, dopo quasi due millenni di reciproca concordia. Tante personalità hanno evitato qualunque dialogo con la Santa Sede, dicendo che non fosse possibile una rappresentazione cristiana nella contemporaneità, se non tramite l’irrisione, la blasfemia, l’oltraggio, il contrasto ricercato ai simboli religiosi. Ma ci sono invece vari altri artisti, come Giacomo Manzù e Alfiero Nena, che invece hanno saputo riformare, nel solco della tradizione, l’alfabeto figurativo della Chiesa: i luoghi di culto non sono soltanto testimonianze di gloria passata, ma anche cantieri di ricerca nel presente. L’iniziativa che il Museo Giacomo Manzù ospita, in collaborazione con il Museo Nena, è proprio incentrata a mettere in risalto in che modo i due artisti con pontefici diversi abbiano saputo entrare in dialogo con le gerarchie vaticane, producendo opere che ora sono visibili da milioni di visitatori, dall’entrata di San Pietro ai Musei Vaticani”.

Giacomo Manzù (1908-1991), con la sua Porta della morte in Vaticano, con la Porta della pace e della guerra a Rotterdam, con la Porta dell’amore a Salisburgo, con le sculture, alcune di esse diventate iconiche nel secolo passato, come quelle presenti al Museo Manzù di Ardea (Roma), ha dimostrato una capacità molto intrigante di interagire in un complesso rapporto con i vertici ecclesiastici e i loro valori. Ma anche Alfiero Nena (1933-2020), con i bassi e gli altorilievi, le sculture in bronzo, ferro e terracotta presenti al Museo del Tesoro di San Pietro, come la Cena in Emmaus o la cancellata della Cappella Lituana nelle Grotte Vaticane, ha offerto un efficace contributo alla sede vaticana, ricevendo poi altre committenze per luoghi di riferimento della cristianità, come la celeberrima Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma. Durante la prolusione e le immagini viene mostrato l’apporto dato dai due artisti alla composizione di San Pietro in Vaticano e, in generale, il contributo dato dall’arte contemporanea italiana durante i pontificati di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

L’iniziativa in programma, aperta a tutti, prosegue con la mostra e la conoscenza delle opere dal vivo o tramite proiezioni all’interno dello stesso Museo Giacomo Manzù di Ardea (Roma).

Giacomo Manzù nasce a Bergamo nel 1908, muore nel 1991.

Alfiero Nena nasce a Treviso nel 1933, muore a Roma nel 2020.

Luca Nannipieri, critico d’arte, i suoi libri sono pubblicati da Rizzoli e Skira.

Info: Museo Giacomo Manzù
Tel: +39 06.9135022
Mail: drm-laz.mumanzu@cultura.gov.it

Ufficio Stampa Nannipieri – ufficiostampa.nannipieri@gmail.com


Shoah e Memoria la lezione di Levi

Una riflessione interessante e importante di Gad Lerner dalle pagine di un quotidiano nazionale


Piaccia o non piaccia, come e più dell’anno scorso, il Giorno della Memoria esercita una funzione scomoda: nel reclamare la dovuta attenzione sui milioni di ebrei sterminati in Europa fra il 1941 e il 1945, sospinge l’opinione pubblica a un confronto con la malasorte dei milioni di palestinesi che l’”ebreo nuovo”, scampato all’estinzione, si è ritrovato per vicini di casa. Dentro e fuori i confini dello Stato d’Israele sorto nel 1948.

E’ una forzatura logica, alimentata dal risorgere di antichi pregiudizi? Un paragone che vilipende chi in famiglia reca ancora i segni delle sofferenze patite ottant’anni fa? Siamo sinceri. Fatichiamo a disgiungere nella nostra sensibilità queste due tragedie in apparenza così lontane, benché la loro incommensurabilità numerica dovrebbe risultare evidente: milioni di innocenti persero la vita nell’industria dello sterminio pianificato nei lager; decine di migliaia sono le persone uccise a Gaza dai soldati israeliani in una sorta di punizione collettiva ininterrotta di quindici mesi.

Se non bastassero le reciproche accuse di “nazismo” che i due nemici inferociti si scagliano addosso, perduto “ogni senso di affinità umana”, per dirla con Primo Levi, a rendere ancor più difficile eludere tale connessione mentale è sopraggiunta una circostanza che ha del clamoroso: lunedì prossimo 27 gennaio, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa sovietica, è improbabile che alla cerimonia ufficiale convocata in quel luogo possa presenziare il primo ministro israeliano, soggetto com’è a un mandato di cattura internazionale perché fortemente indiziato di crimini di guerra. Ci sarà re Carlo d’Inghilterra mentre non sono invitati i russi. Parleranno solo gli ultimi sopravvissuti perché la politica mondiale oggi non è in grado di ritrovarsi unita neppure nella promessa infranta troppe volte del “Mai più Auschwitz”.

Inutile girarci intorno. L’insistenza con cui molte persone (che si offenderebbero a essere tacciate di antisemitismo) pretendono, in particolare da noi ebrei e ancor più dai sopravvissuti alla Shoah, l’uso della parola “genocidio” riferita a Israele, quasi che fosse lo strumento con cui misurare la sincerità o meno dell’indignazione nostra nei confronti dei crimini di guerra perpetrati in risposta al 7 ottobre, segnala il punto di non ritorno a cui siamo arrivati.

Orribile a dirsi ma sembrerebbe che gli ebrei abbiano esaurito il credito loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima della Shoah. Basta, credito esaurito. Con sollievo autoassolutorio di chi manteneva il vecchio sospetto che gli ebrei fossero dei privilegiati. Una svolta che elettrizza perfino gli ammiratori della brutalità d’Israele interpretata come se fosse una virtù connaturata agli ebrei da assumere come modello. Naturalmente l’esaurirsi del credito concesso alle vittime della Shoah si porta dietro la seconda domanda scomoda sempre più in voga man mano che il conflitto si estendeva e inferociva: un mondo senza Israele non sarebbe forse un mondo migliore? Interrogativo mendace ma insidioso che non riguarda solo il futuro di sette milioni di ebrei nati laggiù ma la possibilità stessa che prosperino in pace società multietniche e multiculturali.

Mi sono sentito dire di recente da persona bene addentro nell’establishment di Netanyahu: “Con questa guerra Israele si è messo al sicuro. Decapitato Hamas, in malaparata gli Hezbollah, l’Iran costretto sulla difensiva, caduto il regime siriano di Assad, uomini affidabili al vertice dello Stato libanese… i palestinesi continueremo a tenerli a bada e Trump ci coprirà le spalle. I problemi ce li avrete voialtri ebrei della diaspora perché ricadrà sulle vostre spalle l’odio sempre più diffuso per Israele e la nuova ondata di antisemitismo che ne deriva”.

In apparenza sembra un ragionamento cinico di realpolitik che non fa una grinza. Affaracci vostri, ebrei che vi ostinate a non capire che in futuro solo in Israele potrete star sicuri. La pensa così chi è convinto che -tregua o non tregua- questa guerra debba continuare perché fa parte di una guerra mondiale più grande. E insiste nell’illusione che bastino i rapporti di forza militari e tecnologici per garantirsi la sicurezza. Come se il 7 ottobre non gli avesse insegnato nulla. E come se bastasse una scrollata di spalle per levarsi di dosso il discredito caduto su Israele.

Se questo è il clima, ben si capisce perché il Giorno della Memoria (istituito in Italia su proposta del nostro caro Furio Colombo) accumuli un gran numero di detrattori: da chi lo liquida come inutile esercizio di retorica, ignorando l’ottimo lavoro preparatorio che tante scuole gli dedicano; a quelli che non ne possono più di “rendere omaggio” agli ebrei per riceverne in cambio nuove accuse; a non pochi esponenti delle stesse Comunità ebraiche che ormai lo vivono come un boomerang, pretenderebbero che la celebrazione venisse depurata da qualsivoglia riferimento all’attualità di Gaza e Cisgiordania o meglio ancora che venisse polemicamente abolita.

Dopo avere riletto i due testi fondamentali del principale testimone della Shoah in Italia (e non solo), cioè Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi, mi sono convinto del contrario. Non solo il Giorno della Memoria va celebrato ma deve servire proprio ad affrontare le domande più scomode che per tutta la sua vita Primo Levi ripropose martellanti nei suoi testi circa la ripetibilità e la comparabilità dell’orrore di cui era stato testimone ad Auschwitz.

Il riconoscimento del sistema concentrazionario nazista come unicum non solo non gli impedì, ma lo spronò a studiare il riproporsi successivo di forme di crudeltà di massa basate su meccanismi analoghi. Levi non adopera mai la parola “genocidio”, neanche riguardo allo sterminio degli ebrei, ma quando deve descrivere “i diligenti esecutori di ordini disumani” ci tiene a precisare che “non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque”…”fatti della nostra stessa stoffa”… “non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”.

Educati male. Nell’appendice a Se questo è un uomo pubblicata nel 1976 paragona i nazisti ai “militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria” e ai “militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Altrove elenca gli “imitatori” dei nazisti “in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa”. E potrei continuare. Ignoriamo, certo, se avrebbe inserito in un simile elenco Israele con cui manteneva un rapporto “affettuoso e polemico” fondato su “un nostro appoggio sempre condizionato”.

Di certo, Primo Levi non ha fatto che scriverlo e ripeterlo: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”. Se poi qualcuno pensasse che Levi escludesse a priori gli ebrei dal novero dei potenziali “educati male”, lui stesso replica: “Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.

copyright Il Fatto quotidiano

Didattica da fuoriclasse: l’Istituto Comprensivo “Petrone” di Campobasso al Campus Scuola Futura

Prosegue e si amplia la sperimentazione promossa dall’Istituto molisano diretto dal referente regionale EIP Italia


da “Il Quotidiano del Molise online”

Un trionfo per l’Istituto Comprensivo Igino Petrone di Campobasso, che ha conquistato la scena nazionale durante l’evento “Scuola Futura Campus” presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La scuola, riconosciuta per il suo approccio pionieristico alla didattica e l’impegno nell’innovazione, è stata selezionata come esempio di buona pratica tra le scuole italiane.

Alla presenza del ministro Giuseppe Valditara e della sottosegretaria Paola Frassinetti, studenti e docenti hanno avuto l’opportunità di presentare l’innovativo progetto “Didattica da Fuoriclasse”, un’esperienza unica che reimmagina i paradigmi educativi, spiega il dirigente scolastico Giuseppe Natilli. “Questo progetto, nato tre anni fa, ha trasformato la didattica in un processo dinamico e coinvolgente, centrato sugli studenti e radicato nel territorio.

“Didattica da Fuoriclasse” promuove la partecipazione attiva degli studenti, rendendoli protagonisti del loro apprendimento attraverso attività interdisciplinari che stimolano le competenza di cittadinanza.  Gli alunni hanno sperimentato metodologie didattiche innovative in vere e proprie “sceneggiature educative” come “Sulla scena del delitto”, un’iniziativa co-progettata con la Polizia di Stato per stimolare competenze analitiche e collaborative. Durante l’evento, il progetto è stato presentato come modello da seguire, attirando l’interesse di altre scuole e delle autorità presenti. I nostri studenti, veri protagonisti, hanno raccontato con entusiasmo la loro esperienza, dimostrando come l’educazione possa trasformarsi in un percorso creativo e motivante.

Il riconoscimento ottenuto al Campus “Scuola Futura” è una dimostrazione del successo di un lavoro collettivo che coinvolge studenti, famiglie, docenti e partner istituzionali. La scuola si conferma una pioniera nell’innovazione educativa, ispirando altre realtà scolastiche a intraprendere percorsi simili. Questo risultato rappresenta un punto di partenza per continuare a sviluppare un ambiente educativo che prepara i giovani a una società in continua evoluzione, facendo della scuola un vero e proprio laboratorio di idee. Con passione e determinazione, l’Istituto Comprensivo Igino Petrone dimostra ancora una volta di essere un esempio di eccellenza e innovazione nel sistema scolastico italiano”.

Per informazioni e approfondimenti:
https://www.icpetrone.edu.it/didattica-da-fuoriclasse/

Take a Step Forward: educazione ai diritti umani inclusiva

Ipotesi di adattamento dell’attività “Take a Step Forward” estrapolata dal manuale COMPASS per l’educazione dei giovani ai diritti umani


Un gruppo di studenti del Master in tutela internazionale “Maria Rita Saulle” dell’Università di Roma “La Sapienza” ha realizzato un’attività di adattamento del manuale COMPASS del Consiglio d’Europa.

Obiettivi principale è quello di adattare una specifica attività, intitolata “Take a Step Forward” e finalizzata alla comprensione delle diseguaglianze sociale e delle dinamiche di esclusione, per renderla maggiormente inclusiva e consentire maggiore consapevolezza sull’inclusione e il disabilismo e sviluppare pensiero critico e capacità empatiche.

Nel ringraziare Matilde Bottesi, Daesy Conte, Enrico Elefante e Stefania Tranfo, mettiamo a disposizione di docenti ed educatori il loro articolo nell’augurio che possa essere uno strumento concreto e uno spunto metodologico per il lavoro di educazione ai diritti umani.

Abbiamo fatto le scuole DADA, ora dobbiamo fare i DADAisti!

La nuova pubblicazione di Ottavio Fattorini con la casa editrice Erickson


E’ uscito in queste settimane, per la prestigiosa casa editrice Erickson, il nuovo e importante volume del dirigente scolastico Ottavio Fattorini, co-fondatore delle scuole modello DADA e ideatore del Manifesto che ne definisce il costrutto (Il Manifesto delle scuole DADA
La scuola dell’«Eppur si muove»
, Erickson, 2024).

Scopo del volume è Il volume illustrare gli aspetti teorici e pratico-operativi per la realizzazione del Modello, insieme a suggestive visioni pedagogiche e didattiche.
Il Modello organizzativo-didattico DADA, acronimo di Didattiche per Ambienti Di Apprendimento, non corrisponde ad una visione meramente di progetto, metodo, sperimentazione o tecnica, “in quanto, seppur definito in maniera chiara e distinta dai suoi 10 principi, può e deve comunque essere adattato e «personalizzato» da ciascuna istituzione scolastica, declinandolo sulle proprie caratteristiche strutturali, logistiche, didattiche, ecc. e, soprattutto, scegliendolo solo come risposta ai propri bisogni”.

Principi e caratteristiche del Modello DADA (da un estratto del volume
disponibile sul sito della casa editrice)

Il volume rappresenta una guida completa per comprendere e applicare il Modello DADA, attivato nel 2014 in due Licei romani e seguito negli anni da un numero sempre maggiore di istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, anche con rifer. “Tali frangenti hanno aggravato un fraintendimento comune dovuto al fatto che «scuole Modello DADA» veniva talvolta usata erroneamente per antonomasia in relazione a qualsiasi didattica per ambienti di apprendimento o per «aule laboratorio disciplinare» (dizione del Manifesto delle Avanguardie educative di Indire; Laici e Orlandini, 2016), ignorando invece che fa riferimento a uno specifico costrutto. (…) Ecco dunque che, per capire cosa è il DADA e cosa non è, per coglierne la portata concettuale e i risvolti, risulta necessario leggere l’intero «Manifesto delle scuole DADA», perché solo considerato nella sua interezza è possibile scoprire il portato pedagogico-didattico e la visione unitaria sottesa, la cui scientificità è stata garantita, sin dalla sua attivazione, dal fatto di essere oggetto di studio nell’ambito del dottorato in Psicologia sociale dello sviluppo e della ricerca educativa dell’Università Sapienza di Roma”.

Il volume di Ottavio Fattorini, vicepresidente EIP Italia e coordinatore dell’Ufficio studi, oltre che fondatore del think thank “Dirigenti insieme per una dirigenza umanistica” è destinato ai docenti di ogni ordine e grado e indica anche i passaggi procedurali e legali necessari per riconoscere una scuola come DADA.

Per visitare il sito della Rete nazionale scuole DADA clicca qui.

Per visionare e acquistare il libro clicca qui.

Il contributo dell’Unione Europea alla tutela dei diritti umani

Il contributo di Giuseppe Bronzini, Presidente emerito della Corte di cassazione sezione lavoro e Premio Jacques Muhlethaler 2024 per i diritti umani


Per comprendere il ruolo che l’Unione europea (che ha sostituito la Comunità economica europea nel 1992) ha svolto, spesso con grande
audacia ed inventiva, come ordinamento distinto da quello degli stati membri per proteggere i diritti dei cittadini, un’esperienza originale ed
unica nel contesto globale, occorre risalire al carattere specifico dell’ordinamento voluto dal Trattato di Roma da parte dei sei paesi fondatori.

La Corte di giustizia chiamata all’inizio degli anni 60 a chiarificare i contorni di questa costruzione – dalle finalità integrative
ma con competenze limitate alla dimensione economica- fu
determinante nel fissare le linee di discontinuità tra questa nuova “anomala” creatura e il sistema classico di diritto internazionale. Precisò infatti la Corte nel 1963 che quello comunitario è un ordinamento sui generis istituito secondo le regole del diritto internazionale e quindi con un Trattato tra gli stati ma che se ne differenzia perché non obbliga solo gli stati con i suoi precetti ma conferisce direttamente diritti in capo ai cittadini dei paesi aderenti, che possono essere rivendicati avanti i giudici ordinari nazionali. Se tali giudici hanno dubbi interpretativi,
attraverso il rivoluzionario strumento del rinvio pregiudiziale,
si devono rivolgere alla Corte di giustizia il cui parere è obbligatorio.ù

Tratti determinanti dell’ordinamento così specificato è il principio dell’effetto diretto di questo negli ordinamenti interni cui è strettamente connesso il principio del primato del primo sui secondi, indispensabile per raggiungere gli obiettivi della Comunità progressivamente estesi, parallelamente all’incremento dei paesi aderenti. L’ordinamento edificato nel 1957 viene pertanto definito come “sovranazionale” per distinguerlo da quello internazionale per via di questa immediata efficacia e prevalenza delle norme comunitarie a livello nazionale.

Sin dagli anni 60 si viene a creare un canale tra la Corte di giustizia e i giudici comuni nazionali cui- in ultima analisi- spetta la protezione dei diritti di matrice europea. I magistrati interni diventano contemporaneamente gli organi di base di due sistemi; quello nazionale al cui vertice è- in genere- una Corte costituzionale e quello “sovranazionale” su cui vigila la Corte di giustizia.

Le legittimità di questo edificio inedito viene poi rafforzato nel 1970 con la prima votazione a mandato universale del Parlamento europeo da parte dei cittadini dei paesi aderenti. Il quadrilatero della governance europea – Consiglio, Commissione, Parlamento europeo e Corte di giustizia è un unicum planetario che rappresenta lo scheletro di un ordinamento federale, in un contesto multiculturale e multilinguistico continentale, come prefigurato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene del 1941.

Ora nel Trattato di Roma non vi erano sostanzialmente norme
sui diritti fondamentali, come nelle costituzioni nazionali, poiché le competenze riguardavano la sfera economica. Nel corso degli anni tali competenze furono allargate senza però che la Corte di giustizia potesse verificare la coerenza tra la crescente ed imponente normativa sovranazionale con la salvaguardia dei diritti umani protetti a livello costituzionale interno: eventualmente – come dicono i giuristi- bilanciando tra loro diritti in conflitto (per es. libertà di impresa e diritto di sciopero).

Pertanto, con una giurisprudenza creativa, la Corte affermò che avrebbe offerto direttamente una protezione dei diritti umani ricavabili dalle tradizioni costituzionali comuni e dalla Convenzione europea del 1950 (strumento di diritto internazionale di protezione delle più classiche pretese liberal-democratiche europee). Ma questo modus operandi portava la Corte a funzionare più da legislatore che da Giudice non essendo chiara la legittimazione del ruolo che si era attribuito.

Nel 1999 fu quindi nominata una Convenzione per scrivere un Bill of rights comune che integrasse in un Codice ordinato e coordinato con i Trattati tutti i diritti più rilevanti protetti negli stati membri e riconosciuti a livello internazionale.

Nasce così il Testo della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, proclamata nel 2000 a Nizza e diventata obbligatoria il 1.1.2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

La Carta recepisce nella sua trama di 50 articoli non solo i diritti e le libertà ottocentesche ma anche i diritti socio- economici e i cosiddetti “nuovi diritti” come il reddito minimo garantito o la tutela della privacy: rappresenta il più completo ed aggiornato Elenco solenne del garantismo
giuridico a livello globale. L’Unione protegge non solo i diritti umani (il nucleo più ristretto e tradizionale delle pretese individuali) ma tutti quei diritti che possono essere considerati fondamentali in una società moderna: la Carta è sempre obbligatoria per gi organi dell’Unione e si applica agli stati quanto devono applicare il diritto dell’Unione.

Il lato rivoluzionario di questa “svolta” risiede nel meccanismo giudiziario che consente: la possibilità per i cittadini dei 27 stati aderenti di rivolgersi ai giudici nazionali per rivendicare i propri diritti così come protetti e formulati in un medesimo Codice costituzionale. Se nutrono dubbi i giudici si rivolgono ad un organo sovranazionale come la Corte di giustizia che, sull’interpretazione della Carta, viene oggi consultata anche da molte Corti costituzionali. Si crea una integrazione giudiziaria senza precedenti che rappresenta anche il cemento culturale ed istituzionale per ulteriori passi in avanti del processo di integrazione.

Commissione e Parlamento sviluppano annualmente report analitici sull’applicazione della Carta e spetta alla prima anche aprire procedimenti di infrazione nei confronti di paesi che non la rispettano:
le norme della Carta hanno infatti lo stesso valore giuridico dei
Trattati. I paesi dell’UE che attentano al valore primario dello
stato di diritto sono stati messi in stato di accusa, sono state
loro bloccate le risorse dei Fondi europei ed alcuni di essi, come la Polonia, hanno fatto marcia indietro.

Da ultimo va segnalata l’importanza che la Carta assume sul
piano internazionale: gli accordi commerciali o di natura umanitaria dell’Unione con paesi terzi sono condizionati all’impegno di rispettare – almeno in linea tendenziale – i diritti della Carta. Analogamente i paesi candidati ad entrare nell’Unione devono dimostrare di poter garantire la protezione di tutti i diritti del Bill of rights europeo attraverso sistemi giudiziari efficienti ed indipendenti.

Insomma, in questa dimensione garantista l’Unione è andata in
questi ultimi anni molto avanti utilizzando meccanismi di tutela
dei diritti propri degli stati federali: costituirà questo un piedistallo determinante per arrivare ad una Federazione politica?

Oltre il male

Edith Bruck e Andrea Riccardi: il coraggio di parlare della pace


Uscito a inizio novembre per Editori Laterza, il volume Oltre il male è un fitto dialogo tra Edith Bruck e Andrea Riccardi.
Un libro semplice e diretto nella scrittura e nella linearità della tesi che promuove. Eppure scomodo e, a modo suo, “scandaloso”. 
Come la lirica Infanzia che apre il primo capitolo con uno sguardo durissimo sul “presagio minaccioso” ricevuto fin dalla nascita da una bambina ebrea, cresciuta nella maledizione dell’antisemitismo, fatto di “cani aizzati contro dai padroni taciturni e grevi / dalla sputo di bambini nutriti d’ignoranza / dagli idioti lasciati liberi / dalle vergogne e dalle catene familiari / per sfogarsi con gli ebrei / all’uscita della sinagoga”.

La dimensione dialogica del volume pervade la scrittura, facendo emergere, quasi con il linguaggio delle antinomie pedagogiche, una serie di polarità, a volte esplicite e altre solo implicite: dagli autori (donna e uomo; ebrea e cristiano; italiana per scelta e italiano per nascita; nati prima e dopo la seconda guerra mondiale) ai temi annunciati dai cinque capitoli (male/guerra e bene/pace; luce e buio; vittime e vittimismo; forza e debolezza; distruzione e riparazione). 
E accompagna il lettore in un viaggio nella Storia e nelle storie, alimentando la consapevolezza di trovarsi a contatto con testimonianze vive della Storia come evento universale, rilette con la semplicità diretta della storia personale: un modo, forse, per renderci consapevoli che abbiamo il potere di poter cambiare il corso degli eventi, se siamo in grado di vivere con consapevolezza e coraggio le scelte quotidiane.

Oltre il male ha il coraggio di affermare con chiarezza che la guerra è il male più grave, mentre “la pace è oggi quasi scomparsa dall’orizzonte del futuro” perché, afferma Riccardi, “sembra che abbiamo accettato la guerra come un fatto inevitabile”. 
Se guardiamo al modo con cui la scuola affronta il tema nell’ambito dell’Insegnamento di educazione civica, non possiamo che dare ragione a queste parole. L’educazione alla pace era esplicitamente presente nel Documento d’indirizzo per la dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” (Nota MIUR 2079/2009), mentre è scomparsa (anzi, non viene mai utilizzato neppure il termine “pace”) nella Legge 92/2019 e nelle due successive versioni delle Linee guida per l’Insegnamento di educazione civica.
Tra i compiti della scuola, ai quali EIP Italia crede fermamente fin dal proprio nome, c’è invece quello di insegnare ad “immaginare una pace possibile” come orizzonte di una pace globale.

Nel corso del dialogo, in alcuni passaggi anche duro al limite del possibile sconforto, emergono le linee guida di una possibile educazione alla pace, intesa come “riparazione” del mondo. Afferma Edith Bruck: “non dobbiamo dimenticare come nel male, nella guerra, ci sia spazio per altro, per altre dimensioni dell’umanità. Possiamo sempre guardare dentro noi stessi e cercare le risorse per vivere in un modo che sia lontano dal male. L’odio secondo me avvelena prima di tutto noi stessi (…). Io credo che bisogna tendere la mano e bisogna perdonare, nel senso di andare vicino anche alla persona che si mostra peggio che mai, perché c’è un pizzico di bene anche in lei e perché quel poco di bene che ha dentro bisogna alimentarlo”
Da qui una serie di “parole chiave” che scorrono soprattutto nell’ultimo capitolo: amicizia, accoglienza, umanità, condivisione, memoria, racconto, coraggio, futuro. Una sorta di indice per un perCorso di educazione a non “rassegnarsi al male”.



Riscoprire l’insegnamento: una lettura per chi non vuole perdere la speranza

Verso la Giornata Mondiale degli insegnanti UNESCO


In un panorama educativo sempre più riferito ad una cultura dell’apprendimento quantificabile e misurabile, Gert J.J. Biesta, con il suo libro Riscoprire l’insegnamento (Raffaello Cortina, 2022), ha lanciato una sfida audace e necessaria.

Partendo dalla constatazione che “l’insegnamento conta”, l’autore sottolinea che due fattori hanno messo in discussione il ruolo dell’insegnamento.
Il primo è il passaggio culturale dalla logica dell’educazione a quella del mero apprendimento, con la metafora dell’ insegnante come facilitatore;
Il secondo è la concezione dell’insegnamento come “controllo”, emergente nella definizione di precisi e specifici risultati di apprendimento.

Biesta invita a riconsiderare il ruolo fondamentale dell’insegnamento, riportandolo al centro del dibattito pedagogico, suggerendo che l’azione educativa in ambito scolastico va oltre la semplice trasmissione di conoscenze.
Mette in discussione l’idea, ormai diffusa, che l’insegnamento sia subordinato all’apprendimento, una visione che ha portato alla “learnification” dell’educazione, interpretandola e, forse, riducendola a una serie di performance misurabili.
L’autore propone invece una visione ampia e profonda dell’insegnamento, legandolo non solo all’istruzione, ma soprattutto all’educazione.
Insegnare, per Biesta, è un compito educativo che mira a “rendere possibile l’esistenza adulta di un altro essere umano nel e con il mondo”. Una visione etica ed esistenziale dell’insegnamento che può allearsi con la descrizione della “funzione docente” presente nel CCNL 2019-2021, che sottolinea l’importanza dello “sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni”.

Il lavoro educativo si realizza attraverso tre principi fondativi:
– interruzione, intesa come richiesta di superamento dell’assoggettamento ai desideri, per diventarne soggetto;
– sospensione, come opportunità di contatto con i propri desideri, per renderli visibili e percepibili;
– sostentamento, attraverso il quale l’educatore si impegna a dare forma all’esperienza della resistenza, in modo che possa diventare possibilità reale di vivere il mondo nella sua alterità e integrità.

Quindi, l’insegnamento esce dalla logica di un “atto di controllo” come esercizio del potere verso un oggetto e diviene evento che interpella la soggettività. E’ un atto che “mette al mondo”, che aiuta ad uscire da sé stessi, interrompe i bisogni egoistici, libera dall’essere legati o determinati dai desideri.
Un insegnamento che supera l’autoritarsimo non andando nella logica della totale autonomia dello studente, ma stabilendo un rapporto completamente diverso, in cui l’autorità è autorizzata ad essere autore, cioè soggetto che mi interpella.
Si configura un approccio non egologico dell’insegnamento, che non mira a rafforzare l’Io, ma a interrompere l’oggetto-io, a volgerlo verso il mondo in modo che possa diventare oggetto-sé.

Un altro punto cruciale del libro è l’enfasi sul dissenso. Biesta, riprendendo e superando in modo critico le teorie di Freire e Rancière, propone una visione dell’emancipazione non legata a specifiche strategie didattiche, ma a un atteggiamento pedagogico di fiducia nelle potenzialità dello studente. Questo atteggiamento, che si traduce nel rifiuto di accettare la dichiarazione di incapacità da parte dello studente e nell’incoraggiarlo a superare i propri limiti.

L’autore, facendo riferimento alla filosofia di Lévinas, sottolinea l’importanza del rapporto con l’altro e della responsabilità nei suoi confronti. L’insegnamento, in questa prospettiva, diventa un incontro etico con l’alterità dello studente che entra in gioco quando non è possibile calcolare con sicurezza cosa accadrà.
Dare fiducia è un atto rischioso che mette in gioco la soggettività dello studente.

Il libro di Biesta solleva interrogativi cruciali sul senso dell’educazione e dell’istruzione, mettendo in discussione l’attuale egemonia della misurabilità e della performance. L’autore ci invita a riscoprire l’insegnamento come un’avventura etica ed esistenziale, un incontro con l’altro che richiede responsabilità, fiducia e un profondo rispetto per la sua unicità. In questo senso, il volume rappresenta una lettura imprescindibile per tutti gli insegnanti che desiderano ripensare il proprio ruolo alla luce di una visione più ampia e umanistica dell’educazione.

Inoltre, il libro sottolinea l’importanza della formazione iniziale come base per lo sviluppo di un insegnamento inclusivo. Biesta evidenzia come la formazione iniziale debba fornire ai futuri docenti non solo le competenze disciplinari, ma anche quelle psicopedagogiche, metodologico-didattiche e relazionali necessarie per affrontare le sfide di un’educazione inclusiva. Questa visione si allinea con quanto espresso nel Profilo dei Docenti Inclusivi e nel CCNL, che sottolineano l’importanza della formazione continua e dell’aggiornamento professionale per garantire un insegnamento di qualità e rispondere alle diverse esigenze degli studenti.

Riscoprire l’insegnamento è un invito a riflettere sul senso profondo della professione docente, a riconsiderare il ruolo dell’insegnante non solo come trasmettitore di conoscenze, ma come strumento per consentire l’emancipazione e dello sviluppo integrale della persona.

De parvulo principe

A oltre settant’anni dalla prima edizione italiana, Mondadori Education propone il Piccolo principe in un’inedita versione bilingue italiano-latino. La storia del giovane esploratore interstellare, che, di pianeta in pianeta, scopre il mondo degli adulti e il valore dell’amicizia, ha affascinato milioni di lettori in tutto il mondo. In questa edizione, corredata con le illustrazioni originali di Antoine de Saint-Exupéry, l’elegante traduzione italiana di Eugenia Bruzzi Tantucci è accompagnata, a fronte, dalla limpida traduzione latina di Arduino Maiuri: un modo unico per riscoprire un classico immortale – e avvicinare i ragazzi a una lingua immortale!


Perché una traduzione in latino del celebre testo Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry? La risposta è semplice: è un testo universale che nella sua lettura coinvolge grandi e piccini e, in generale, tutti coloro che non abbiano dimenticato come sia il mondo visto con gli occhi del cuore.
Abbiamo immaginato, con questa nuova edizione, una fruizione del libro da parte degli studenti delle prime classi dei licei e delle scuole secondarie di primo grado che abbiano scelto di anticipare l’approccio alla lingua latina. Il felice obiettivo è leggere un testo in cui si parla di esperienze vicine alla sensibilità dei ragazzi: l’importanza delle relazioni; il fatto che per costruirle ci vuole tempo e che è il tempo che si è speso per una persona a determinare la sua importanza; la lezione – forse più importante – che ogni separazione con porta dolore.
La traduzione latina è opera di un esperto, il prof. Arduino Maiuri, docente di latino e greco presso il Liceo classico “Cornelio Tacito” di Roma e dottore di ricerca in Filologia greca e latina e in Storia religiosa presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Maiuri ha reso in modo delicato e diretto la profonda semplicità dei concetti che il libro esprime e che ha permesso a miliardi di persone di essere toccati dall’esperienza compiute dall’aviatore e dal piccolo principe narrate nel romanzo. E’ la stessa semplicità che rende il linguaggio dell’opera tanto universale da non porre barriere anagrafiche, geografiche, culturale o sociali: Il piccolo principe è un libro che parla a tutti. (…)

La traduzione italiana scelta in questa sede è opera di Eugenia Bruzzi Tantucci, raffinata scrittrice e poetessa. Nella sua vita ha avuto due grandi passioni: la difesa dei beni culturali e culturali con l’Associazione Italia Nostra e l’amore per la diffusione della lettura e della poesia tra i giovani, come segretaria nazionale dell’Unione Lettori Italiani. Per il suo impegno quotidiano ha avuto importanti riconoscimenti nazionali e internazionali: la sua traduzione de Il piccolo principe (1964), indicata dall’Istituto di linguistica dell’Università Jagellonica di Cracovia come la migliore traduzione in lingua italiana, è stata scelta per le edizioni delle lingue dei Cantoni svizzeri pubblicate nel 2019. (…)

La brevità e lo stile essenziale restano caratteristiche dell’edizione che qui si presenta: semplicità e leggerezza sono il modo migliore per spingere il lettore musicale alla riflessione sul vero senso della vita. Quanto abbiamo dimenticato crescendo? Sappiamo ancora guardare il mondo non con gli occhi ma con il cuore?

Anna Paola Tantucci

Clicca qui per accedere al catalogo Mondadori Education


AI Act: voto finale per il primo regolamento globale sull’intelligenza artificiale.


L’Europa, finalmente, ha varato il primo regolamento sull’intelligenza artificiale. Si tratta dell’ultima votazione di un lungo excursus, affinché il cosiddetto AI Act, diventi legge. Un’ iniziativa unica che pone l’Europa come leader indiscussa sulla regolamentazione dell’AI. Affinché il primo regolamento diventi esecutivo, bisogna che sia pubblicato in Gazzetta ufficiale e che poi decorrano due anni di attuazione. Riveste una particolare importanza, avere organizzato il complesso sistema di norme, attorno ad un nucleo fondante: la visione antropocentrica. La Segretaria Generale del Consiglio, Marija Pejinovi Buri, ha infatti ribadito quanto sarà importante l’uso dell’Ai per colmare le disuguaglianze, soprattutto quelle di genere e per prevenire le discriminazioni. C’è chi però ritiene, che proprio su questo fronte, L’IA potrà fare poco. La costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni, Vicepresidente del garante per la privacy ritiene, infatti, che il testo sia invece carente dal punto di vista dei rischi connessi alle discriminazioni che possono derivare dall’uso di AI. Dopo il regolamento per la protezione dei dati (Gdpr) e il Digital Markets Act, l’Europa è la prima al mondo, a dettare regole e a fissare uno standard globale. Questo regolamento si applicherà a tutti i paesi membri dell’Unione. Vengono proibite tutte quelle applicazioni che hanno un rischio, definito “inaccettabile”, come per esempio gli strumenti di polizia predittiva, i sistemi di riconoscimento delle emozioni in ambito lavorativo e scolastico, o i sistemi di categorizzazione biometrica che fanno riferimento a dati personali sensibili, come l’orientamento politico e sessuale o il credo religioso. Un dato importante per quel che riguarda la manipolazione di notizie o immagini e che può interessare le fasce più fragili, è quello relativo all’introduzione di norme di contrasto alla manipolazione di immagini e contenuti audio o video artificiali o manipolati, i cosiddetti deepfake, che adesso dovranno essere etichettati in modo chiaro ed inequivocabile. Sull’uso poi dei modelli di Ai generativa, per intenderci Chatgpt, che è in grado di produrre testi e traduzioni in pochi secondi, si prevede che debbano essere trasparenti sulle fonti utilizzate e rispettare le norme sul diritto d’autore.

Agata Gueli