L’educazione alla pace non va in vacanza
L’anno scolastico si è ormai concluso, le aule si stanno svuotando (anche quelle degli Esami) e le campanelle hanno smesso di suonare.
Eppure, se c’è una cosa che il nostro ruolo ci insegna, è che l’educazione alla pace non va in vacanza. Anche durante i mesi estivi, la nostra vocazione di educatori ci chiama a tenere gli occhi aperti sul mondo e a riflettere su come trasformare le tragedie del nostro tempo in strumenti di consapevolezza per i nostri studenti.
Per questo vorremmo condividere con voi alcune riflessioni a partire dalla drammatica realtà che continua a consumarsi in Medio Oriente, intrecciando i nudi fatti sul campo con la visione di speranza che unicamente può dare senso allo sforzo educativo.
La realtà dei fatti: gli aggiornamenti da Gaza
Per educare ai diritti umani, dobbiamo prima di tutto guardare in faccia la negazione degli stessi. Gli ultimi aggiornamenti provenienti, tra gli altri, dagli operatori di Emergency ci restituiscono un quadro insostenibile.
La situazione a Gaza è drammatica: la crisi idrica si aggrava e le persone riescono a racimolare appena 6 litri di acqua al giorno a persona per bere, cucinare e lavarsi. Oltre ai continui bombardamenti e all’assenza di cibo e medicinali, c’è un dato che, come educatori, ci deve colpire profondamente: Gaza registra oggi il tasso più alto di amputazioni infantili pro capite al mondo. Il 90% degli edifici non esiste più e migliaia di famiglie, sfollate più e più volte, cercano di sopravvivere in tendopoli sovraffollate, esposte a malattie e denutrizione. In questo contesto, lo staff medico di Emergency continua instancabilmente a operare per garantire assistenza sanitaria di base, testimoniando un impegno concreto per la vita in mezzo alla distruzione.
Tracce di speranza nella Lettera pastorale del Patriarca Pizzaballa
Di fronte a tanto orrore, come possiamo trovare le parole per educare i nostri ragazzi? Una strada possibile ci viene dalla Lettera pastorale del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, cui l’ultimo numero della rivista La Civiltà Cattolica dedica un’analisi accurata.
Pubblicata il 25 aprile 2026 e intitolata «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa, questa Lettera non è una semplice analisi politica, ma un documento che invita i credenti (e non solo) a interrogarsi su come vivere in mezzo al conflitto senza cedere all’odio. Il Cardinale rifiuta “discorsi edulcorati e astratti” ed esorta a non restare spettatori silenziosi.
Tra i temi più potenti della Lettera c’è il monito contro la “memoria tossica”, ovvero quella memoria che diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro per escluderlo e giustificare la violenza. Al contrario, Pizzaballa invita a mantenere “le porte aperte”, a custodire il “bene comune” e a costruire occasioni concrete di convivenza.
È qui che la Lettera pastorale parla direttamente a noi. In un passaggio illuminante, il Patriarca definisce le scuole “laboratori del futuro”. Generazioni di giovani – cristiani, musulmani ed ebrei – passano tra i banchi scolastici, e questo ci affida una responsabilità immensa.
Vi invitiamo a leggere attentamente queste parole e a farle vostre per il prossimo anno scolastico: «Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni».
Il conflitto, afferma Pizzaballa, non va ignorato o rimosso, ma affrontato con le armi del dialogo.
Noi insegnanti ed educatori siamo chiamati a non essere “solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita”. Dobbiamo guidare i nostri alunni ad analizzare le notizie, a riconoscere l’umanità dell’altro e a disinnescare la logica esclusiva del “noi contro di loro”.
Un impegno anche oggi
Le ferite del mondo, dai diritti negati a Gaza fino alle aule delle nostre scuole, richiedono una cura costante. Approfittiamo di queste settimane di pausa per ricaricare le energie e nutrire le nostre coscienze. Leggiamo, informiamoci e prepariamoci. Perché a settembre i nostri ragazzi avranno bisogno di adulti capaci di aiutarli a decifrare la realtà e a sperare. L’educazione alla pace non va in vacanza: è un impegno quotidiano, silenzioso e potente.
Francesco Rovida