Da Romano Guardini a Massimo Recalcati: una rilettura critica dell’Esame di Stato come vertigine della libertà, crisi di passaggio e compito etico per tutte le generazioni.
Oggi si insediano le Commissioni per gli Esami di maturità. Questa occasione, carica di attese istituzionali e di trepidazione giovanile, mi ha fatto ricordare un capolavoro della filosofia dell’educazione come Le età della vita di Romano Guardini. Rileggere questo testo ci offre una prospettiva imprescindibile per sottrarre l’Esame di Stato alla pratica burocrarica e restituirgli il suo peso esistenziale.
Nel suo saggio, Guardini ci insegna che il percorso dell’esistenza umana non è un semplice susseguirsi biologico di anni, ma si articola in fasi tipiche, ciascuna portatrice di una specifica “figura di valore” e di un compito etico ineludibile. Il passaggio da una fase all’altra non è mai un’evoluzione pacifica, ma è innescato da una crisi necessaria per la crescita della persona. In particolare, la fine della giovinezza è caratterizzata dalla cosiddetta “crisi dell’esperienza”.
Se analizziamo l’attuale rito dell’Esame di Stato, notiamo come la normativa scolastica cerchi di istituzionalizzare proprio questa soglia. Il Decreto Legislativo 62/2017 stabilisce infatti che l’esame non debba limitarsi a verificare le conoscenze disciplinari, ma debba valutare “il grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità” in una prospettiva di “sviluppo integrale della persona”.
C’è tuttavia un paradosso di fondo, tipico delle istituzioni: la normativa pretende di misurare questa irriducibile complessità esistenziale ingabbiandola in una griglia quantitativa fatta di crediti scolastici e di un punteggio finale espresso in centesimi.
La “maturazione personale” viene così tradotta in numeri e certificazioni.
In questa frizione tra l’intento formativo e la rigidità burocratica, la prospettiva psicoanalitica di Massimo Recalcati ci svela la verità più intima di questo momento. L’esame di maturità non è l’applicazione di una formula matematica, ma un radicale rito di passaggio che esige una “prova soggettiva”: è il momento in cui lo studente è chiamato a “prendere la parola in prima persona” di fronte all’Altro, rompendo lo specchio delle risposte compiacenti tipiche dell’infanzia. Come fa notare Recalcati, la maturità segna la fine delle certezze protettive del recinto familiare e sancisce l’inizio dell’“instabilità avventurosa del mare”. La vera angoscia non è generata dal volto severo dei commissari, ma dalla scoperta inebriante e spaventosa della propria libertà. L’esame ci espone alla cruda realtà che nessuno può parlare al nostro posto; ci scopriamo, sartrianamente, “soli e senza scuse” di fronte al nostro desiderio.
Tuttavia, fermarsi all’angoscia e alla vertigine della libertà descritta da Recalcati rischierebbe di lasciarci sospesi nel vuoto. È qui che l’approccio etico e pedagogico di Guardini deve tornare con prepotenza per indicarci la via.
Una volta scoperto di essere soli e liberi, che cosa se ne fa il giovane di questa libertà? Per Guardini, il superamento della crisi giovanile impone l’arduo compito di misurarsi con la “straordinaria tenacia dell’essere”, ovvero con la resistenza che la dura realtà oppone ai nostri sogni. L’adolescente, armato di ideali assoluti e della certezza che le proprie idee possano plasmare il mondo, si scontra brutalmente con l’esperienza della quotidianità, con i propri insuccessi e con la complessità delle cose.
Guardini evidenzia due gravissimi pericoli in questo momento di passaggio. Il primo è che il giovane, rifiutando di scendere a compromessi con la realtà, resti bloccato nell’idealismo, diventando un “dottrinario” e un “fanatico” che critica tutto ma si rifugia in un mondo irreale. Il secondo pericolo, diametralmente opposto, è che il giovane si lasci schiacciare dal disincanto e si arrenda a fare “quello che fanno tutti”, rifugiandosi nel comodo conformismo del “si impersonale”.
Il vero approccio alla maturità per Guardini consiste invece nell’acquisire la virtù della pazienza. L’esame (scolastico e della vita) è superato quando il giovane abbandona la rigidità dell’ aut-aut e impara a “distinguere le sfumature, a perdonare, a venire a patti con il possibile”. Il fine ultimo non è accumulare successi o, per dirla con Guardini, “conquistare denaro e potenza”, bensì costruire un carattere stabile e “portare a compimento un’opera ricca di valore e fare di sé un uomo autentico”.
Maturare significa acquisire il “coraggio verso se stessi” e la capacità, tipicamente adulta, di “stare in piedi da soli”, assumendosi le responsabilità del proprio giudizio.
Siamo abituati a concentrare tutta l’attenzione sull’esame dei diciottenni, ma Guardini ci ricorda che la vita intera è una sequenza di esami. L’autore non parla solo della giovinezza: egli estende la sua riflessione a tutte le età della vita, indicando che per ognuna di esse vi è un preciso compito di sviluppo e un dovere etico-pedagogico da assolvere. Ad esempio, l’età adulta porta con sé la “crisi del limite”: l’individuo fa esperienza dell’affievolirsi delle energie e dell’accumularsi dei carichi familiari e lavorativi. Il suo compito etico (“esame”) è mantenere la parola data, dimostrare onore e stabilità senza cedere allo scetticismo. L’uomo maturo o disincantato deve affrontare la noia e la ripetitività (taedium vitae), superando l’esame di continuare a compiere il proprio dovere con fedeltà, scorgendo il valore nel quotidiano. Infine, l’uomo saggio (nella vecchiaia) affronta la “crisi del distacco”: il suo esame consiste nell’accettare l’assottigliarsi del tempo e la fine imminente senza cinismo o disperazione, smettendo di voler dominare attivamente la realtà (“dynamis”) per iniziare, semplicemente, a “irradiare” il senso profondo delle cose.
Se assumiamo questa prospettiva radicale, sorge spontanea una provocazione: in questi giorni di Esami di Stato, chi è davvero sotto esame?
Quale esame stanno affrontando i docenti commissari?
Il loro compito non è solo quello di compilare griglie di valutazione, ma di superare l’esame tipico dell’età adulta e matura: esercitare l’autorità con “discernimento” e “pazienza”. L’esame del docente è resistere al logoramento della burocrazia scolastica e allo “sbiadirsi del senso”, dimostrandosi un adulto capace di uno sguardo profondo, che sa accogliere la fragilità del giovane senza rinunciare alla fermezza etica del giudizio.
Quale esame stanno affrontando i genitori degli studenti?
Guardini ricorda che nell’infanzia i genitori formano un “guscio protettivo”. Ma ora, di fronte alla maturità, il loro esame cambia radicalmente: devono superare la crisi del distacco educativo. Il loro compito etico è avere il coraggio di fare un passo indietro, resistendo alla tentazione infantile di sostituirsi ai figli o di proiettare su di essi le proprie ansie di prestazione.
Quale esame stanno affrontando i politici che fanno le leggi per la scuola?
Il loro esame consiste nel non tradire la “prospettiva di sviluppo integrale della persona” che loro stessi hanno codificato. La prova che devono superare è quella di non cedere al fanatismo dei numeri e dei sistemi astratti, comprendendo che legiferare sull’educazione significa tutelare un mistero in continua evoluzione, non gestire una catena di montaggio.
E quale esame sta affrontando la scuola come sistema?
La scuola è chiamata a dimostrare se è ancora in grado di generare una cultura viva, o se si è arresa a essere un mero “esamificio”. Il suo esame è dimostrare di saper tenere insieme l’incondizionato e il finito: l’ideale della conoscenza umana e la concretezza di un diploma.
Tutto questo ci ricorda che ognuno ha il compito di conoscere e vivere in pieno la propria età della vita, perché, come scrive Guardini, “nessun tempo va sottratto ai propri ritmi” e nessuna età esiste solo in funzione delle altre.
Ecco allora l’invito che vorrei rivolgere a tutti i protagonisti di questi giorni: possiamo cogliere il senso di questa prova al di là dei numeri.
Agli studenti auguro di non ridurre il proprio valore a un voto in centesimi. Usate la sana angoscia di questo momento per prendere la parola in prima persona, come ricorda Recalcati, e abbiate il coraggio di costruire il vostro carattere saldamente, come insegna Guardini.
Alle famiglie, ai docenti e alle istituzioni chiedo di riconoscere che siamo tutti, inevitabilmente, sotto esame.
Ognuno viva con dignità e consapevolezza la “figura di valore” della propria stagione di vita, affinché i ragazzi, guardando gli adulti che hanno di fronte, possano trovare non solo dei giudici che assegnano un voto, ma testimoni autentici di cosa significhi “stare in piedi da soli”.
Francesco Rovida
dirigente scolastico
coordinatore della formazione EIP Italia