Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti

Il Rapporto della Relatrice Speciale Elisa Morgera, presentato alla 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, illustra l’urgenza di una transizione ecologica a tutela del clima e dei diritti fondamentali.


L’attuale modello di produzione alimentare su larga scala rappresenta una minaccia esistenziale non solo per il nostro clima, ma anche per i diritti umani. È quanto emerge dal rapporto intitolato “Transforming food systems for a safe climate and health for all” (Trasformare i sistemi alimentari per un clima sicuro e la salute di tutti), redatto da Elisa Morgera, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione dei diritti umani nel contesto dei cambiamenti climatici.
Il documento è stato predisposto per essere discusso durante la sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, programmata dal 15 giugno al 10 luglio 2026. Inserito nell’ambito della discussione su promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo, il rapporto delinea un quadro allarmante, anche se fin troppo noto. I sistemi alimentari, infatti, generano attualmente tra il 21% e il 37% delle emissioni globali di gas serra e, senza un intervento drastico, queste emissioni sono destinate ad aumentare del 60-90% tra il 2010 e il 2050.

La crisi climatica legata al cibo è profondamente intrecciata con l’industria petrolifera e petrolchimica. I sistemi alimentari consumano il 15% dei combustibili fossili globali per ottenere energia e rappresentano ben il 40% del consumo di materie prime fossili impiegate per la produzione di prodotti petrolchimici, come pesticidi, fertilizzanti sintetici e plastica. L’uso massiccio di queste sostanze chimiche contamina il suolo, impoverisce la biodiversità e minaccia direttamente il diritto al cibo, alla salute e a un ambiente sano. Ad esempio, i fertilizzanti azotati sono responsabili di gravi forme di inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, causando circa 650.000 decessi prematuri ogni anno.

Il documento evidenzia una disuguaglianza strutturale allarmante: solo l’1% delle più grandi aziende alimentari controlla oltre il 70% dei terreni agricoli mondiali. Al contrario, le piccole aziende agricole, che operano su appena il 12% delle terre, sono in grado di produrre il 36% del cibo a livello globale. L’industria alimentare su larga scala è legata a modelli sistemici di violazioni dei diritti umani, tra cui la perdita dei mezzi di sussistenza, lo sfruttamento del lavoro, l’accaparramento delle risorse e un impatto sproporzionato su donne e bambini. Inoltre, queste stesse corporazioni bloccano attivamente l’azione climatica ricorrendo a campagne di disinformazione, greenwashing e lobbismo per perpetuare l’uso di combustibili fossili, sminuire il proprio impatto ambientale e ostacolare le normative sanitarie.

Per rispondere a questa instabilità, la Relatrice Speciale raccomanda ai governi di adottare normative rigorose per decarbonizzare, defossilizzare e detossificare i sistemi alimentari.
Un passo cruciale di questa transizione è l’eliminazione dei sussidi statali dannosi. Attualmente, i governi sborsano oltre 670 miliardi di dollari all’anno in sussidi diretti all’agricoltura e alla pesca su larga scala, costringendo i contribuenti a sostenere un’industria altamente inquinante, mentre ne pagano anche i costi sanitari e ambientali. Questi fondi devono essere reindirizzati per sostenere la transizione verso pratiche sostenibili e diete più sane, prevalentemente a base vegetale.

La vera soluzione trasformativa si basa sul riposizionare l’azione climatica attorno all’agroecologia, alla pesca artigianale basata sugli ecosistemi e alla pastorizia, guidate da Popoli Indigeni, contadini e donne. Questi modelli produttivi aumentano in modo significativo la resilienza climatica, proteggono la biodiversità e garantiscono la nutrizione per tutti. Riconoscere e proteggere i saperi tradizionali indigeni e contadini non è solo un atto di giustizia sociale, ma una necessità delineata dalle valutazioni scientifiche globali per invertire le molteplici crisi planetarie in corso, garantendo un clima sicuro e la salute dell’intera umanità.

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