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Giacomo Manzù, Alfiero Nena e il Vaticano. Dalla Porta di San Pietro al Museo del Tesoro

Un omaggio ai due artisti e alle loro opere presenti in Vaticano


“Giacomo Manzù, Alfiero Nena e il Vaticano. Dalla Porta di San Pietro al Museo del Tesoro”, con la prolusione del critico d’arte Luca Nannipieri, è l’omaggio con opere, proiezioni e visite guidate che il Museo Giacomo Manzù, in sinergia con il Museo Alfiero Nena di Roma, in collaborazione con Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della città di Roma, dedica il 25 febbraio 2025, dalle ore 11, all’arte sacra di Manzù e Nena presente nella Santa Sede. Si tratta di due artisti del Novecento che, in modo diverso, hanno saputo dialogare con i papi e la Chiesa, arrivando a collocare le loro opere, in sede permanente, in alcun luoghi simbolici della cristianità, come appunto San Pietro a Roma. L’iniziativa è introdotta dalla direttrice del Museo Manzù, Maria Sole Cardulli, e dal Municipio Roma IV, e coinvolge anche gli istituti scolastici, come il Liceo Artistico “Enzo Rossi” di Roma. È la terza tappa di una rilettura dell’arte sacra nel Novecento, condotta dal critico Nannipieri, che ha avuto due iniziative precedenti: ai Musei Civici di Treviso l’esposizione, la conferenza e la pubblicazione su “Arturo Martini, Alfiero Nena e la scultura del ‘900”, e la giornata di studi all’Università LUMSA di Roma.

Afferma Luca Nannipieri: “L’arte del Novecento e il cristianesimo hanno spesso avuto un rapporto problematico, difficile, dopo quasi due millenni di reciproca concordia. Tante personalità hanno evitato qualunque dialogo con la Santa Sede, dicendo che non fosse possibile una rappresentazione cristiana nella contemporaneità, se non tramite l’irrisione, la blasfemia, l’oltraggio, il contrasto ricercato ai simboli religiosi. Ma ci sono invece vari altri artisti, come Giacomo Manzù e Alfiero Nena, che invece hanno saputo riformare, nel solco della tradizione, l’alfabeto figurativo della Chiesa: i luoghi di culto non sono soltanto testimonianze di gloria passata, ma anche cantieri di ricerca nel presente. L’iniziativa che il Museo Giacomo Manzù ospita, in collaborazione con il Museo Nena, è proprio incentrata a mettere in risalto in che modo i due artisti con pontefici diversi abbiano saputo entrare in dialogo con le gerarchie vaticane, producendo opere che ora sono visibili da milioni di visitatori, dall’entrata di San Pietro ai Musei Vaticani”.

Giacomo Manzù (1908-1991), con la sua Porta della morte in Vaticano, con la Porta della pace e della guerra a Rotterdam, con la Porta dell’amore a Salisburgo, con le sculture, alcune di esse diventate iconiche nel secolo passato, come quelle presenti al Museo Manzù di Ardea (Roma), ha dimostrato una capacità molto intrigante di interagire in un complesso rapporto con i vertici ecclesiastici e i loro valori. Ma anche Alfiero Nena (1933-2020), con i bassi e gli altorilievi, le sculture in bronzo, ferro e terracotta presenti al Museo del Tesoro di San Pietro, come la Cena in Emmaus o la cancellata della Cappella Lituana nelle Grotte Vaticane, ha offerto un efficace contributo alla sede vaticana, ricevendo poi altre committenze per luoghi di riferimento della cristianità, come la celeberrima Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma. Durante la prolusione e le immagini viene mostrato l’apporto dato dai due artisti alla composizione di San Pietro in Vaticano e, in generale, il contributo dato dall’arte contemporanea italiana durante i pontificati di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

L’iniziativa in programma, aperta a tutti, prosegue con la mostra e la conoscenza delle opere dal vivo o tramite proiezioni all’interno dello stesso Museo Giacomo Manzù di Ardea (Roma).

Giacomo Manzù nasce a Bergamo nel 1908, muore nel 1991.

Alfiero Nena nasce a Treviso nel 1933, muore a Roma nel 2020.

Luca Nannipieri, critico d’arte, i suoi libri sono pubblicati da Rizzoli e Skira.

Info: Museo Giacomo Manzù
Tel: +39 06.9135022
Mail: drm-laz.mumanzu@cultura.gov.it

Ufficio Stampa Nannipieri – ufficiostampa.nannipieri@gmail.com


10 febbraio 2025 – Giorno del ricordo

La testimonianza di Franca Dapas, esule istriana e insegnante


“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì’ favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”
(Articolo 1, Legge 92 del 30 marzo 2004).


Le vicende del confine orientale e il mondo della scuola


Franca Dapas, nata a Rovigno d’Istria, esule dal 1947.
Dopo varie peregrinazioni in alcune cittadine dell’Italia settentrionale, in particolate sette anni a Valdobbiadene, dove ha frequentato le medie,dal 1954 vive a Padova dove ha conseguito la maturità classica e la laurea in lettere classiche. Ha insegnato per tanti anni nella Scuola Media ed è stata membro dell’Esecutivo del Comitato ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) di Padova, fino al 2016. Ora continua il suo impegno, soprattutto nelle scuole, per far conoscere la tragedia giuliano-dalmata e il dramma dell’esodo. Da anni fa parte della “Famia Ruvignisa” che riunisce idealmente i Rovignesi sparsi per il mondo con la “Diaspora” e fisicamente una volta l’anno, con il Raduno, nella città natale. Ma soprattutto il legame più forte è quello attraverso il giornale “La Voce della famìa ruvignisa” dove fa parte della Redazione ed è sempre presente con i suoi articoli. Nel 2007 vincitrice del Concorso “Itinerari della memoria”, promosso dalla Provincia di Padova. Nel 2008 “Menzione d’onore” nel Concorso letterario del Premio Tanzella, promosso dall’ANVGD di Verona, nella sezione poesia, con la raccolta “Il cuore è là dove si nasce”. Nel 2012 vincitrice del Concorso “Itinerari della memoria-Antiche ricette” promosso dalla Provincia di Padova. Nel 2012 vincitrice di un “Premio speciale per testimoni oculari” al Concorso letterario del Premio Tanzella con la testimonianza “Svolta dolorosa” e nel 2015 “Menzione d’onore” per “Svolta dolorosa-Nuova Svolta”.



“Torna il latino?” Orazio e Duccio Demetrio

Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Alesi


“Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos, nescio quid meditans nugarum, totus in illis”
Me ne andavo, per caso lungo la via Sacra, come mio solito, assorto integralmente in non so quali sciocchezze.
E’ l’inizio della famosissima satira 1/9 di Orazio (35A.C,).

La serena passeggiata viene improvvisamente turbata da un scocciatore, inopportuno e petulante e ci racconta un evento accaduto nel foro di Roma duemila anni fa.
Una satira, un serrato dialogo con un garrulus, un chiacchierone, in cerca di raccomandazioni, da cui il poeta non riesce in alcun modo a liberarsi e che giunge a noi con una immediata piacevole leggera freschezza, in essa si esprime tutto il disappunto e l’ironica rassegnazione di chi non sa più come allontanare un incalzante seccatore.

Il dialogo è un quadretto di vita vissuta dipinto con colori freschi e brillanti, la figura dell’inopportuno, esisteva allora con tutta la sua sottile invadenza, esiste ancor oggi, a distanza di ben duemila anni, è ipotizzabile che il tempo non lo possa eliminare e, inossidabile, sia destinato ad essere sempre di attualità.
La straordinaria satira oraziana narra un evento con ricchezza lessicale e con un susseguirsi di fotogrammi, vivaci, fortemente sentiti emotivamente che trasmettono al lettore emozioni, sentimenti, risentimenti, disappunto, speranze, rossori, mai ira, solo irritazione profonda, ironia.
Le parole, le strategie, tutte inutili, il sudore che al poeta scende dalla testa ai piedi, rendono la narrazione spontanea, quasi visibile, un godibile racconto autobiografico.

Mi sovviene in tal senso quel che scrive Duccio Demetrio, quando sostiene che non si vive di solo presente, il passato è con noi, è“l’antico che c’è e che siamo”*, che ci rende anche diversi uno dall’altro, unici, irripetibili. E’ il passato, l’esperienza, che ci consente di vivere il presente con maggiore accortezza, ironia, saggezza e che, al bisogno, è di conforto e sollievo, ostacola le sirene che inneggiano, al  “qui ed ora, al subito e in fretta”

Ma poiché siamo tutti figli di un passato storico più ampio, collettivo, umano, con tante storie che ci legano, si intrecciano, ci accomunano, talune narrazioni minute come questa, facilitano la percezione del continuum, fanno da ponte, tra passato e presente, ci fanno esclamare: “E’ accaduto anche a me!” 

Ci proiettano con immediata condivisione nella nostra personali vicende umane,consentono di guardarci dentro, esercizio non facile e che, in genere, non amiamo. E’ così che vengono alla luce le nostre umane virtù, le debolezze e i vizi che ci connotano, quel sentimento di forte fastidio, rimasto inalterato nel tempo, che si prova oggi per i tanti molesti seccatori che  offrono continuamente straordinari risparmi, ci rammentano le nostre insistenti, inopportune richieste. Si percepiscono inalterate  le sensazioni che si associano agli accadimenti, i piaceri che si alternano ai dispiaceri, le delusioni, le irritazioni, l’appagante successo;  il presente che tanto intensamente viviamo è soltanto un momento, che muta e a sua volta diventa passato già da subito.

Un passato, recente o lontano che sia, è da apprezzare ed amare, perché comunque è parte di noi, da evocare e in taluni casi utilizzare come nascondiglio sicuro e quieto dove, al bisogno, rifugiarsi, almeno mentalmente, dai presenti affanni.

In Educare è narrare**, Duccio Demetrio nelle sue sapienti osservazioni sorrette da una prosa ricca e fluida, sempre di gran livello, sostiene come il narrare e ancor più il raccontarsi, l’autobiografia, siano potenti strumenti educativi per se e per gli altri che ascoltano e leggono.

L’uomo ha sempre lasciato ai posteri verbalmente e poi per iscritto imprese ed eventi importanti, ritenuti degni di essere, narrati e tramandati, da Omero in poi e con loro sono stati trasmessi sentimenti, emozioni, valori, usi e costumi, conoscenze ed esperienze, quali patrimonio di tutti.
Ecco che “Ibam Forte”, il racconto di Orazio assume una valenza, non soltanto semplicemente storica,  linguistica, ma ancor più educativa, relazionale, ci si immedesima, ne partecipiamo il disappunto e il fastidio, lo immaginiamo l’irritante  rompiscatole, lo sentiamo vicino, contemporaneo. 
Pensiamo subito a quel petulante signore del piano di sopra, che non vorremmo mai incontrare, perché altrimenti non ce lo leviamo più di torno e che ci sommerge con il suo infinito ciarlare.

Educare è narrare, è raccontare tante storie, come l’uomo ha vissuto e utilizzato il territorio dove è stato, cosa ha combinato nel tempo, cosa ha scritto, le sue idee, i pensieri, le abitudini e i costumi, le usanze, le lotte, le esperienze, i quotidiani vissuti. Tutto ciò, logicamente impacchettato, non sono altro che le discipline che, per comodità, si insegnano nelle scuole al fine di evitare che le nuove generazioni ricomincino tutto da capo. Poi ci sono le storie dei singoli individui, con la loro specificità, trama unica,  fatta di un susseguirsi di eventi, di colpi di scena, di esperienze, negative e positive, che ci hanno reso ciò che siamo e che ha le sue fondamenta in solide antichissime memorie tutte raccolte nel nostro arcaico cervello, i nuclei di base.

L’educazione si attua in una rete di relazioni tra individui con storie personali che s’incontrano, possibilmente senza  confondersi, e che si scambiano esperienze, convinzioni, saperi, sentimenti ed emozioni, dolori e piaceri di oggi e di ieri. Si cresce come unità originale e consapevole che, scomodando S. Agostino, il presente ha già in sé sia il passato, la memoria, sia l’attesa, l’immaginazione del futuro.

Ognuno di noi è una storia, un racconto e, per dirla con Duccio Demetrio, le stesse parole che usiamo connotano la nostra identità, ogni parola vale di più del suo stesso significato, esalta o  attenua il senso complessivo, il racconto personale e intimo del passato come del momento che si sta vivendo. E’ importante che la scuola si avvalga più spesso dello strumento narrativo, sentire le storie, raccontare la propria avventura, narrarsi in forma autobiografica è rapportarsi nel silenzio con noi stessi, è scrutarsi dentro, rivivere il nostro passato, conoscersi meglio, è un formidabile esercizio formativo che ci educa a comunicare con gli altri in modo migliore, a prestare attenzione alle vicissitudini altrui. 
Ci consente di sentire vicini lo scritto di Orazio, come le più recenti argomentazioni di Duccio Demetrio. 
Dà al docente la giusta chiave per mettersi in sintonia con le singole intimità degli alunni, con gli interessi, le aspettative, i ritmi e gli stili di apprendimento che li caratterizzano, perché si segue una semplice quanto efficace logica, è la conoscenza dell’interlocutore che facilita l’insegnamento e l’apprendimento.

E così: “Raccontaci, come ti senti oggi !”, “Prova a scriverlo”. Inizia se puoi la tua storia con: “Me ne andavo per caso..” Come ha fatto Orazio oltre 2000 anni fa.

E anche tu caro docente prova a raccontarti ne trarrai beneficio.

Giuseppe Alesi


*Duccio Demetrio, All’antica, una maniera di essere, Raffaello Cortina Editore, 2022
**Duccio Demetrio, Educare è Narrare, le teorie, la pratica, la cura, Mimesis, 2013

Shoah e Memoria la lezione di Levi

Una riflessione interessante e importante di Gad Lerner dalle pagine di un quotidiano nazionale


Piaccia o non piaccia, come e più dell’anno scorso, il Giorno della Memoria esercita una funzione scomoda: nel reclamare la dovuta attenzione sui milioni di ebrei sterminati in Europa fra il 1941 e il 1945, sospinge l’opinione pubblica a un confronto con la malasorte dei milioni di palestinesi che l’”ebreo nuovo”, scampato all’estinzione, si è ritrovato per vicini di casa. Dentro e fuori i confini dello Stato d’Israele sorto nel 1948.

E’ una forzatura logica, alimentata dal risorgere di antichi pregiudizi? Un paragone che vilipende chi in famiglia reca ancora i segni delle sofferenze patite ottant’anni fa? Siamo sinceri. Fatichiamo a disgiungere nella nostra sensibilità queste due tragedie in apparenza così lontane, benché la loro incommensurabilità numerica dovrebbe risultare evidente: milioni di innocenti persero la vita nell’industria dello sterminio pianificato nei lager; decine di migliaia sono le persone uccise a Gaza dai soldati israeliani in una sorta di punizione collettiva ininterrotta di quindici mesi.

Se non bastassero le reciproche accuse di “nazismo” che i due nemici inferociti si scagliano addosso, perduto “ogni senso di affinità umana”, per dirla con Primo Levi, a rendere ancor più difficile eludere tale connessione mentale è sopraggiunta una circostanza che ha del clamoroso: lunedì prossimo 27 gennaio, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa sovietica, è improbabile che alla cerimonia ufficiale convocata in quel luogo possa presenziare il primo ministro israeliano, soggetto com’è a un mandato di cattura internazionale perché fortemente indiziato di crimini di guerra. Ci sarà re Carlo d’Inghilterra mentre non sono invitati i russi. Parleranno solo gli ultimi sopravvissuti perché la politica mondiale oggi non è in grado di ritrovarsi unita neppure nella promessa infranta troppe volte del “Mai più Auschwitz”.

Inutile girarci intorno. L’insistenza con cui molte persone (che si offenderebbero a essere tacciate di antisemitismo) pretendono, in particolare da noi ebrei e ancor più dai sopravvissuti alla Shoah, l’uso della parola “genocidio” riferita a Israele, quasi che fosse lo strumento con cui misurare la sincerità o meno dell’indignazione nostra nei confronti dei crimini di guerra perpetrati in risposta al 7 ottobre, segnala il punto di non ritorno a cui siamo arrivati.

Orribile a dirsi ma sembrerebbe che gli ebrei abbiano esaurito il credito loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima della Shoah. Basta, credito esaurito. Con sollievo autoassolutorio di chi manteneva il vecchio sospetto che gli ebrei fossero dei privilegiati. Una svolta che elettrizza perfino gli ammiratori della brutalità d’Israele interpretata come se fosse una virtù connaturata agli ebrei da assumere come modello. Naturalmente l’esaurirsi del credito concesso alle vittime della Shoah si porta dietro la seconda domanda scomoda sempre più in voga man mano che il conflitto si estendeva e inferociva: un mondo senza Israele non sarebbe forse un mondo migliore? Interrogativo mendace ma insidioso che non riguarda solo il futuro di sette milioni di ebrei nati laggiù ma la possibilità stessa che prosperino in pace società multietniche e multiculturali.

Mi sono sentito dire di recente da persona bene addentro nell’establishment di Netanyahu: “Con questa guerra Israele si è messo al sicuro. Decapitato Hamas, in malaparata gli Hezbollah, l’Iran costretto sulla difensiva, caduto il regime siriano di Assad, uomini affidabili al vertice dello Stato libanese… i palestinesi continueremo a tenerli a bada e Trump ci coprirà le spalle. I problemi ce li avrete voialtri ebrei della diaspora perché ricadrà sulle vostre spalle l’odio sempre più diffuso per Israele e la nuova ondata di antisemitismo che ne deriva”.

In apparenza sembra un ragionamento cinico di realpolitik che non fa una grinza. Affaracci vostri, ebrei che vi ostinate a non capire che in futuro solo in Israele potrete star sicuri. La pensa così chi è convinto che -tregua o non tregua- questa guerra debba continuare perché fa parte di una guerra mondiale più grande. E insiste nell’illusione che bastino i rapporti di forza militari e tecnologici per garantirsi la sicurezza. Come se il 7 ottobre non gli avesse insegnato nulla. E come se bastasse una scrollata di spalle per levarsi di dosso il discredito caduto su Israele.

Se questo è il clima, ben si capisce perché il Giorno della Memoria (istituito in Italia su proposta del nostro caro Furio Colombo) accumuli un gran numero di detrattori: da chi lo liquida come inutile esercizio di retorica, ignorando l’ottimo lavoro preparatorio che tante scuole gli dedicano; a quelli che non ne possono più di “rendere omaggio” agli ebrei per riceverne in cambio nuove accuse; a non pochi esponenti delle stesse Comunità ebraiche che ormai lo vivono come un boomerang, pretenderebbero che la celebrazione venisse depurata da qualsivoglia riferimento all’attualità di Gaza e Cisgiordania o meglio ancora che venisse polemicamente abolita.

Dopo avere riletto i due testi fondamentali del principale testimone della Shoah in Italia (e non solo), cioè Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi, mi sono convinto del contrario. Non solo il Giorno della Memoria va celebrato ma deve servire proprio ad affrontare le domande più scomode che per tutta la sua vita Primo Levi ripropose martellanti nei suoi testi circa la ripetibilità e la comparabilità dell’orrore di cui era stato testimone ad Auschwitz.

Il riconoscimento del sistema concentrazionario nazista come unicum non solo non gli impedì, ma lo spronò a studiare il riproporsi successivo di forme di crudeltà di massa basate su meccanismi analoghi. Levi non adopera mai la parola “genocidio”, neanche riguardo allo sterminio degli ebrei, ma quando deve descrivere “i diligenti esecutori di ordini disumani” ci tiene a precisare che “non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque”…”fatti della nostra stessa stoffa”… “non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”.

Educati male. Nell’appendice a Se questo è un uomo pubblicata nel 1976 paragona i nazisti ai “militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria” e ai “militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Altrove elenca gli “imitatori” dei nazisti “in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa”. E potrei continuare. Ignoriamo, certo, se avrebbe inserito in un simile elenco Israele con cui manteneva un rapporto “affettuoso e polemico” fondato su “un nostro appoggio sempre condizionato”.

Di certo, Primo Levi non ha fatto che scriverlo e ripeterlo: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”. Se poi qualcuno pensasse che Levi escludesse a priori gli ebrei dal novero dei potenziali “educati male”, lui stesso replica: “Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.

copyright Il Fatto quotidiano

Latino nella secondaria di I grado? La scuola dove il suo insegnamento curricolare è realtà da 20 anni

Un contributo della Presidente Anna Paola Tantucci sulla rivista “Tuttoscuola”


Dopo anni in cui il Latino non faceva notizia, anzi era stato già seppellito come Lingua morta, la decisione del Ministro Valditara di riprenderne lo studio opzionale  nella seconda e terza classe della scuola Secondaria di I grado, ha riacceso il dibattito.

“Il futuro ha un cuore antico” diceva Carlo Levi ed è ormai è sotto gli occhi di tutti che il Latino non è per niente una lingua morta, ma è una palestra ricca di strumenti che guidano gli studenti ad acquisire competenze, che vanno ben oltre il semplice studio di una lingua antica: attraverso il Latino si rafforzano le capacità linguistiche, si sviluppa il pensiero logico e la capacità di analizzare e risolvere problemi, si potenzia la memoria e la concentrazione, si diventa più consapevoli della storia e dell’identità culturale.

Risultati preziosi se si considera il contesto socio-culturale in cui viviamo oggi: mentre i social tendono a promuovere un consumo rapido e superficiale delle informazioni attraverso una comunicazione veloce e priva di approfondimento, il Latino insegna la pazienza di riflettere su un testo, ci chiede di scegliere il vocabolo più pertinente, ci rende capaci di analizzare un brano per distinguere il vero dal falso, insomma ci aiuta ad “andare oltre” la superficie, ci porta ad essere intelligenti in senso etimologico a ”intus legere”, a leggere in profondità.

L’illustre latinista Emanuela Andreoni Fontecedro si è espressa positivamente su questa iniziativa che arricchisce il bagaglio culturale della Scuola secondaria di I grado ed è un grande passo per l’approfondimento degli studi linguistici, letterari e umanistici. Conoscere il Latino significa comprendere il fenomeno delle lingue europee (che dall’origine sono imparentate a est con il sanscrito), non solo tenendo conto dell’eredità romanza ma anche del linguaggio intellettuale delle altre lingue, dato che i grandi generi letterari scorrono in parallelo e si intrecciano influenzandosi a vicenda. Il Latino permette di riavvolgere da capo il filo rosso che unisce l’Europa, non solo nelle vicende della storia ma nei suoi sentimenti, nelle emozioni.

Giudizio positivo con alcune riserve, su quale Latino sarà insegnato: non certo quello “parlato” del metodo Orberg, ma quello autentico del “seccatore” che importunava il poeta Orazio lungo la Via sacra, nel Foro romano.

D’altronde la scuola è sperimentazione e già da tempo si sono registrate delle iniziative per riproporre lo studio del Latino anche alla scuola media. Primo fra tutte, l’Istituto Comprensivo “Igino Petrone” di Campobasso che, grazie ad un Dirigente “visionario” il Dr Giuseppe Natilli e a docenti motivati, porta avanti da ben vent’anni un percorso didattico curricolare di Latino in tutto il triennio della Scuola secondaria di I grado.

E’ stata attivata infatti quella che, su richiesta peraltro dei genitori, inizialmente nasceva come una sperimentazione nell’ambito dell’ora di approfondimento di Italiano; di fatto è diventata poi una disciplina curricolare, fin dal primo anno della Scuola secondaria di I grado, nell’ambito dell’applicazione dell’autonomia didattica, con la quota del 20% riservata alle scuole nella definizione del curricolo dell’autonomia.

La formazione didattica dei giovanissimi allievi della “Petrone”, proposta dai docenti, si basa su un programma di studio che si incammina in maniera rigorosa, ma mai libresca, tra declinazioni latine, regole di fonetica, funzioni logiche dei casi, analisi e traduzione di enunciati e brevi testi, narrativi e descrittivi, con l’obiettivo primario di rafforzare conoscenze e abilità lessicali, grammaticali e morfo-sintattiche della madre lingua e contestualmente costituisce un arricchimento ed un rinforzo alla lingua italiana nel parlato e nella comprensione del testo.

Ma questa esperienza didattica curricolare non si limita alle mura dell’Istituto. L’Istituto Comprensivo “Igino Petrone” ha voluto lanciare tredici anni fa una sfida più ampia organizzando il primo Certamen di lingua latina rivolto agli studenti dell’ultimo anno della secondaria di I grado. E’ nato così il Certamen AmiceLatine Discere, oggi progetto fondante dell’Istituto, che nel corso del tempo ha assunto respiro nazionale, grazie anche al patrocinio di un’istituzione sempre sensibile a promuovere iniziative culturali di valore realizzate sul territorio italiano come l’E.I.P. Italia Scuola Strumento di Pace ETS, Sezione dell’E.I.P. Ecole Instrument de Paix, Associazione non governativa riconosciuta dall’Unesco e dal Consiglio d’Europa, nell’ambito del Protocollo tra E.I.P. Italia e Ministero dell’Istruzione e del Merito, rinnovato nello scorso mese di ottobre.

La competizione, organizzata in collaborazione con il Liceo classico “Mario Pagano” di Campobasso, che cura la scelta della prova su cui verte annualmente il concorso e la correzione degli elaborati, consiste nella traduzione di una versione dal Latino, corredata di alcune domande di comprensione linguistica e testuale.

Osservare alunni tredicenni impegnati e concentrati a tradurre frasi latine sfogliando  le pagine del vocabolario, analizzare costrutti e forme verbali, rispondere a quesiti che verificano la comprensione globale e analitica del testo tradotto, lascia positivamente meravigliati e fa credere che la sfida ad appassionare i ragazzi con strumenti antichi, ma motivanti e molto efficaci, può essere vincente.

La competizione è aperta a tutte le Scuole secondarie di I grado e si svolgerà nel mese di maggio. Le iscrizioni si possono inviare entro il mese di febbraio. 

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito istituzionale dell’Istituto Comprensivo Igino Petrone: www.icpetrone.edu.it.

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Cyberbullying Free: la forza della comunità digitale responsabile

Iniziative promosse dalla vicepresidente EIP Italia Martusciello e indicazioni didattiche per la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo


Il 7 febbraio 2025 si celebra la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, istituita nel 2017 su iniziativa del Ministero nell’ambito del Piano Nazionale per la prevenzione del bullismo e del cyberbullismo a scuola, attraverso azioni di sensibilizzazione rivolte agli studenti. 
In questa data, tutte le scuole sono chiamate a confrontarsi con i propri alunni sull’uso consapevole dei social, sull’emarginazione dei più deboli, sullo sviluppo di comportamenti prosociali e sull’evitamento di condotte violente.

A Bojano l’IISS “Lombardo Radice” si svolgeranno due iniziative:

7 febbraio 2025
Seminario

“Cyberbullying Free: la forza della comunità digitale responsabile”

con il coinvolgimento delle classi IA ITE, IC LSA e ID Liceo Made in Italy, grazie al supporto dei coordinatori di classe.

8:30-9:30
“Libertà di espressione o discorsi d’odio? Comprendere i limiti e le responsabilità” – a cura della Dott.ssa Gabriela Angelica Rostani, cerimonialista ed esperta di comunicazione etica.
9:30-10:30
“Le implicazioni legali: reati e sanzioni nella prevenzione del bullismo e del cyberbullismo” – a cura del Prof. Claudio Spina.

Martedì 11 febbraio 2025
si celebra, in contemporanea in oltre 100 nazioni in tutto il mondo, il Safer Internet Day (SID), la giornata mondiale per la sicurezza in rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea.

Anche il Ministero dell’Istruzione e del Merito aderisce all’iniziativa come “importante occasione per stimolare le riflessioni delle ragazze e dei ragazzi non solo sull’uso consapevole della rete, ma anche sul ruolo attivo e responsabile di ciascuno nella realizzazione di Internet come luogo positivo e sicuro”.
La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha selezionato il nostro Istituto per seguire un evento online sulla prevenzione del cyberbullismo che si svolgerà l’11 febbraio 2025.
Qui a scuola saranno presenti anche Ispettori della Polizia Postale.
Classi coinvolte nell’Aula Magna: IIA ITE, IIB ITE, IIA LS-LSA, IID LSU, IIIA ITE e IIIE LSA, grazie al supporto dei coordinatori di classe.


Di seguito alcune indicazioni per possibili attività didattiche:

1. Introduzione


2. Webinar promosso da Educazione digitale

“Chi è il vero cattivo? Cosa scegli nel bivio se sei ancora un bambino?” (da “Pare” di Ghali feat. Madame)
In occasione della Giornata mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo, insieme a Unipol ci confronteremo con Flavia Rizza, una giovane vittima di insulti, offese e violenza online che è riuscita a trasformare il dolore provocatole dagli atti subìti in una storia di divulgazione e di successo, diventando anche testimonial della Campagna di sensibilizzazione della Polizia di Stato (#una vita da social).
Attraverso il suo racconto, cercheremo di comprendere meglio quali sono le cause, le dinamiche e le conseguenze degli atti di #bullismo e #cyberbullismo.
L’appuntamento di Venerdì 7 febbraio 2025, dalle ore 10.00 alle ore 11.00, in diretta su Educazione Digitale.


3. Proposte in video 

A – L’unicità ci rende preziosi 
Percorso realizzato dagli  alunni IVA ITE:  le possibili motivazioni del bullismo.
Primo Premio Nazionale Moige

B – Mai più un banco vuoto, video riferito alla storia drammatica di Carolina Picchio 

C – “Monologo sul bullismo a scuola” a cura di Paola Cortellesi & Marco Mengoni


4. Spazio di riflessione musicale

A – “Le parole hanno un peso”  di Tiziano Ferro

B – “Billy Blue” di Marco Sentieri

C – “Tutti bulli” di Psicantria

D –“Sputi sull’anima”  di G. Nuti 

E – “Fragile” di Soprano


5. Sessione lettura

A – 100 Brevi storie: un laboratorio di lettura per costruire relazioni positive

https://docs.google.com/document/d/1eU_ZAKg3r5Cd2V9NICn3IOCE2QIl2N4H/edit?usp=drive_link&ouid=114261731093630870130&rtpof=true&sd=true 

B – Cuori connessi
Nei diversi libri sono raccontate le storie di ragazzi e ragazze che hanno sperimentato sulla loro pelle l’esperienza del cyberbullismo, e anche storie positive dove la tecnologia li ha aiutati a migliorare la propria esistenza.

C – La mia Carolina uccisa da 2600 like
La lettera del padre di Carolina Picchio pubblicata sul Corriere della sera


6. Azioni e iniziative per classi e scuole


7. Dossier Gariwo: Come curare le ferite dell’odio


8. Se mi posti ti cancello

Webserie promossa nell’ambito del progetto Generazioni Connesse, co-finanziato dalla Commissione Europea, rivolto a ragazzi e ragazze per promuovere un uso responsabile e positivo dei nuovi media.
Nei 5 episodi della serie vengono affrontati diversi temi: 
– cyberbullismo (ep.1: “Gaetano”), 
– sexting (ep.2: “Susy”), 
– sessualità online (ep.3: “Richard”), 
– digital divide, inteso come gap generazionale  (ep.4: “Laura”), 
– conseguenze della eccessiva esposizione ai media (ep.5: “Blackout”). 

Ogni episodio, composto da un racconto portato da diverse voci, prende ispirazione da oltre 300 video inviati da ragazzi e ragazze di tutta Italia tra gli 11 e i 16 anni, che hanno aderito alla campagna “Se mi posti ti cancello”.


9. Sezione fumetti contro il bullismo

Internet regala dei ‘super poteri’: comunicare in tempo reale, scambiarsi immagini, video e commenti per restare in contatto con gli amici, migliorare nello studio ed essere sempre al passo coi tempi. Per ogni vantaggio, però, bisogna considerare un rischio, perché sul web l’errore è a portata di click. Piccoli, grandi ‘trappole’ che i ragazzi possono imparare a evitare riconoscendosi nelle (dis)avventure dei personaggi ideati da Generazioni Connesse.

10. Azioni di sensibilizzazione
e campagne educative RAI sul bullismo

Il servizio pubblico televisivo propone una selezione ricca di contenuti, spaziando dalle serie TV all’animazione fino agli speciali.

11. ENABLE, il network europeo contro il bullismo

Il network europeo ENABLE, attivo dal 2015, promuove un approccio olistico al bullismo e al cyberbullismo, focalizzandosi sulla formazione di studenti tra 11 e 14 anni, docenti, personale scolastico e genitori. Con l’evoluzione digitale, questi fenomeni hanno assunto nuove dimensioni difficili da monitorare. Il progetto adotta un metodo basato sull’apprendimento sociale ed emotivo (SEL) e sul dialogo tra pari, creando un ambiente informale dove gli studenti a rischio possono condividere esperienze e interessi al di fuori della scuola. Sostenuto da Kaspersky Lab, INCLUDE offre un kit gratuito, corsi di formazione e organizza hackathon per sviluppare comportamenti positivi e strumenti digitali contro il bullismo e il cyberbullismo.

Didattica da… Fuoriclasse: da scuola a paesaggio didattico

A Fiera Didacta il Seminario organizzato da USR Molise, Istituto Comprensivo “Igino Petrone” di Campobasso e E.I.P. Italia Scuola strumento di pace


“Didattica da…Fuoriclasse” è una Sperimentazione didattica, nella quale tutti i docenti mettono la loro esperienza e le loro competenze in sfida per ideare attività didattiche, innovative e attive, che non vedono il docente al centro “saggio in cattedra”, ma lo trasformano in un progettista di percorsi con al centro lo studente, autore e protagonista del suo apprendimento. Ogni studente ha l’opportunità di scegliere il percorso da seguire per appagare le personali attitudini, curiosità e/o passioni!
Si tratta di un progetto innovativo, che ripensa i paradigmi tradizionali dell’apprendimento favorendo percorsi curricolari basati su metodologie attive, personalizzate e strettamente integrate con le risorse del territorio.
La scuola si trasforma, in una “bottega” orientativa e inclusiva, connessa al territorio, capace di formare studenti autonomi, creativi, collaborativi che apprendono anche dalla realtà socioeconomica-culturale del luogo in cui vivono.

Il progetto, ideato e sviluppato dall’Istituto Comprensivo “Igino Petrone” di Campobasso, ha suscitato interesse e curiosità che ne stanno supportando l’approfondimento teorico e la possibilità di diffusione.

Una caratteristica fondamentale del progetto è la flessibilità: ogni studente ha la possibilità di iscriversi alle “sceneggiature educative” partecipando, con coetanei di diverse classi, in un ambiente che valorizza la diversità e la cooperazione. Questo approccio ha consentito la sperimentazione di nuovi modelli di valutazione e di apprendimento, centrati sulla motivazione e sull’autonomia degli studenti. Il progetto si è arricchito anche della partecipazione attiva delle Famiglie coinvolte non solo nella scelta delle attività, ma anche nella valutazione complessiva
del sistema, favorendo un dialogo continuo tra scuola e comunità.

Il seminario, rivolto a docenti e dirigenti scolastici, racconterà e dimostrerà come il Design Thinking in ambito educativo possa permettere a un Istituto Scolastico di trasformare la scuola in un paesaggio didattico, sperimentando un learning design che pone al centro “l’alunno persona” e “il docente persona” con i propri bisogni e passioni.
I relatori sono:


Giuseppe Natilli, dirigente scolastico



Paola Pinelli, docente responsabile scientifico della sperimentazione

L’appuntamento è per mercoledì 12 marzo dalle ore 11.00 alle ore 12.00 nell’ambito della manifestazione nazionale Didacta Italia.

Per iscriversi al Seminario puoi cliccare sul link sottostante:

La valutazione nella scuola primaria: video e materiali del webinar EIP-UCIIM


L’Ordinanza Ministeriale 3/2025 disegna una nuova modalità di comunicazione della valutazione periodica e finale, a partire dall’ultimo periodo dell’anno scolastico 2024-2025.

Una scelta finalizzata ad “esigenze di chiarezza ed efficacia comunicativa nei confronti dei genitori e degli alunni” (Nota MIM 2867/2025) che richiede scelte didattiche, comunicative e gestionali da parte delle scuole e costituisce, contemporaneamente, un’occasione di studio e qualificazione professionale finalizzati ad un approccio educativo alla valutazione del processo e dei risultati di apprendimento.

Ne abbiamo parlato in un webinar in diretta, nato dalla collaborazione tra EIP Italia e UCIIM,

giovedì 30 gennaio 2025
dalle ore 17.30 alle ore 18.30
con il contributo di

Anna Paola Tantucci, Presidente nazionale EIP Italia
Caterina Spezzano, Dirigente tecnico MIM e Presidente regionale del Lazio UCIIM
Francesco Rovida, Dirigente scolastico e Coordinatore della formazione EIP Italia
Maria Teresa Marsura, Docente della scuola primaria e Presidente della Sezione UCIIM Latina

Pubblichiamo di seguito la registrazione e i materiali di lavoro







A Napoli, nel segno della memoria

Importanti iniziative con la collaborazione della sezione campana di EIP Italia


Presso la prestigiosa Sala Filangieri dell’Archivio di Stato si è svolta la manifestazione che ha celebrato il Giorno della Memoria. A Ottant’anni dalla Liberazione, non poteva esserci luogo più adatto ad accoglierla. La Storia è in quello scrigno, e ci parla, se siamo attenti e disposti ad ascoltarla. Ieri ci abbiamo provato e, credo, ci siamo anche riusciti, grazie all’impegno congiunto di chi, credendoci, l’ha voluta realizzare, a cominciare dal Direttore dell’Archivio, Candida Carrino. La folta partecipazione degli studenti e dei docenti di alcune scuole del territorio si deve, infatti, alla passione di chi quelle scuole le conosce, come la Presidente della Commissione Scuola della Municipalità 2, Valeria Vitale, che ha portato i saluti del Presidente Roberto Marino che ha patrocinato l’iniziativa; e alla mobilitazione delle realtà associative che hanno fatto della cura della memoria e della difesa dei valori di libertà e di dignità degli esseri umani la loro missione: la Sezione Anpi-Napoli Centro “Antonio Amoretti”, le Associazioni “AntinooArcigay” e “Chi Rom e chi no”, e il gruppo “Aperitivo Resistente”. Nel portare il loro saluto, la Dirigente Scolastica Stefania Colicelli (Liceo “V. Emanuele-Garibaldi”) e i docenti Elena Barbato (delegata dalla Dirigente Palmira Masillo dell’I.S. “Alfonso Casanova”) e Lorenzo De Stefano e Annalisa Saccone (I.S.I.S. “Francesco De Sanctis”) hanno rimarcato l’importanza dell’’evento, e la necessità di replicarlo, coinvolgendo un numero crescente di ragazze e ragazzi. Ad essi, in particolare, si sono rivolti anche i relatori che sono intervenuti: da Nino Daniele allo storico Nico Pirozzi, da Emma Ferulano ad Antonello Sannino presentati dal moderatore Vincenzo Capuano. Nel denunciare la gravità del momento storico che stiamo vivendo, ciascuno di loro ha rivolto un invito a non abbassare la guardia, a essere vigili e combattivi, a lottare contro forze potenti che intendono mettere le loro mani sulle nostre vite e sulle nostre libertà. Ad arricchire la mattinata due preziosi fuori programma: la proiezione del video della commovente testimonianza di un sopravvissuto all’Olocausto, Sami Modiano, e la lettura di significativi brani tratti da opere letterarie e filosofiche da parte di alcuni studenti del De Sanctis. Momenti intensi, che ci indicano la strada da percorrere, con più determinazione di prima. E’ quello che ci siamo già impegnati a fare lo scorso 22 ottobre lanciando il progetto didattico ”Le Quattro Giornate insegnano” associato al premio “Antonio Amoretti del Concorso Nazionale E.I.P. Italia. Progetto che vede il pieno il coinvolgimento di associazioni e giovani. Il prossimo appuntamento è il 25 aprile. Non mancheremo.

Francesco Amoretti
Docente Scienza Politica -Unisa
Direttivo ANPI – Sez. “Antonio Amoretti”




Presso il Liceo “Giuseppe Mazzini” si è svolta, inoltre, una iniziativa con la partecipazione di EIP Italia e del Gruppo culturale storico teatrale “Gli Appassionati”, con un testo di Ersilia De Palo


Valutazione nella scuola primaria in Italia: appunti su origini e sviluppo degli studi sulla valutazione scolastica – seconda parte

Costruire una cultura della valutazione


Per gentile concessione dell’autrice, pubblichiamo alcuni in tre parti un approfondimento sulla valutazione nella scuola primaria tratto dalla tesi di Laurea Magistrale in Psicologia del lavoro e del benessere organizzativo della dott.ssa Antonia Carla Greco (relatore la prof.ssa Gabriella Agrusti).
Il lavoro di ricerca, intitolato Analisi sui bisogni di formazione nella scuola primaria: tra andragogia e pedagogia, si è proposta di indagare i bisogni formativi dei docenti della scuola primaria e comprendere come siano state accolte ed assimilate le innovazioni relative alla valutazione degli alunni, così come indicate dall’O.M. n. 172 del 2020.
Tale ricerca è stata condotta tramite interviste ai dirigenti scolastici e ai docenti, con il coordinamento della prof.ssa Valeria Damiani, a cui sono state poste domande circa le innovazioni intervenute ed i bisogni che ne sono scaturiti.


Il processo di valutazione nella normativa della scuola primaria in Italia

Il tema della valutazione scolastica in Italia, per un lungo periodo di tempo, a partire dalla legge Boncompagni del 1848 fino al 1970 circa, non è stato oggetto di particolare attenzione da parte del legislatore: la valutazione veniva espressa mediante la scala decimale, senza ulteriori precisazioni, eccezion fatta per un breve lasso di tempo, tra il 1928 e il 1945, in cui il profitto venne espresso con un aggettivo. Il Regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare, approvato con Regio Decreto n. 1297 del 1928, prevede infatti che il profitto e la condotta siano valutati tramite le qualifiche: insufficiente, sufficiente, buono e lodevole. Per l’ammissione all’anno successivo sono richiesti una valutazione almeno “buono” nella condotta e almeno “sufficiente” nelle diverse discipline, con la possibilità di effettuare esami entro l’avvio dell’anno successivo in due situazioni:

– per l’alunno con valutazione “buono” in condotta su, al massimo, due discipline valutate “insufficiente”;
– per l’alunno con valutazione “sufficiente” in condotta su tutte le discipline.

Questo approccio viene superato dalla normativa relativa ai programmi per le scuole elementari materne, che prevedono, in un contesto di ricostruzione dell’organizzazione e dell’ordinamento scolastico, l’attribuzione di “votazioni”.
I due passaggi appena illustrati sono la prima rappresentazione dell’alternanza continua tra voti e giudizi che caratterizza le scelte normative e amministrative successive, con particolare riferimento al primo segmento dell’istruzione obbligatoria, e che occupa ancora oggi il dibattito politico e la riflessione didattica.

Con i rinnovamenti culturali e sociali avvenuti tra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento e, in particolare con la Legge n. 517 del 1977, la discussione sull’alternanza tra voti e giudizi, segna un vero e proprio processo di cambiamento nei modi in cui la valutazione nella scuola primaria viene realizzata ed espressa. Tale legge ha introdotto importanti novità: ha abolito le classi differenziali per gli alunni svantaggiati, gli esami di riparazione, l’esame al termine della seconda elementare e ha stabilito che la mancata promozione da una classe all’altra della scuola primaria avvenisse solo in casi eccezionali, previa delibera unanime del Consiglio di interclasse. Inoltre, abolendo pure i voti e la pagella, ha introdotto la scheda personale per gli alunni, con giudizi analitici descrittivi, contenenti osservazioni sistematiche sui processi di apprendimento di tutte le discipline e sui livelli di maturità raggiunti, senza, però, parametri comuni a monte. Dagli elementi registrati sulla scheda veniva, poi, desunto trimestralmente il livello globale di maturità raggiunto dal bambino, che, successivamente, veniva illustrato ai genitori del medesimo. Gli elementi della valutazione trimestrale costituivano la base per la formulazione del giudizio finale di idoneità che constava della sola dichiarazione di idoneità per il passaggio dell’alunno alla classe successiva o al successivo grado della scuola dell’istruzione obbligatoria.

Con la Riforma della scuola elementare del 1990 si prevede che una specifica ordinanza del Ministro abbia il compito di determinare modalità, tempi e criteri di valutazione, unitamente alle forme concrete di comunicazione degli esiti alle famiglie degli alunni, avendo come riferimento i contenuti e gli obiettivi dei programmi didattici vigenti.

Si rendono necessari tre anni per giungere alla pubblicazione di tale Ordinanza (O.M. n. 236 del 1993) che definisce tre funzioni per la valutazione:

“a) rilevare sistematicamente lo sviluppo negli alunni dei quadri di conoscenza e delle abilità fondamentali prescritti dai programmi didattici, prestando attenzione alla qualità dei processi attivati e dei progressi riscontrabili nella formazione della personalità di ogni alunno;
b) documentare e comunicare ai soggetti interessati quanto la scuola fa per lo sviluppo e l’educazione degli alunni medesimi;
c) contribuire a promuovere la continuità del processo educativo nella scuola per la formazione di base” (articolo 1, c. 3).

La modalità applicativa prevede tre momenti di realizzazione: si parte dalla conoscenza dell’alunno, si considerano gli apprendimenti conseguiti e, infine, viene effettuata una valutazione complessiva. Gli strumenti a disposizione degli insegnanti sono: la raccolta sistematica e continua di informazioni sugli alunni, la documentazione dell’attività didattica, l’accertamento dei risultati in relazione agli obiettivi e ai contenuti prescritti dai programmi e definiti nella programmazione didattica, la formulazione collegiale delle valutazioni periodiche complessive, la comunicazione delle valutazioni ad alunni e famiglie, la certificazione degli esiti conseguiti.

Ad integrazione e sostituzione di quanto previsto dalla precedente normativa, vengono indicati nuovi strumenti per la documentazione anche amministrativa dell’attività di valutazione, tra cui l’Agenda della programmazione e organizzazione didattica, che documenta [..] le annotazioni specifiche in itinere sugli alunni e la verbalizzazione della valutazione dei singoli alunni in casi particolari e rilevanti (O.M. n. 236 del 1993, art. 2), il Giornale dell’insegnante che prevede che Ogni insegnante è tenuto a riportare nel Giornale le osservazioni, raccolte in maniera sistematica e continuativa, sugli apprendimenti e sulla disponibilità ad apprendere degli alunni in ordine agli aspetti essenziali delle diverse discipline. Il complesso delle osservazioni sistematiche costituirà lo strumento privilegiato per la continua regolazione della programmazione (O.M. n. 236 del 1993, art. 4), il Registro di classe che riporta i verbali degli scrutini e degli esami (O.M. n. 236 del 1993, art. 5), e un rinnovato Documento di valutazione, con funzione regolativa, comunicativa, certificativa (O.M. n. 236 del 1993, art. 6). Quest’ultimo, è strutturato in tre sezioni, dettagliatamente descritte nell’allegato all’ordinanza: 
– il primo, relativo alla conoscenza dell’alunno, serve a registrare, pur in modo sintetico, i diversi aspetti relativi alla situazione iniziale dell’alunno nel processo formativo, per definire bisogni specifici e risorse;
– il secondo, dedicato alla rilevazione degli apprendimenti, dell’interesse e dell’impegno manifestati dall’alunno nei vari campi disciplinari, esprime il grado di padronanza progressivamente dimostrato e viene espresso con i seguenti livelli: 
A – L’alunno ha conseguito la piena competenza
B – L’alunno ha conseguito un buon livello di competenza e si impegna per migliorarlo
C – L’alunno ha conseguito una competenza essenziale e si impegna per migliorarla
D – L’alunno ha conseguito solo una competenza parziale e il suo impegno non è costante
E – L’alunno deve ancora conseguire un livello adeguato di competenza e deve manifestare un più costante impegno.
– il terzo, dedicato ad una valutazione complessiva dei processi formativi, deve riferirsi a Alfabetizzazione culturale (acquisizione di abilità operative e modalità di indagine, padronanza di conoscenze e linguaggi, sviluppo di competenze comunicative ed espressive), Autonomia personale, Maturazione di una consapevole identità personale, sociale e culturale, Autostima, fiducia nei propri mezzi e immagine positiva di sé, Progressivo autocontrollo delle condotte socio-affettive ed emotive e senso di responsabilità, Partecipazione alla convivenza democratica, Modalità e atteggiamenti nella pratica dei rapporti interpersonali e delle relazioni sociali, Capacità di iniziativa, di decisione e di scelte consapevoli, Motivazione e impegno personale a capire, progettare e operare costruttivamente.

La successiva Circolare Ministeriale n. 491 del 1996 introduce alcune variazioni finalizzate a distinguere tra funzione certificativo-comunicativa e funzione didattico-formativa della valutazione” (art. 1), ma anche a semplificare i meccanismi di redazione per ridefinire il carico di lavoro degli insegnanti. In particolare, i giudizi nelle diverse discipline vengono espressi in modo sintetico con l’utilizzo delle formulazioni ottimo, distinto, buono, sufficiente, non sufficiente (art. 2).

L’assetto ordinamentale del sistema educativo di istruzione e formazione viene ridisegnato con la Legge n. 53 del 2003, che prevede la denominazione “scuola primaria”, inserendola in un primo ciclo di istruzione che si avvia con la scuola dell’infanzia non obbligatoria e viene completato con la scuola secondaria di I grado. L’articolo 3 inquadra la valutazione periodica e finale, avente ad oggetto i processi e i risultati di apprendimento, nell’ambito delle responsabilità individuali e collegiali dei docenti, correlandola direttamente anche al miglioramento dei processi di apprendimento. 

Solo qualche anno prima, la riforma in senso autonomistico della struttura dello Stato, con il riconoscimento dell’autonomia alle singole istituzioni scolastiche, prevede l’abrogazione di un modello unico nazionale di scheda di valutazione e l’attribuzione alle scuole della responsabilità di definire modalità, tempi e criteri di valutazione e di comunicazione dei risultati alle famiglie.

ùIn applicazione di quanto indicato, la C.M. n. 85 del 2004 fin dalla premessa evidenzia che la valutazione degli alunni va inquadrata nel nuovo assetto ordinamentale ed educativo delle scuole del I ciclo di istruzione e nell’ambito dei principi, delle norme e degli obiettivi definiti dal decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59 e dalle Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati […] che, come è noto, sostituiscono i vecchi programmi della scuola elementare e media e costituiscono il nuovo assetto pedagogico, didattico e organizzativo della scuola del I ciclo di istruzione”. In effetti il citato decreto legislativo con le annesse Indicazioni nazionali, in linea con l’obiettivo della personalizzazione dei percorsi formativi dell’alunno, introduce importanti novità sia relativamente alla valutazione degli apprendimenti e dei comportamenti, che alla certificazione delle competenze acquisite. Gli strumenti per la valutazione indicati sono i seguenti:
scheda personale dell’alunno: deve essere predisposta e riprodotta a cura della scuola, con i vincoli riferiti agli apprendimenti e ai comportamenti, ispirandosi al precedente modello ministeriale oppure elaborando modelli diversamente impostati. La valutazione periodica dell’alunno va espressa in base alla scansione temporale adottata dal Collegio dei docenti e, a fini di chiarezza espressiva, restano da utilizzare le espressioni sintetiche (ottimo, distinto, buono, sufficiente, non sufficiente).
portfolio delle competenze individuali: le Indicazioni nazionali (allegate al D.lgs. n. 59 del 2004) prevedono che il percorso scolastico di ciascun alunno venga accompagnato da uno strumento di documentazione dei processi formativi, articolato in due sezioni: una dedicata all’orientamento e l’altra alla valutazione dell’alunno (anche se in tale fase di avvio del processo di riforma l’attenzione veniva rivolta esclusivamente agli aspetti valutativi, anziché a quelli, non meno importanti, dell’orientamento). Tale documento mette in evidenza il processo di apprendimento di ciascun alunno e gli elementi di rilievo del comportamento, anche mediante annotazioni relative al conseguimento degli obiettivi formativi definiti nei Piani di studio personalizzati;
attestato finale, con gli esiti educativi di ogni alunno;
certificazione, con indicate le conoscenze, le competenze, le abilità acquisite e i crediti formativi riconoscibili;
altri documenti di valutazione (registri di classe e registro/giornale dell’insegnante) adattati alle nuove direttive.

Senza entrare nel merito della stagione di ricorsi amministrativi e scelte politiche che portarono al superamento del modello proposto di Portfolio, la Legge n. 169 del 2008 e il regolamento applicativo, D.P.R. n. 122 del 2009 reintrodussero, a far data dall’anno scolastico 2008/2009, i voti numerici espressi in decimi per la valutazione periodica e finale degli apprendimenti, illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno. 

La valutazione del comportamento veniva effettuata mediante un giudizio formulato in base alle modalità deliberate dal Collegio dei docenti, riportato nel documento di valutazione. 

Nonostante la scelta della reintroduzione del voto (la valutazione periodica e finale degli apprendimenti delle alunne e degli alunni nel primo ciclo, ivi compresa la valutazione dell’esame di Stato, per ciascuna delle discipline di studio previste dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo, è espressa con votazioni in decimi che indicano differenti livelli di apprendimento […] La valutazione è integrata dalla descrizione del processo e del livello globale di sviluppo degli apprendimenti raggiunto (art. 2, c. 1 e 3), prefigurato come elemento di base anche per la certificazione delle competenze, il D.P.R. n.  122 del 2009 espone in modo sistematico alcuni principi base presenti anche nella normativa successiva attualmente vigente. 

In particolare, afferma che 
– l’esercizio della valutazione è espressione dell’autonomia professionale dei docenti, sia nella dimensione individuale che in quella collegiale, con il pieno riconoscimento e la valorizzazione del ruolo essenziale della relazione didattica di ciascun insegnante, nonché della condivisione educativa e amministrativa degli organi collegiali che presiedono alla valutazione periodica e finale;
– la valutazione ha finalità anche formativa e contribuisce all’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, allo sviluppo dei processi di autovalutazione, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo, mettendosi al servizio degli obiettivi di apprendimento permanente proposti dalle scelte dell’Unione Europea (Allulli, 2015);
– le verifiche intermedie svolte dai docenti e le valutazioni periodiche e finali collegiali sul rendimento scolastico sono inserite a pieno titolo nel processo di insegnamento-apprendimento e, pertanto, devono essere progettate e realizzate secondo finalità e modalità coerenti con gli obiettivi di apprendimento previsti dagli ordinamenti e dal Piano dell’offerta formativa;
– poiché la valutazione scolastica è anche un procedimento con valenza amministrativa, modalità e criteri finalizzati a garantire omogeneità, equità e trasparenza sono definiti dal Collegio docenti, nel rispetto del principio della libertà di insegnamento.