La parola nell’era degli algoritmi: la nuova difesa dello spazio civico

L’approfondimento sulla Risoluzione ONU per la libertà di espressione: dalle sfide dell’intelligenza artificiale al contrasto della repressione transnazionale, fino alla necessità di una nuova cittadinanza digitale.


Durante la sessantaduesima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, conclusasi a Ginevra il giorno 8 luglio 2026, uno dei passaggi diplomatici e giuridici più complessi ha riguardato la ridefinizione e la tutela dello spazio civico.
La risoluzione adottata sulla libertà di espressione segna un punto di svolta: il dibattito ha definitivamente preso atto che le minacce alla libertà di parola e di associazione non si limitano più alla censura statale tradizionale, ma si sono ibridate con l’evoluzione tecnologica, creando un ecosistema digitale in cui i diritti fondamentali sono costantemente sotto assedio.

Il cuore innovativo del documento si trova nell’analisi dell’impatto delle forme di Intelligenza Artificiale sui diritti umani.
La risoluzione abbandona l’approccio tecnologicamente neutro per denunciare come gli algoritmi di raccomandazione, i sistemi di sorveglianza biometrica e l’Intelligenza Artificiale generativa stiano alterando strutturalmente la partecipazione democratica. Il testo punta il dito contro l’opacità dei grandi attori tecnologici e la proliferazione di campagne di disinformazione automatizzate, capaci di inquinare il dibattito pubblico e di polarizzare le società con una velocità inedita.

Il Consiglio ha ribadito che gli Stati hanno l’obbligo positivo non solo di astenersi dall’usare queste tecnologie per reprimere il dissenso, ma anche di regolamentare il settore privato. La richiesta è quella di imporre valutazioni di impatto sui diritti umani prima dello sviluppo e del dispiegamento di sistemi algoritmici, garantendo trasparenza e tutelando il diritto dei cittadini a cercare, ricevere e diffondere informazioni libere da manipolazioni invisibili.

Altra dimensione cruciale affrontata dalla risoluzione è il fenomeno della repressione transnazionale. Il Consiglio ha condannato con fermezza le pratiche attraverso cui regimi autoritari, ma non solo, estendono il proprio potere coercitivo oltre i confini nazionali per silenziare dissidenti, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani in esilio. L’uso di spyware commerciali, le intimidazioni digitali mirate, le campagne di diffamazione online e le minacce alle famiglie rimaste in patria rappresentano una violazione palese del diritto internazionale che svuota di significato il concetto stesso di asilo politico.

Parallelamente, il documento accende un faro sul progressivo restringimento dello spazio della società civile all’interno delle democrazie stesse. Attraverso l’abuso di normative sulla sicurezza nazionale, leggi contro il terrorismo o legislazioni restrittive sui finanziamenti esteri alle organizzazioni non governative, molti governi stanno erodendo la capacità operativa delle associazioni indipendenti. La risoluzione riafferma che una società civile vibrante, capace di criticare e monitorare l’operato istituzionale senza timore di ritorsioni o criminalizzazione, è il prerequisito indispensabile per la tenuta di qualsiasi sistema democratico.

Le direttrici tracciate dal Consiglio per i Diritti Umani non interrogano esclusivamente i governi e i giganti tecnologici, ma investono direttamente i sistemi educativi e il mondo della scuola.
Di fronte a un ecosistema informativo manipolabile e a uno spazio civico sempre più ristretto, la difesa della libertà di espressione si sposta inevitabilmente sul piano pedagogico.
Garantire il diritto all’informazione oggi non significa più soltanto difendere l’accesso alle fonti, ma fornire gli strumenti cognitivi per decodificarle. Emerge con urgenza la necessità di integrare nei percorsi di educazione civica una solida alfabetizzazione algoritmica e digitale. Formare cittadini capaci di riconoscere la disinformazione, di comprendere i meccanismi dell’economia dell’attenzione e di esercitare i propri diritti negli spazi virtuali diventa l’atto fondativo di una moderna educazione alla pace e alla democrazia.
La scuola è chiamata a trasformarsi nel primo presidio in cui le nuove generazioni imparano non solo a proteggersi dalle insidie del web, ma a rivendicare e abitare attivamente lo spazio civico globale, difendendo la propria voce e quella dei più vulnerabili.

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