20°edizione della campagna con la trasmissione radiofonica Caterpillar
La Legge 34/2022 ha istituito la Giornata Nazionale del Risparmio Energetico e degli Stili di Vita Sostenibili per il 16 febbraio di ogni anno, nell’anniversario dell’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, giornata scelta per la prima edizione della campagna “M’illumino di meno”, lanciata dalla trasmissione radiofonica “Caterpillar”, con la semplice idea di chiedere agli ascoltatori e alle ascoltatrici di spegnere tutte le luci non indispensabili come gesto di attenzione per l’ambiente.
La XX edizione di M’illumino di Meno si svolgerà il 16 febbraio 2024 e persegue anche l’obiettivo di cercare alleanze internazionali nell’impegno per l’ambiente e il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha rinnovato l’invito “ad organizzare in occasione della Giornata Nazionale del 16 febbraio una o più iniziative legate ai temi del risparmio energetico e della sostenibilità, ma anche a coinvolgere nell’adesione istituti stranieri con cui sono in contatto tramite progetti internazionali”.
Inoltre ha segnalato le attività didattiche ideate appositamente dal Festival della Scienza e riportate qui.
EIP Italia aderisce a “M’illumino di meno 2024” e invita le scuole della rete a fare altrettanto attraverso il seguentelink.
La riflessione pubblica sull’inclusione scolastica degli studenti con accertamento della condizione di disabilità in età evolutiva (e non solo) è stata alimentata dall’annuale pubblicazione del Report ISTAT (vedi allegato) elaborato sulla base delle statistiche fornite dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Colpisce il perdurare della crescita in valore assoluto e, ancor più, in percentuale degli studenti con accertamento della disabilità e, ancora di più, dei docenti di sostegno.
Accanto ai (soliti?) titoli giornalistici di quotidiani generalisti e siti specializzati, variamente invocanti continuità, formazione, aumento delle ore, varrebbe forse la pena di tornare alle riflessioni / proposte di Ianes e Fogarolo della fine 2021, per un “un paradigma globale ed ecologico di supporto alla scuola inclusiva” (vedi allegato): l’aumento delle certificazioni e quello ancor più ampio dei docenti di sostegno non sono una buona notizia, ma il sintomo di una crisi pedagogica del sistema sanitario e scolastico. Per trovare una soluzione alle difficoltà scolastiche, difficilmente affrontabili in modo differente, si preferisce utilizzare diagnosi e certificazioni per avere classi meno affollate e risorse umane in più.
Forse, allora, la direzione per le soluzioni è quella? Classi meno numerose e ritorno al modello dell’organico funzionale? Magari ribaltando il modello delle scuole iper-dimensionate, per andare nella direzione di Istituti numericamente sostenibili e più facilmente attenti alla logiche della personalizzazione. Sfruttando il fatto della diminuzione delle nascite nella direzione della sostenibilità e non della diminuzione.
E, per discutere di “cattedra inclusiva”, sarebbe sufficiente ricordare ai vari scandalizzati che il CCNL (anche l’ultimo firmato da pochi giorni) afferma che “I docenti in servizio che ricoprono, in ciascuna istituzione scolastica, i posti vacanti e disponibili di cui all’articolo 1, comma 63, della legge 13 luglio 2015, n. 107 appartengono al relativo organico dell’autonomia e concorrono alla realizzazione del piano triennale dell’offerta formativa tramite attività individuali e collegiali: di insegnamento; di potenziamento; di sostegno; di progettazione; di ricerca; di coordinamento didattico e organizzativo” (articolo 41). Nella formulazione non esistono dubbi sul fatto che le attività di sostegno appartengono al profilo di tutti i docenti appartenenti all’organico dell’autonomia: in caso contrario dovremmo andare inutilmente alla ricerca dei docenti specializzati anche in potenziamento, progettazione, ricerca, coordinamento didattico e organizzativo….
Da questo punto di vista, l’occasionalità degli interventi di formazione promossi a livello centrale dal Ministero che dedica una (presunta) attenzione al “tema dell’anno” (nel 2020 l’educazione civica, nel 2021 il modello nazionale del PEI, nel 2022 la didattica digitale e così via…) e la scarsissima dimensione di condivisione professionale della formazione prevista dal CCNL non fanno ben sperare. Anche se ci piace conservare la speranza di essere smentiti.
“Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati” pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004
Art. 1.
1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero.
1-COSA?
Il termine foiba deriva dal latino “fovea”e significa fossa.
Le foibe sono delle cavità naturali, spesso vere e proprie cavità a forma di imbuto,profonde da un minimo di 20 metri ad un massimo di 300.
2-DOVE?
Sono diffuse nella zona di Trieste, nelle zone della Slovenia già parte della
scomparsa regione Venezia Giulia, nonché in molte zone dell’Istria e della Dalmazia.
In un suo censimento, la Società Alpina delle Giulie ha individuato un mi migliaio di foibe nella sola provincia di Trieste.
Nell’intera regione, almeno 1700.
3-Quando?
La prima ondata di violenza esplode nel 1943 subito dopo la firma dell’armistizio (8 settembre 1943). In Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano e poi gettano nelle foibe un migliaio di persone.
La violenza ritorna nel 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria.
Le truppe del maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, uomini di chiesa, donne, anziani, bambini. E’ una carneficina.
1945 – 1947: trecentocinquantamila persone sono costrette a trasformarsi in esuli. Scappano dal terrore, alcuni conoscono il destino delle foibe, i più nella fuga sanno di aver perso tutto e non sanno ancora chi li ospiterà.
4-Uso
Utilizzate per infoibare. Le vittime venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti,bloccavano i polsi e i piedi tramite fil di ferro ad ogni persona e, successivamente legavano gli uni agli altri. I massacratori si divertivano a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri. Molte altre persone hanno trovato la morte in mare, altre nelle miniere di bauxite.
5- Quanti gli infoibati?
“Fra il 1943 e il 1947 in questi inghiottitoi furono gettati dai partigiani titini migliaia di esseri umani.
Gli storici delle parti avverse si sono spesso accapigliati sui risultati della macabra conta (10.000? 20.000? 30.000?) come se qualche cadavere in più o in meno potesse modificare l’intensità dell’orrore. In realtà, il conto esatto non si potrà mai fare. Nella foiba di Basovizza, presso Trieste furono recuperati 500 metri cubi di resti umani e si calcolò brutalmente che le vittime dovevano essere 2.000: quattro per metro cubo”.
LE TESTIMONIANZE
ll 10 febbraio ricorre il “Giorno del Ricordo”, in memoria dei quasi ventimila uomini torturati, assassinati e gettati nelle foibe, le fenditure carsiche usate come discariche dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale. La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide i pensieri. Eppure quelle persone meritano di essere ricordate. Innocenti che senza alcuna colpa furono torturati, uccisi e buttati nelle foibe. Tra questi ci sono stati anche alcuni molisani, come Giovanni Iafelice, nato ad Oratino il 17 novembre 1917 e catturato a Trieste nel maggio 1945, deportato e poi scomparso. Per oltre settant’anni, la famiglia di Giovanni non ha avuto alcuna notizia. «Pensavamo fosse stato confinato in Russia, la stessa sorte che toccò ad un altro fratello di mio padre» spiega Nicola Iafelice, nipote della vittima.
Ma nei mesi scorsi la svolta, come ci ha spiegato il sindaco di Oratino, Roberto De Socio. «A settembre sono stato contattato dall’ANCDJ, Associazione nazionale tra i congiunti dei deportati italiani uccisi o scomparsi in Jugoslavia, che mi ha inviato l’elenco di alcuni cittadini, con l’unica colpa di essere italiani, infoibati o massacrati nelle zone del confine orientale dai partigiani italo-sloveni ed italo-croati» ci ha spiegato il sindaco. «In quell’elenco è riportato il nome di Giovanni Iafelice nato ad Oratino nel 1917, agente di polizia, residente a Triste, prelevato il 1° maggio 1945 da partigiani titini» ha detto ancora il primo cittadino di Oratino. Nel documento si legge: “Questura di Trieste. Ivi prelevato da comunisti titini italo sloveni e, sembra, deportato a Postumia (ex provincia di Trieste). Scomparso. Notizie fornite dalla signora Lucia Barbone abitante a Trieste. Dichiarato irreperibile”. «Da lì mi sono messo subito alla ricerca dei parenti e sono arrivato a Nicola Iafelice, il nipote di Giovanni. Il mio ringraziamento va al presidente dell’associazione, Laura Brussi Montani, che mi ha contattato per farci conoscere la verità su un nostro concittadino» ha concluso il sindaco Roberto De Socio.
Supportati dall’associazione di volontariato, i familiari hanno inviato la scheda della vittima alla Commissione Foibe, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Sabato 9 febbraio, il nipote di Giovanni è stato invitato alla cerimonia commemorativa del “Giorno del Ricordo” che si terrà al Palazzo del Quirinale. In quell’occasione, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, consegnerà una Medaglia ed un attestato in onore e ricordo di Giovanni Iafelice. «Sono passati più di settanta anni da quando nostro zio è scomparso, non pensavamo più di conoscere la verità ma lo Stato ha fatto il suo lavoro» le parole di Nicola. «Generalmente si tende a considerare i partigiani brave persone ma la storia ci ha insegnato che ci sono stati buoni e cattivi.
Come è stata condannata ogni morte ad opera dei fascisti, è giusto condannare anche gli assassini comunisti. Mio zio era innocente, non ha combattuto sul fronte ma faceva il poliziotto in ufficio quindi non ha mai ucciso nessuno eppure è stato prelevato dai comunisti del maresciallo Tito, deportato, torturato ed ucciso» ha commentato ancora Nicola Iafelice. «L’unica sua colpa era quella di essere italiano, un’ingiustizia che non può essere taciuta» ha concluso. La cerimonia di consegna della Medaglia ci sarà sabato alle 11 al Palazzo del Quirinale a Roma.
Fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.
Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k.
Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.
Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa.
Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c’impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro.
Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me.
La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo”, pronunciate da uno degli assassini.
Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca.
Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola.
E solo allora potei dire di essere veramente salvo.
Roberto Spazzali e Raoul Pupo, Foibe
Il giorno del ricordo Poesia dedicata alle stragi nelle foibe e all’esodo degli istriani
Urlavano Italia, e caddero
Bruciavano di dolore, e caddero. Indifesi e soli, svanirono in infernali voragini.
Eco di silenzioso dolore gettato in un baratro di follia che profuma di morte.
La polvere mi parla di loro, sussurri di mille voci singhiozzi, silenzi, troppi silenzi.
Sofferenza in terre d’amore, sfumature d’Istria, onde di Trieste profumi di Zara e colori di Dalmazia.
Chi scampò lasciò tutto, una lunghissima carovana di lacrime dure partì, verso la loro terra, la loro nazione. Tornarono nella loro patria, esuli con la morte negli occhi e la speranza nell’anima, spogli di tutto tranne che la dignità pronti a rinascere nuovamente, con l’orgoglio di aver combattuto, vivendo con l’Italia nel cuore.
Iniziative della sezione Campania a cura della delegata Paola Carretta
EVENTO PRESSO LA SALA CONSILIARE SILVIA RUOTOLO MUNICIPALITA’ 5 NAPOLI 26 Gennaio 2024
Dopo l’omaggio alla targa in memoria di Sergio De Simone, giovanissima vittima della Shoah, presso la sua casa al Vomero, la mattinata è proseguita in sala consiliare con gli alunni delle scuole Viale Delle Acacie e Sabatino Minucci, che hanno dedicato a Sergio e alla sua famiglia (erano presenti suo fratello Mario e suo nipote Sergio che hanno parlato di lui ), dei brani eseguiti dall’orchestra della scuola in formazione ridotta. La giornata, organizzata dalla Municipalità in condivisione con EIP Campania, ha significato per gli studenti e per tutti i presenti un momento di confronto su una pagina di storia da ricordare sempre e soprattutto ha avuto il merito di aver fatto incontrare generazioni diverse, il mondo delle istituzioni, le scuole, le persone che si impegnano per la Pace. Fare Memoria con le scuole non è semplicemente ricordare il passato. Fare Memoria è conoscere le storie del passato perché quelle storie diventino nostre. È provare empatia con quanto accaduto perché si possa arrivare, di conseguenza, a cambiare noi stessi. E a cambiare il presente. Grazie alla presidente della Municipalità Clementina Cozzolino e alla presidente della Commissione Scuola Margherita Siniscalchi per il loro impegno. Il concerto delle scuole è stato un’iniezione di fiducia e speranza nel domani. L’EIP Campania era presente con La Delegata regionale Paola Carretta , e le socie Elvira D’Angelo e Silvana Rinaldi, quest’ultima tra i relatori , che ha interessato gli studenti sui Diritti umani e sulle loro violazioni.
EVENTO ORGANIZZATO DA EIP CAMPANIA E L’I.S.S. F. GALIANI DI NAPOLI 2 FEBBRAIO 2024
Un’aula magna piena di alunni e docenti, che con grande interesse hanno seguito i vari interventi, decisamente tanti e carichi di significato. La D.S. Antonella Barreca, dopo i saluti e la presentazione dei relatori, si è soffermata sull’importanza della giornata, ma soprattutto sulla corrispondenza tra gli obiettivi formativi perseguiti dall’istituto e la metodologia EIP sul diritto alla Memoria. La Delegata regionale EIP, preside Paola Carretta, commentando le slides frutto dell’ Ufficio Studi EIP nazionale, si è soffermata sulla storia passata e recente dell’Associazione, insistendo sul valore della memoria come responsabile della formazione dell’identità personale e collettiva. La prof. Ersilia Di Palo ha evidenziato le responsabilità italiane nell’Olocausto e l’importanza di perseguire la pace sempre. Sono stati proiettati molti video frutto della riflessione degli studenti, prevalentemente delle classi quarte, due in particolare molto belli, su Gino Bartali e Sergio De Simone, seguiti da riflessioni lette dagli alunni. Il prof. Francesco Amoretti, in duplice veste di docente universitario e figlio di un partigiano delle Quattro Giornate di Napoli, ha sottolineato alcune parole chiave usate anche dagli studenti : speranza, libertà, dignità, segno di quello per cui a Napoli si combattè non una rivoluzione di scugnizzi, ma una lotta armata per assicurare la liberazione dalle truppe nazi-fasciste e che ebbe lo stesso valore delle Resistenza avvenuta nel Nord-Italia. Libertà non scontata, ma sempre a rischio, e che va difesa e tutelata. Il prof. Mario Rovinello,(Istituto Campano Storia della Resistenza) si è chiesto quali forme di trasmissione della memoria andranno ricercate, venendo a mancare i testimoni e ha invitato gli studenti ad approfittare di momenti come questo per essere loro depositari di memoria. La prof. Gianpaola Costabile ha presentato alcune storie di deportazione narrate nel suo libro “Shoah e pietre d’inciampo”. La prof. D’Angelo ha attratto l’attenzione dei ragazzi con dei ppt sui Diritti umani, tutti in inglese, costruiti con i suoi alunni nel corso degli anni, ricordando infine la partecipazione al 52^ Concorso nazionale EIP Italia ricco di tante sezioni. La giornata è stata impreziosita dalle interviste in video rilasciate da Edith Bruck, scrittrice ungherese sopravvissuta ad Auschwitz. La sua frase: “Anche voi, cari ragazzi, siete mio alimento e speranza per un futuro migliore del mio passato, che non passa e non deve passare….voi che sapete, ascoltate e migliorerete il mondo” ha lasciato tutti carichi di commozione. Un particolare grazie alla prof. Delia Errera dell’IIS Galiani, che con attenzione, garbo e determinazione ha contribuito all’organizzazione non facile di questa giornata.
Riflessioni di Antonio Augenti dalla rivista “TUTTOSCUOLA”
Il titolo dato a questa rubrica pretende che ci si interroghi ancora una volta su quella che s’intende come identità europea. L’interrogativo è sollecitato dalle vicende attraversate in questi ultimi anni dal quadrante europeo e dai comportamenti osservati da alcuni paesi all’interno dell’Unione.
Non si fa ormai più velo sulle decisioni adottate, ad esempio, dall’Ungheria e dalla stessa Polonia in modo difforme da quelle promosse in altre parti dell’Unione, su temi sensibili quali i finanziamenti ordinati dalle Istituzioni europee, o il governo del fenomeno delle migrazioni verso il Continente europeo, o ancora l’osservanza dei diritti umani e civili.
La stessa vicenda dell’Ucraina, che ha reagito all’invasione russa, invocando contestualmente l’ingresso nell’Unione, è un dato di rappresentazione geopolitica che pone l’accento sulle problematiche appartenenze ad un ideale europeo, da sempre sognato o immaginato come tale da pensatori, politici e dagli stessi uomini e donne della strada.
Il problema che tocchiamo ha, però, una maggiore profondità. Molti anni fa, siamo nel 1983, fu mandato alle stampe un lavoro a firma di Milan Kundera, scrittore di successo, nel quale si riprendeva il discorso da lui tenuto in Cecoslovacchia, al IV Congresso dell’Unione degli scrittori. Il volume fu poi pubblicato anche in Italia nel 2022 da Adelphi con il titolo “Un Occidente prigioniero”.
La tesi esposta da Kundera intende accreditare l’esistenza di un’Europa occidentale, di un’Europa versata politicamente ad Est, e di un’Europa centrale che ha “la sua barra politica ad Est, ma la sua storia culturale in Occidente”. Kundera porta gli esempi dell’Ungheria, dell’Austria e della stessa Polonia come emblematici: piccole nazioni accomunate da un destino contraddittorio, miscuglio di culture diverse, sempre “a rischio di morire”, scosse da movimenti interni di opposizione e di rivolta contro tentativi di spegnimento della vita democratica e liberale (1956, 1968, 1970), ma con un fervore culturale che potrebbe essere interpretato come “una lunga meditazione sulla possibile fine dell’umanità”.
Ciò che maggiormente tocca il lettore di “Un Occidente prigioniero” è la sensazione di smarrimento e di incertezza che viene partecipata da comunità che premono ancora, pur facendo ormai parte di una Unione di Stati, sul pedale di nazionalismi che non hanno alcun senso in una fase storica nella quale la sfida tecnologica, quella ecologica e quella stessa nucleare invocano una responsabilità e una cooperazione globale. Tuttavia, non si capirà molto di questi paesi e delle loro nascoste aspirazioni ad essere diversi, se non si aprirà un confronto serio e responsabile con gli altri paesi di un Occidente, nominalmente più aperto, meno insabbiato nei sovranismi locali, ma sofferente anch’esso per le crisi non indolori subite da democrazie incapaci di risolvere i problemi del rapporto tra libertà e uguaglianza.
La saldatura tra le varie parti di un’Europa così letta sta nel recupero di una voce oggi assente, quella della cultura. Sotto le ceneri di democrazie incompiute, o nelle pieghe più intime della memoria si conservano storie umane anche di dedizione per le tradizioni più sane di popoli che hanno dato valore insieme all’amore e alla ragione. Ciò che culturalmente è stato elaborato non deve essere interpretato come ricerca di identità fisse e consolidate, ma quale desiderio e spinta verso l’acquisizione cosciente di quei principi e valori fondamentali con i quali si costruisce la dignità della persona.
E’ questo il piano del tessuto connettivo che può tenere insieme le diverse parti dell’Europa. Ricorda F.Fukuyama, citando Hegel, che “la storia umana è sospinta da una lotta per il riconoscimento. L’unica soluzione razionale per il desiderio di riconoscimento è il riconoscimento universale, nel quale viene accreditata la dignità di ogni essere umano”. E’ l’identità culturale quella che conta e che l’Europa sta rischiando, come taluno osserva, di smettere. Per evitare o contenere tale rischio, spetta soprattutto ai giovani tenerne conto.
Edith Bruck raccoglie lettere, messaggi e disegni ricevuti grazie alla sua infaticabile opera di testimone
Il testo pubblicato sul sito web del quotidiano “Avvenire”:
Cari studenti,
dopo tantissimi anni che mi mandate lettere, versi, disegni, sento il bisogno di rispondervi, di raccontare non il mio vissuto, che conoscete, e spero non dimenticherete mai, come me, ma la vostra promessa di portare avanti la testimonianza. Sono in debito con voi per il mio silenzio su ciò che aveva significato per me il vostro ascolto, il vostro voler sapere, le vostre domande sia sulla mia povera infanzia in Ungheria, sia sulla persecuzione, i veti, le angherie, le violenze dei compagni di scuola stessi, avvelenati dalla propaganda nazifascista e dall’antisemitismo mai sradicato contro il popolo cui appartengo. E per pura ragione razziale, legge nell’Europa civile cristiana, sono finita come milioni di ebrei nei campi di concentramento, disseminati ovunque in Germania, il famigerato Auschwitz in Polonia, alcuni in Italia e Francia, con sei milioni di correligionari annientati, tra i quali un milione di bambini. Mentre ovunque ero in veste di pellegrina-testimone più che di scrittrice, non immaginavate che, nonostante la fatica di rivivere e raccontare per oltre mezzo secolo nelle scuole italiane, dalle medie all’università, il vostro interesse mi è stato d’aiuto almeno come scrivere numerosi libri e versi. Ho accolto sempre il vostro voler sapere, dovuto anche ad alcuni professori e insegnanti impegnati. Per me è un dovere morale. Purtroppo, a causa del Covid, ultimamente ho continuato online.
Ciò che vi ho dato mi avete ricambiato con centinaia di lettere, tra le quali sono stata obbligata a scegliere le più significative, valide e sorprendenti per maturità e profondità. E mi dispiace non poterle pubblicare tutte. Il vostro ascolto per me è consolante e mi riempie di speranza, anche perché nell’immediato dopoguerra non siamo stati né accolti a braccia aperte come sognavamo, né ascoltati, né sapevamo come e dove vivere, e l’idea stessa della vita, del mondo e dei rapporti umani era cambiata per sempre. E noi anche. Dopo la mia presenza nelle scuole, le vostre lettere erano e sono balsamo, fiducia in un domani migliore, soprattutto per voi, nonostante le nuove guerre, ben diverse, mai paragonabili alla Shoah, e che oggi purtroppo vedete in diretta; fame, sofferenze, massacri indistinti, ingiustizie, nefandezze, che succedono e si ripetono nel mondo come un virus inguaribile che abita l’uomo, da sempre capace di crudeltà indegne di un essere pensante. Ma c’è anche sempre qualche luce nel buio a cui aggrapparsi, non è mai tutto violenza e odio e non è mai tutto perso. E tutto ciò, il male e il bene, ci appartiene, ci riguarda, a chiunque capiti. E a ogni essere umano dobbiamo rispetto, mai rivalsa, vendetta, odio razziale, se abbiamo solo un briciolo di fede, riconosciamo l’altro da noi, la sua vita preziosa come la nostra, e ha lo stesso valore anche se mendica, dorme in strada.
A volte basta un sorriso, un gesto per sperare, come quando un soldato tedesco nei campi mi ha buttato un guanto bucato. E il Papa mi ha chiesto quando è venuto a trovarmi a casa: «E in quel buco nel guanto cosa c’era?» «La vita», gli ho risposto. Anche voi, cari ragazzi, siete mio alimento e speranza per un futuro migliore del mio passato che non passa e non deve passare, perché siamo i figli di ieri, e i figli di domani saranno quelli di oggi, voi che sapete, ascoltate e migliorerete il mondo. Non posso se non esservi grata e dire grazie. Non smettete di domandare di avere rapporti più stretti con i genitori e soprattutto i nonni, che hanno poca voce e spazio in questo mondo-famiglia separato da sé, super connesso e sconnesso. Non dimenticate neanche la natura maltrattata e offesa: la terra, l’acqua, l’aria sono fonti di vita e si difendono, si rivoltano e puniscono secondo il loro linguaggio. Oso, voglio sperare che la mia infinita testimonianza abbia e avrà il suo frutto, come la lettura dei miei libri, dove c’è tutto meno l’odio, la vendetta, la rivalsa verso chiunque. Dal male può nascere il bene, i sentimenti negativi, anche per sé, sono sterili.
Coltivare quella briciola di bene che esiste in ognuno, anche nei tempi delle barbarie (che si ripetono) può diventare un giardino interiore pacifico che frena, trionfa sul male connaturato negli esseri umani (animali evoluti) di meraviglie e orrori indicibili. Se l’uomo ancora non ha imparato dai propri misfatti, provate voi giovani a essere meglio dei vostri predecessori e cercate di creare una nuova convivenza pacifica, civile e rispetto reciproco con chiunque e ovunque. «Basta una goccia di bene», mi ha detto papa Francesco, «per migliorare questo mare nero che è il mondo». Gli ho risposto che io ho fatto già una pozzanghera. E continuerò ancora, finché potrò, perché non è mai inutile. La memoria per tutti è fondamentale, vitale. Convinzione che devo a voi, alle vostre lettere. Vi consiglio di alimentare il bene dentro di voi, e lasciate morire di fame il male. Vi ringrazio e abbraccio.
Il 24 gennaio la sesta edizione della Giornata istituita dall’ONU nel dicembre 2018
UNESCO dedica la Giornata Internazionale dell’Educazione di quest’anno al ruolo cruciale che l’istruzione e gli insegnanti svolgono nel contrastare l’incitamento all’odio, fenomeno cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni con la diffusione dei social media, danneggiando il tessuto delle nostre società.
Il focus per l’edizione di quest’anno è
L’apprendimento per una pace duratura
UNICEF Italia sottolinea nel suo messaggio in occasione di questa giornata la fragilità e la necessità dell’educazione particolarmente nelle zone di conflitto. L’istruzione inoltre è fondamentale per i bambini che vivono nelle emergenze perché contribuisce a restituire loro un senso di normalità e a superare i traumi. In particolare, l’UNICEF ricorda che: Conflitto in Medio Oriente – Nessuno dei 625.000 studenti di Gaza ha avuto accesso sicuro all’istruzione dal 7 ottobre. Oltre 370 scuole, ovvero il 75% di tutti gli edifici scolastici, a Gaza sono state danneggiate o distrutte con conseguenze per 432.571 studenti (52% ragazze) e 16.209 insegnanti. Circa il 90% degli edifici scolastici sono stati utilizzati come rifugi per sfollati interni e/o hanno subito danni, la cui gravità varia da lieve (128 scuole), moderata (110 scuole), grave (96 scuole) e distrutta (8 scuole) Ucraina – La guerra in Ucraina ha avuto gravi conseguenze sul sistema dell’istruzione con 3.798 strutture scolastiche danneggiate e 365 distrutte. È stato stimato che l’istruzione di 5,3 milioni di bambini è interrotta. I risultati del Programme for International Student Assessment 2022 mostrano un divario significativo nelle competenze in matematica e lettura rispetto ai Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Nonostante una diminuzione dell’apprendimento online e misto nel 2023, persistono problemi di sicurezza, tanto che un quarto dei bambini impara solo online. Sudan – Con l’escalation del conflitto, la crisi dell’istruzione in Sudan si aggrava, 19 milioni di bambini non sono ancora in grado di tornare a scuola. Nelle regioni in cui il conflitto è attivo, 5 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola. A causa della guerra, 2 milioni di bambini in età scolare, di cui il 51% sono ragazze, sono sfollati interni, e 500.000 bambini in età scolare hanno superato i confini internazionali. Le scuole dove i bambini giocano, apprendono e crescono restano chiuse. L’UNICEF chiedere un’immediata riapertura delle scuole, laddove sia possibile farlo in sicurezza. Finora lo Stato del River Nile è stato il primo dei 18 stati a riaprire ufficialmente la maggior parte delle scuole con il supporto dell’UNICEF.
Su questo tema è centrato anche il Rapporto UNESCO del 2021 (tradotto in italiano a fine 2023) sui futuri dell’educazione: L’educazione – il modo in cui organizziamo l’insegnamento e l’apprendimento nel corso della vita – ha svolto a lungo un ruolo fondamentale nella trasformazione delle società umane. Ci mette in contatto con il mondo e con gli altri, ci espone a nuove possibilità e rafforza le nostre capacità di dialogo e di azione. Ma per plasmare futuri di pace, giusti e sostenibili, occorre trasformare l’educazione stessa.
UNESCO promuove due incontri a livello nazionale. Il primo è la II Assemblea Annuale della Rete delle Cattedre UNESCO Italiane. L’incontro si svolgerà presso il Dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università degli Studi dell’Insubria, nell’Aula Magna della sede di Via Sant’Abbondio a Como. Il focus sarà sull’educazione, con particolare riferimento ai compiti che le università potrebbero assumere nel processo di life-long-learning e nel dialogo col territorio. Il secondo evento è organizzato dalla Rete italiana delle Scuole associate all’UNESCO – ASP.Net, che propone una giornata di studi e riflessione dal titolo “L’apprendimento per una cultura di pace”. L’iniziativa, partendo da una attenta disamina della Raccomandazione UNESCO sull’educazione alla pace e ai diritti umani, alla comprensione internazionale, alla cooperazione, alle libertà fondamentali, alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile, intende approfondire e mettere in evidenza, con il contributo di studiosi ed esperti, il ruolo imprescindibile dell’educazione per la costruzione di una società basata sui fondamenti di pace, eguaglianza, rispetto delle diversità e dei diritti umani.
Una riflessione dal Manuale del Consiglio d’Europa in occasione del 27 gennaio
Con l’avvicinarsi della Giornata della memoria, abbiamo deciso di condividere una riflessione tratta da Compass, il manuale per l’educazione ai diritti umani del Consiglio d’Europa.
Non c’è nessun diritto umano direttamente connesso all’atto della memoria, ma la tipologia di eventi che la società sente di dover ricordare sono quasi sempre quelli in cui i diritti umani di alcuni gruppi o dei singoli individui sono stati largamente ignorati. Ricordiamo l’Olocausto nazista perché gli ebrei, i rom, i disabili, gli omosessuali, le persone con opinioni politiche divergenti e le persone di nazionalità slava furono trattati come se non fossero esseri umani e subirono violazioni di quasi tutti i loro diritti umani. Ricordiamo le guerre, principalmente quelle in cui la morte ha colpito sia i civili che i militari causando stragi di massa. Ricordiamo le deportazioni o i tentativi di pulizia etnica non solo per il fatto che le vittime hanno subito violazioni sistematiche dei loro diritti umani, ma anche perché le violazioni erano dirette a questi gruppi specifici, e perché senza nessun motivo questi gruppi erano visti come non umani, come persone non degne di godere dei diritti umani. Ricordiamo i genocidi perché in questi casi l’eliminazione di interi popoli e stata svolta deliberatamente. L’eliminazione è terribile di per sé, ma il progettare l’intenzione di eliminare colpisce il principio più basilare dei diritti umani: quello che afferma che tutti devono essere considerati come pari in dignità e diritti. (…) Quando a eventi terribili viene dato lo status” ufficiale” di qualcosa che la società non dovrà mai dimenticare, i sopravvissuti o le persone che sono state colpite dall’evento possono trovare un certo conforto nel fatto che la società ha preso consapevolezza che quell’azione era sbagliata. Possono anche avere la speranza di non essere più visti, in futuro, come un gruppo di persone i cui diritti possono essere infranti. Purtroppo, molte persone nel mondo non ricevono neanche questo piccolo conforto: il numero di eventi terribili che le società non ricordano supera ampiamente quelli che ci preoccupiamo di commemorare. Ci sono alcuni eventi che sono commemorati ma dei quali non necessariamente ci ricordiamo o sappiamo i dettagli: Quanto conosciamo davvero le terribili cifre del commercio degli schiavi, il numero di quanti individui sono morti e le impressionanti condizioni nelle quali gli schiavi erano deportati e costretti al lavoro? In Europa, ricordiamo la Seconda Guerra Mondiale e l’assassinio di massa degli ebrei, ma quante persone ricordano gli altri gruppi presi di mira dal regime nazista? Siamo consapevoli che, in quanto a percentuale della popolazione, i rom hanno perso quanti se non di più dei loro membri rispetto agli ebrei? Quanto siamo consapevoli del ruolo che il nostro proprio paese ha giocato durante la Seconda Guerra Mondiale- a prescindere dal fronte in cui ha combattuto? Le guerre sono momenti terribili e a volte sembra possibile giustificare qualunque mezzo per portarle alla conclusione o per sconfiggere il nemico. Tuttavia, ci sono standard anche durante i tempi di guerra, e i bombardamenti di massa sulle città tedesche, dove centinaia di migliaia di civili furono uccisi, molto probabilmente ha violato questi standard. Quanto abbiamo consapevolezza dei crimini dello stalinismo, comprese le deportazioni di massa e la fame? Chi dovrebbe ricordarli oggi? Che cosa facciamo per commemorare il genocidio degli armeni e di altri cristiani nel periodo finale dell’Impero Ottomano? Quanto davvero ci preoccupiamo di conoscere gli effetti che ha avuto il colonialismo nei paesi africani, come il Congo o l’Algeria? Quanto preferiamo non saperlo?
Di seguito inseriamo alcuni contributi tratti dal Canale Youtube di EIP formazione:
Specchi – dialoghi con Edith Bruck Intervista a Edith Bruck sul tema della memoria produzione originale EIP Italia 2023 – 39 minuti
I punti di luce Testimonianza di Edith Bruck presso l’Aula Magna dell’Università LUMSA produzione originale EIP Italia 2021 – 70 minuti
Ci salvarono gli alberi Documentario sui soprusi compiuti nella zona del fivizzanese durante la Seconda guerra mondiale produzione dell’Istituto Comprensivo “Moratti” di Fivizzano (MS) (Scuola primaria “Monzone”) Premio regione Toscana “I ricordi della memoria” nel 51° Concorso Nazionale EIP Italia 28 minuti
Resistere all’odio sempre Ricostruzione storica su un episodio della guerra di Resistenza di Cerreto Guidi (FI) produzione dalle classi terze dell’Istituto Comprensivo di Cerreto Guidi (FI) Premio regione Toscana “I ricordi della memoria”, nel 50° Concorso Nazionale EIP Italia 19 minuti
Salva una storia Progetto di approfondimento storica produzione dell’Istituto di Istruzione Superiore “Piero Martinetti” di Caluso (TO) Premio regione Piemonte “I ricordi della memoria”, nel 50° Concorso Nazionale EIP Italia 18 minuti
Massimiliano Kolbe Progetto didattico per la scuola dell’infanzia produzione della Scuola dell’infanzia (plesso Melia) dell’Istituto Comprensivo “R. Piria” di Scilla (RC) Premio regione Calabria “I ricordi della memoria”, nel 50° Concorso Nazionale EIP Italia 6 minuti
Raggiungere – sul caso vero dell’eccidio del cavalcavia Ricostruzione storica su un episodio della guerra di Resistenza a Casalecchio di Reno (BO) produzione delle classi 5A e 5B della scuola primaria dell’Istituto Comprensivo “Centro” di Casalecchio di Reno (BO) Premio Nazionale “I ricordi della memoria”, nel 50° Concorso Nazionale EIP Italia 18 minuti
In occasione della Giornata della Memoria 2024, la sezione Campania di EIP Italia promuove un evento in collaborazione con la Municipalità 5 Vomero – Arenella del Comune di Napoli.
Il giorno 26 gennaio2024, alle ore 10, presso la Sala “Silvia Ruotolo” (Via Morghen 84, Napoli) si terrà un evento aperto agli studenti.
L’incontro sarà aperto con i saluti istituzionali della Presidente della Municipalità Clementina Cozzolino.
Seguiranno la testimonianza di Mario De Simone e gli interventi di Titti Marrone, giornalista Silvana Rinaldi, esperta di Diritti Umani di EIP Campania Giulio Delle Donne, Presidente della Commissione Cultura Gianpaola Costabile, docente Marina Melogli, Presidente di Humaniter
Il successivo dibattito con gli studenti sarà moderato da Margherita Siniscalchi, Presidente della Commissione Scuola.
Un modo per preparare la partecipazione al 52° Concorso EIP Italia
Il 15 gennaio 1929 nasce Martin Luther King. Per questo, dagli anni ’80, pur con non poche difficoltà, negli USA si celebra il Martin Luther King’s Day, come festa nazionale.
I sogni di affermazione dei diritti umani per tutti, con il superamento di ogni forma di discriminazione sono quest’anno il tema di riferimento del Concorso Nazionale EIP Italia, giunto alla 52esima edizione, anche in occasione del 60 anniversario del famoso discorso al Lincoln Memorial di Washington.
Tra le varie sezioni ci preme sottolineare, in giorni in cui la preoccupazione principali sembra tristemente essere il “volto” intorno a cui raccogliere consensi elettorali, quella dedicata ai sogni di una vera cittadinanza europea “I nostri sogni per l’Europa”.
La celebrazione il 15 gennaio 2024 della nascita del reverendo King potrebbe essere l’avvio di progetti e lavori didattici incentrati sul desiderio pressante di un mondo diverso e giusto. Contro ogni evidenza.