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Oltre il 5%: la rivoluzione gentile di Artemisia Gentileschi nella toponomastica napoletana

Artemisia ha la sua strada: ora Napoli onori il sacrificio di Eleonora Pimentel Fonseca


La parità  di genere passa anche dalla toponomastica. La toponomastica femminile è un potente strumento di parità di genere e di riconoscimento culturale, poiché i nomi delle strade riflettono la storia e i valori di una comunità.
Attualmente, in Italia, persiste un forte squilibrio, con solo una piccola percentuale di vie (circa il 3-5%) intitolata a donne, spesso figure religiose ,sante e martiri.
La richiesta di intitolare un luogo del Vomero ad Artemisia Gentileschi è partita dai “Mercoledì Cuturali” dell’EIP Italia Scuola Strumento di Pace, iniziativa a cura di Ersilia Di Palo, fin dal 2021. 
La  richiesta, raccolta, seguita e  sostenuta nel suo lungo  percorso burocratico dalla consigliera Cinzia Del Giudice, finalmente  il 17 marzo del 2026 Artemisia Gentileschi ha avuto il suo  luogo fisico, simbolico,  nel territorio  le cui strade sono intitolate agli artisti di tutte le epoche.

Artemisia occupa un posto di rilievo nella memoria collettiva non solo per il suo immenso valore artistico, ma anche come simbolo di resilienza e determinazione. Un riconoscimento potente ad una delle più grandi artiste di tutti i tempi, nata a Roma ma vissuta in gran parte a Napoli , dove ha lasciato un’ impronta indelebile della sua personalità artistica, umana e spirituale. 

Questa iniziativa ha trasformato le scale, luogo di passaggio, in un promemoria quotidiano della forza  e del talento femminile.
Un luogo simbolo della lotta contro la violenza alle donne, simbolo del lungo percorso di emancipazione delle donne.

Ora un’altra battaglia ci aspetta. Dare onore e dignità ad Eleonora Pimentel Fonseca, figura chiave della Repubblica Napoletana del 1799. Eleonora  merita un riconoscimento monumentale a Napoli per onorare il suo sacrificio politico e intellettuale. Un busto  celebrerebbe la sua vita come poetessa, giornalista, rivoluzionaria e vittima della repressione borbonica, elevandola a simbolo della dignità femminile e democratica

Ersilia Di Palo

La diversità è la nostra ricchezza

Al Museo Nena l’arte a fumetti contro il razzismo


Sabato 21 marzo, alle ore 17.30, si è svolta con grande successo la presentazione del fumetto “La diversità è la nostra ricchezza” presso il Museo Alfiero Nena, situato in via Edoardo d’Onofrio 35/37 a Roma. L’evento, organizzato da SOS Razzismo e dall’Associazione Fidia-Museo Nena, è stato appositamente fissato in occasione della Giornata internazionale contro la discriminazione razziale, indetta dall’ONU per ricordare l’eccidio di Sharpeville in Sudafrica.

Il progetto editoriale è liberamente ispirato al celebre libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun. L’idea nasce dalla forte volontà di Angela Scalzo, giornalista e presidente di SOS Razzismo (associazione attiva nel contrasto alle discriminazioni fin dal 7 ottobre 1989), che fin dall’uscita del libro nel 1997 sognava di tradurlo in un fumetto da distribuire a ragazzi e famiglie.
Il progetto ha trovato la sua realizzazione concreta grazie all’incontro tra l’Associazione e gli studenti del Liceo Artistico “Enzo Rossi” di Roma, dove è emerso il grande talento di Elena Romagnoli, una bravissima ragazza di appena sedici anni.

Elena, che concilia gli studi liceali con la frequenza del primo anno del triennio accademico al Conservatorio di Santa Cecilia, ha realizzato le 15 tavole che compongono l’opera, arrivando a lavorare anche di notte pur di non sottrarre tempo allo studio. L’obiettivo del fumetto è parlare ai più giovani con un linguaggio all’apparenza semplice ma profondo, supportato da colori vivaci e tratti espressivi che rendono la narrazione immediata e intensa. Come ha raccontato l’autrice stessa durante l’evento, il lavoro le ha permesso di rappresentare un messaggio cruciale in modo diretto, rimanendo molto colpita dalla frase del testo: “il razzista soffre di un complesso di inferiorità o di superiorità”. La copertina, che corrisponde all’ultima illustrazione del racconto, è altamente simbolica: raffigura fasci di luce provenienti dalle stelle che confluiscono sulla testa di ogni ragazzo, a dimostrazione che la diversità non è qualcosa da temere, ma una ricchezza da scoprire.

La presentazione si è svolta in una cornice di grande suggestione, con il pubblico avvolto dall’eleganza delle statue di Alfiero Nena, grande amico dell’EIP scomparso nell’ottobre del 2020. Dopo l’accoglienza a cura del direttore del Museo, Luigi Matteo, sono intervenuti per i saluti istituzionali Annarita Leonbruni, Vicepresidente e Assessora alle Politiche Educative e Scolastiche del IV Municipio di Roma, e il Consigliere Ruggiero Piccolo, circondati da professori, studenti e rappresentanti di SOS Razzismo. Il filo conduttore della serata, un vero e proprio invito alla riflessione, è stato riassunto in una frase emblematica: “Un fumetto può cambiare il modo di guardare il mondo? Noi pensiamo di sì. E vogliamo provarci”.

A chiudere questo incontro sul valore delle differenze c’è stata una straordinaria sorpresa fuori programma: un emozionante momento musicale che ha visto Elena Romagnoli esibirsi alla marimba, accompagnata al pianoforte dalla madre Sara Matteo. La loro esecuzione del secondo movimento di un concerto per marimba e pianoforte, ricca di passaggi di virtuosismo, ha impressionato i presenti, scatenando una lunga ovazione in piedi e la consegna di un bellissimo omaggio floreale.

Il fumetto, autofinanziato da SOS Razzismo Italia, è un’opera piccola nelle dimensioni ma enorme nel messaggio e mira ad arrivare nelle mani di quanti più ragazzi possibile. Attualmente è disponibile nei formati A4 e A5. Chiunque desideri supportare il progetto o acquistare una copia può farne richiesta diretta scrivendo alla mail dell’associazione: sosroma@pec.sosrazzimo.com

Riforma dell’assetto ordinamentale degli Istituti tecnici

Una sintesi tecnica e strutturata delle disposizioni introdotte dal recente decreto ministeriale


Il Decreto Ministeriale 29/2026 attua gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022, relativi al riordino degli istituti tecnici. La riforma mira a ridefinire i curricoli per allinearli alla domanda di competenze del tessuto produttivo e all’innovazione tecnologica prevista dal piano Industria 4.0. Le nuove disposizioni ordinamentali si applicheranno a partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2026/2027.
Di seguito proponiamo una panoramica dei principali assi di intervento, rimandando ad altri interventi successivi l’analisi dettagliata e alcune considerazioni di approfondimento.

Rimodulazione dell’assetto didattico e metodologico
Il decreto impone un passaggio strutturale verso una metodologia didattica per competenze, superando la rigida frammentazione disciplinare in favore di una progettazione interdisciplinare. L’attività didattica dovrà essere organizzata progressivamente per Unità di Apprendimento (UdA) mirate alla gestione di compiti di realtà con la partecipazione attiva e autonoma degli studenti. È previsto inoltre un rafforzamento delle competenze linguistiche, storiche, matematiche, scientifiche (STEM), giuridiche ed economiche.

Integrazione con l’Istruzione terziaria e Patti educativi 4.0
Al fine di garantire la continuità degli apprendimenti, il riordino istituisce meccanismi di raccordo diretto tra il secondo ciclo e la formazione terziaria, specificamente verso gli ITS Academy e le lauree professionalizzanti. Le istituzioni scolastiche potranno aderire ai Patti educativi 4.0 a livello regionale o interregionale. Questi accordi di partenariato con università, imprese, enti di ricerca e ITS consentiranno la condivisione di risorse professionali, logistiche e strumentali per la realizzazione di laboratori tecnologicamente avanzati in costante sinergia con i poli tecnico-professionali territoriali.

Architettura per l’internazionalizzazione e metodologia CLIL
Il decreto introduce misure vincolanti per il potenziamento della dimensione globale dell’offerta formativa, essenziale per facilitare l’accesso al mondo del lavoro e la mobilità transnazionale dei lavoratori. Viene introdotto l’obbligo di insegnamento in lingua inglese di una disciplina non linguistica tramite la metodologia CLIL nel terzo, quarto e quinto anno di corso per i profili di indirizzo. Si incoraggia fortemente anche la realizzazione di programmi di scambio, la mobilità studentesca e i percorsi per le competenze trasversali all’estero.

Aggiornamento e formazione del personale docente
La profonda transizione metodologica richiesta dalla riforma necessita di un adeguamento professionale specifico per il corpo docente. Il legislatore ha previsto la possibilità, per i docenti delle discipline professionalizzanti e per gli Insegnanti Tecnico Pratici (ITP), di svolgere periodi di osservazione diretta presso le aziende e affiancamento tutoriale. Questo garantirà un aggiornamento continuo in merito alle innovazioni tecnologiche introdotte nei contesti lavorativi e produttivi di riferimento.

Sperimentazione Lifelong learning tramite i CPIA
Il decreto introduce infine un’importante novità per la formazione continua e l’apprendimento permanente integrato sul territorio. A partire dall’anno scolastico 2027/2028, in via sperimentale, i Centri Provinciali di Istruzione per gli Adulti (CPIA) potranno erogare direttamente percorsi di istruzione tecnica di secondo livello, qualora vi sia assenza o carenza di un’offerta adeguata da parte delle istituzioni scolastiche secondarie locali.

Indicazioni operative (Circolare 1397/2026)
Per governare il delicato passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, la Circolare ministeriale 1397/2026 è intervenuta per guidare l’elaborazione dei curricoli e la definizione delle dotazioni organiche. L’obiettivo primario di queste misure transitorie è garantire il mantenimento degli organici ed evitare il determinarsi di situazioni di soprannumero a livello di scuola e di esubero a livello provinciale.
A livello didattico, la circolare precisa che nel primo biennio le scuole avranno a disposizione una quota del curricolo pari a 66 ore annue. Nel settore economico, questa quota dovrà essere utilizzata in modo vincolante per potenziare le ore di geografia o della seconda lingua comunitaria. Nel settore tecnologico-ambientale, le ore saranno destinate al potenziamento delle discipline scientifiche sperimentali, con la possibilità di affidare tale insegnamento in compresenza a più docenti di diverse classi di concorso per sfruttare la progettazione interdisciplinare.
Sempre a tutela degli organici, per le tecnologie e gli elementi di base degli indirizzi, le scuole potranno ridistribuire le discipline tra il primo e il secondo anno, oppure ripartire il monte ore di ambito annuale (pari a 99 ore) tra due discipline. Inoltre, qualora una disciplina del nuovo ordinamento possa essere affidata a più classi di concorso, l’insegnamento dovrà essere assegnato per continuità alle classi di concorso già presenti nell’organico dell’autonomia.
Infine, per quanto riguarda le procedure amministrative, le classi del primo anno sono già riconducibili ai nuovi codici presenti a sistema nel SIDI.
Essendo necessaria un’elaborazione manuale degli organici delle classi prime per l’anno scolastico 2026/2027, gli Uffici Scolastici Regionali consentiranno alle istituzioni scolastiche di disporre di tempi congrui, fornendo il massimo supporto ai dirigenti scolastici per completare l’acquisizione dei dati.


Il battito di una nazione tra storia, memoria e impegno civile

Riflessioni sul 17 marzo


Il 17 marzo non è una semplice data sul calendario civile; è il baricentro simbolico attorno al quale ruota l’intera narrazione dell’Italia moderna. In quel giorno del 1861, tra le austere mura del Parlamento Subalpino a Torino, la proclamazione del Regno d’Italia sotto la corona di Vittorio Emanuele II trasformò un’espressione geografica in un soggetto politico unitario. Fu l’atto di nascita ufficiale di un’identità che per secoli era stata frammentata in piccoli regni, ducati e dominazioni straniere.

Tuttavia, celebrare questa ricorrenza oggi non significa solo guardare al passato con nostalgia, ma comprendere come quel “primo vagito” della nazione si sia evoluto in un progetto di cittadinanza attiva e consapevole.

Un mosaico in cammino: il compimento dell’unità
L’Unità proclamata nel 1861 fu l’inizio di un cantiere aperto, un processo di aggregazione che richiese sacrifici e decenni per essere completato. Il disegno territoriale si arricchì progressivamente:
1866: L’annessione del Veneto.
1870: La storica breccia di Porta Pia che rese il Lazio parte integrante dello Stato, portando Roma a diventare Capitale nel 1871.
1918: Il definitivo ricongiungimento con il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia, suggellato nella data del 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.

Queste tappe non furono meri spostamenti di confine, ma il riflesso di un ideale risorgimentale fondato sulla libertà e sull’indipendenza. Popoli diversi, con tradizioni e dialetti profondamente distanti, scelsero di riconoscersi in un destino comune, trasformando le differenze regionali nella linfa vitale di una nuova cultura nazionale.

L’Eredità dell’educazione civica: fare gli italiani
L’Unità d’Italia non fu solo un fatto militare o diplomatico, ma un progetto morale. Se il Risorgimento ci ha dato lo Stato, il Novecento ci ha dato la Repubblica e la Costituzione. In questo solco, l’Educazione Civica diventa lo strumento per dare sostanza all’appartenenza nazionale. Essere cittadini oggi significa onorare il 17 marzo attraverso l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale previsti dall’Articolo 2 della nostra Carta.

La voce dei maestri della libertà
Per dare profondità a questa ricorrenza, dobbiamo interpellare coloro che hanno “pensato” l’Italia come una comunità di donne e uomini liberi:
Piero Calamandrei: Egli ammoniva che la libertà e l’unità non sono regali, ma conquiste da proteggere ogni giorno.
“La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse.”
Celebrare il 17 marzo significa, dunque, rimettere “combustibile” nel motore della nostra democrazia.
Sandro Pertini: Il “Presidente più amato” legava indissolubilmente l’amore per la patria alla giustizia sociale.
“Sii orgoglioso di essere italiano, ma non dimenticare mai che la patria è il mondo intero.” Il suo insegnamento ci ricorda che l’unità nazionale non deve mai chiudersi in un gretto nazionalismo, ma aprirsi alla fratellanza e al rispetto per ogni essere umano.
Giuseppe Dossetti: Tra i principali artefici della Costituzione, Dossetti vedeva nello Stato un mezzo per servire la dignità della persona. Per lui, l’unità era il presupposto per una “comunità di valori” in cui il dialogo tra diverse fedi e ideologie poteva costruire una casa sicura per tutti. “La Costituzione fatevela amica e compagna di strada. Vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni asservimento, per qualunque meta vi prefissiate”.

La staffetta della memoria collettiva
Dalle grandi esposizioni universali del 1911, passando per i fervori del Centenario nel 1961, fino all’entusiasmo corale del 2011 (il 150° anniversario), l’Italia ha saputo ritrovarsi. Città come Napoli, Firenze e Milano sono state epicentri di mostre e manifestazioni che hanno ricucito lo strappo tra Nord e Sud, celebrando una storia che appartiene a ogni borgo e ogni metropoli della penisola.

Un impegno quotidiano
Oggi, il 17 marzo ci interroga direttamente: qual è il nostro contributo alla nazione? La risposta risiede nella responsabilità civica. Non si è italiani solo per nascita, ma per scelta: la scelta di rispettare le istituzioni, di proteggere il patrimonio culturale e ambientale, di partecipare attivamente alla vita della propria comunità.La storia dell’Unità d’Italia continua a parlare alle nuove generazioni, non come un capitolo polveroso di un libro, ma come un impegno che si rinnova. La costruzione di una nazione non è mai un traguardo definitivo, ma un orizzonte verso cui camminare insieme, con la consapevolezza di chi sa da dove viene e il coraggio di chi immagina un futuro di pace e giustizia.


Alcune proposte per la scuola

  1. Sperimentare la democrazia: elezioni simulate per rappresentanti di classe, dibattiti guidati e gestione condivisa degli spazi scolastici;
  2. Memoria locale: ricerche sui monumenti, vie, piazze o personaggi legati al Risorgimento nel proprio territorio;
  3. Patto di corresponsabilità: sottoscrivere impegni tra scuola, studenti e famiglie per la cura della comunità;
  4. Inclusione e accoglienza: attività quotidiane che promuovano integrazione, cooperazione e supporto reciproco;
  5. Laboratori creativi: poster, murales, video o podcast sulla storia dell’Unità d’Italia e sull’identità nazionale;
  6. Progetti di cittadinanza attiva: interventi di solidarietà e tutela dell’ambiente per praticare i valori civici;
  7. Letture guidate e confronti: analisi di testi di Calamandrei, Pertini e Dossetti, con discussioni e riflessioni;
  8. Giornata del dialogo e della memoria: dibattiti su diritti, diversità culturale e coesione sociale;
  9. Drammatizzazioni storiche: mettere in scena eventi chiave del Risorgimento, come la proclamazione del Regno d’Italia o la breccia di Porta Pia, per vivere la storia in prima persona;
  10. Caccia al tesoro storica: creare percorsi didattici in aula o nel quartiere con indizi legati all’Unità e ai protagonisti dell’Italia;
  11. Mostre e esposizioni: raccogliere oggetti, fotografie, mappe o testimonianze locali e allestire una piccola mostra storica in classe o a scuola;
  12. Condivisione digitale: usare blog scolastici, social network o piattaforme multimediali per raccontare il 17 marzo e condividere progetti, interviste e riflessioni;
  13. Musica e poesia: scrivere canzoni, componimenti o piccoli cori che celebrino l’unità e i valori civici, rendendo la storia emozionante e coinvolgente;
  14. Collaborazioni con enti locali: visite a musei, archivi o associazioni culturali per approfondire l’unità nazionale e il ruolo dei cittadini.

Italia N. Martusciello
Vicepresidente nazionale EIP Italia

L’architettura della scuola di domani nell’Atto di indirizzo del MIM

Appunti di analisi critica e giuridica


L’Atto di Indirizzo Politico-Istituzionale del Ministero dell’Istruzione e del Merito non è un semplice manifesto di intenti, ma il vero e proprio motore normativo e amministrativo che guiderà la scuola italiana nel triennio 2026-2028. Per comprenderne la portata, è necessario analizzarne le ragioni giuridiche per poi sviscerarne i contenuti attraverso specifiche categorie tematiche.

Sotto il profilo giuridico-amministrativo, l’Atto di Indirizzo è il documento cardine della pianificazione strategica ministeriale. La sua funzione è tradurre il programma politico del Governo in linee direttrici vincolanti per la creazione del “Valore pubblico” all’interno del Sistema nazionale di istruzione. Esso costituisce la base obbligatoria per tre cicli fondamentali dello Stato: il ciclo di bilancio, il ciclo della performance e il ciclo della programmazione strategica.
Attraverso un meccanismo giuridico definito “processo a cascata”, i titolari dei centri di responsabilità amministrativa del Ministero sono chiamati a declinare queste priorità in obiettivi operativi finanziari e di performance, con precisi indicatori e valori target.
L’Atto funge inoltre da “ombrello” giuridico e programmatico per garantire il rigoroso rispetto delle milestone e dei target imposti dal PNRR e dal Programma Nazionale “PN Scuola e Competenze 2021-2027”. Infine, a coronamento dell’intento di riordino normativo del settore, il documento ufficializza l’attività della Commissione interministeriale incaricata di redigere un nuovo “Testo Unico Istruzione”

Queste, secondo la nostra lettura, le categorie in cui è possibile riordinare le priorità.

Personale scolastico
Una prima categoria riguarda la valorizzazione del capitale umano. Il documento rivendica un massiccio sforzo negoziale per restituire autorevolezza economica al personale, evidenziando il completamento dei CCNL 2019-2021 e 2022-2024, e l’avvio del CCNL 2025-2027. La novità più dirompente è l’introduzione, a partire dal 2026, di un Piano di welfare aziendale che prevede una polizza sanitaria integrativa estesa a oltre 1,2 milioni di dipendenti, comprendendo anche il personale precario con contratto fino al 30 giugno. Sul fronte del reclutamento, si ribadisce l’imperativo di raggiungere il target PNRR di 70.000 assunzioni e si struttura in via definitiva la conferma dei docenti di sostegno precari su richiesta delle famiglie, al fine di garantire la continuità didattica.

Ordinamenti e didattica
Nonostante i frequenti richiami all’autonomia, l’elaborazione dell’architettura formativa mantiene una forte impronta centralista. Spiccano i lavori per le nuove Indicazioni Nazionali per i licei e le Linee guida per gli istituti tecnici, necessari per aggiornare un impianto vecchio di oltre un decennio ai mutamenti sociali e tecnologici. Viene istituzionalizzata la riforma della filiera tecnologico-professionale (legge 121/2024), che dal 2026 entrerà a pieno regime integrando scuole, ITS Academy e centri di formazione in veri e propri “Campus”. Sul fronte liceale, si spinge per il consolidamento del neonato Liceo del Made in Italy e si annuncia un gruppo di lavoro per il “rilancio del liceo classico”. Un peso simbolico e strutturale rilevantissimo è dato al nuovo Esame di Stato, che recupera la denominazione di “Esame di Maturità” e mira a valutare la crescita etica e civica dello studente, con commissioni ridotte a cinque membri e una prova orale su quattro discipline scelte ogni anno direttamente dal Ministro.

Inclusione, divari e “pedagogia della condotta”
Per contrastare la dispersione scolastica, il Ministero affida risorse e strategie ai Piani “Agenda Sud” e “Agenda Nord”, con interventi mirati sulle scuole in contesti difficili. Tuttavia, il tema del benessere e dell’inclusione fa il paio con una rigorosa stretta disciplinare: l’Atto codifica la riforma del voto di comportamento, che cessa di essere una mera sanzione per diventare uno “strumento di crescita”. A seguito della revisione dello Statuto delle studentesse e degli studenti, le sanzioni disciplinari assumeranno un forte valore pedagogico, prevedendo l’obbligo di esperienze di cittadinanza attiva e solidale a favore della comunità in caso di criticità.

Autonomia (solo amministrazione?)
La vera autonomia promossa dal documento è di tipo gestionale e burocratico. Per sgravare il carico delle segreterie scolastiche, l’Atto preannuncia massicce dosi di semplificazione: dalla creazione del fascicolo digitale del docente all’integrazione delle anagrafi scolastiche (ANIST), fino al potenziamento della piattaforma UNICA per le famiglie. Di enorme impatto è la progressiva introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella didattica e nell’amministrazione, regolata da apposite Linee Guida ministeriali in conformità con l’AI Act europeo. Si inaugura inoltre una nuova stagione per il Sistema nazionale di valutazione, con l’introduzione della valutazione obbligatoria per i dirigenti scolastici e la sperimentazione di prove INVALSI sulle competenze digitali.

Infrastrutture e reti
L’ultima categoria riguarda gli spazi fisici dell’apprendimento, profondamente legati ai vincoli del PNRR. Sono previsti interventi su oltre un quarto degli edifici scolastici italiani per la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico. Particolare urgenza viene data agli investimenti in mense e palestre (finanziati con fondi nazionali e PNRR, soprattutto nel Mezzogiorno) per abilitare il tempo pieno, e allo sviluppo del sistema integrato 0-6 anni. Su quest’ultimo punto, la costruzione di nuovi asili nido è imperativa per raggiungere il Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP) del 33% di copertura a livello nazionale.

Per alcuni versi, l’Atto di Indirizzo 2026 rivela una dicotomia affascinante: da una parte una spinta fortissima verso la modernizzazione tecnica, amministrativa e tecnologica (IA, digitalizzazione, target europei); dall’altra, un convinto ancoraggio a principi formativi tradizionali (Maturità, liceo classico, disciplina e voto di condotta).
Il tutto tenuto insieme da un rigido telaio giuridico-finanziario che impegna la macchina dello Stato a trasformare, entro il 2028, queste direttive in prassi scolastica quotidiana.

Semi di rinascita: il 21 marzo tra scuola, società e territorio

Radici di libertà: coltivare la cultura del rispetto e della giustizia


La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, istituita ufficialmente dalla legge n. 20 dell’8 marzo 2017 e celebrata ogni anno il 21 marzo in coincidenza con l’inizio della primavera. Essa nasce nel 1996 dalla tenacia di Saveria Antiochia con l’obiettivo di trasformare il dolore dei familiari in un’azione corale di cittadinanza attiva, unendo scuole, università e associazioni in un percorso educativo che, attraverso la lettura dell’elenco delle vittime innocenti, il riutilizzo sociale dei beni confiscati e l’uso di nuovi linguaggi mira a contrastare la corruzione e la cultura mafiosa.

Oltre il presente: educare ai diritti del futuro

La valutazione di impatto generazionale in un Paper di ASVIS


Insegnare la pace e i diritti umani significa, prima di tutto, coltivare un profondo senso di responsabilità verso l’altro. Di solito, questo “altro” ha il volto dei nostri studenti o dei popoli che soffrono nel presente. Tuttavia, il recente rapporto “Future Paper 1/2026” ci invita a estendere il nostro sguardo a chi ancora non ha voce: le generazioni future. La giustizia intergenerazionale non è solo una questione economica, ma un pilastro di solidarietà comunitaria che affonda le radici nella tutela dei diritti fondamentali nel tempo. In Italia, la Legge n. 167 del 2025 ha finalmente sancito l’obbligo per il Governo di valutare le nuove norme in termini di effetti sociali e ambientali sulle giovani generazioni. Si tratta di un salto culturale che trasforma il principio costituzionale di tutela del futuro, inserito nel 2022, in uno strumento operativo concreto.

Perché questa legge non rimanga un esercizio burocratico, gli autori del Paper propongono dieci raccomandazioni strategiche che noi, come associazione impegnata nell’educazione, dobbiamo conoscere e sostenere.

La prima raccomandazione suggerisce di assumere la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) come una vera “infrastruttura cognitiva permanente” del processo normativo, superando la logica dei singoli settori per abbracciare una prospettiva estesa a tutto il corso della vita. Il secondo punto esorta a utilizzare la VIG come una leva per spostare le politiche pubbliche da una logica puramente difensiva a una generativa, capace di ampliare le opportunità e l’autonomia delle nuove generazioni. Terzo, è fondamentale rafforzare la partecipazione delle cittadine, dei cittadini e soprattutto delle e dei giovani, rendendola una componente strutturale e non simbolica della valutazione.
La quarta indicazione riguarda la necessità di garantire l’indipendenza tecnica degli organismi responsabili della VIG, dotandoli di risorse umane e strumentali qualificate per assicurare analisi di alta qualità. Quinto, occorre rafforzare la capacità del Parlamento di utilizzare i risultati della VIG, estendendo la valutazione anche agli emendamenti introdotti durante l’iter legislativo. Sesto, bisogna assicurare la tempestività della valutazione, in particolare per i decreti-legge che determinano effetti significativi sui giovani.
Il settimo pilastro promuove l’uso della VIG a livello locale, favorendo lo scambio di buone pratiche tra Comuni, Regioni e Stato per creare modelli comuni di giustizia intergenerazionale. Ottavo, è indispensabile potenziare il sistema informativo nazionale e l’ecosistema dei dati su infanzia, adolescenza e transizioni generazionali per basare le scelte su evidenze solide. Nona raccomandazione: rafforzare la base metodologica della VIG costruendo modelli e indicatori integrati che includano non solo variabili economiche, ma anche sociali e ambientali. Infine, la decima, invita a considerare sempre gli effetti degli andamenti demografici di medio-lungo periodo, rendendo espliciti i compromessi necessari in contesti di bassa fecondità e invecchiamento accelerato.

Come educatori, sappiamo che la povertà educativa è la più subdola delle ingiustizie, poiché nega alle bambine e ai bambini la possibilità di affrontare le sfide del proprio tempo con strumenti adeguati. L’equità intergenerazionale è, in ultima analisi, un patto educativo che riconosce nell’istruzione la chiave per la dignità e la partecipazione attiva.


LABORATORIO DI CITTADINANZA:
IL FUTURO SOTTO PROCESSO

Una proposta di Debate

La Tesi del Giorno: “Questa Assemblea approva l’introduzione di una tassa immediata sul consumo di plastica monouso e sui voli aerei nazionali per finanziare un fondo pensionistico garantito e borse di studio digitali per chi nascerà dopo il 2030.”

Per preparare le argomentazioni, entrambe le squadre devono analizzare la proposta usando le domande chiave utilizzate dagli esperti in Europa:
Impatto sulle fasi della vita: Questa misura svantaggia ingiustamente le persone che si trovano in una particolare età oggi (es. i lavoratori attuali o i giovani che viaggiano per studio)?
Impatto nel tempo: La legge crea benefici solo tra molto tempo o danneggia eccessivamente chi vive nel presente?
Trasmissione delle disuguaglianze: Questa scelta rischia di far sì che chi è già povero oggi lo sarà ancora di più in futuro?
Libertà di scelta: Stiamo decidendo troppo per chi verrà dopo, limitando le loro opzioni di vita?
Visione comune: Questa legge ci avvicina o ci allontana dall’idea di Italia e di Europa che vogliamo costruire per il 2050?

SQUADRA PRO (custodi): deve dimostrare che preservare le risorse e garantire diritti a chi non ha ancora voce è l’unico modo per rispettare la Costituzione e il principio di “giusti risparmi”. Deve puntare sulla necessità di correggere i debiti ambientali e sociali ereditati.

SQUADRA CONTRO (“realisti”): deve dimostrare che la misura crea un’ingiustizia immediata verso chi vive oggi, magari aumentando la povertà delle famiglie attuali per un beneficio incerto. Deve analizzare se il “tasso di sconto” applicato al benessere presente sia troppo alto.

Ricordiamo che per rendere queste discussioni efficaci, il Paese dovrebbe seguire le linee guida del Paper:
assumere la valutazione generazionale come infrastruttura cognitiva permanente
spostare le politiche verso una logica generativa e non solo difensiva rafforzare la partecipazione strutturale dei giovani
garantire l’indipendenza tecnica di chi valuta le leggi
potenziare la capacità del Parlamento di analizzare gli impatti nel tempo
assicurare che la valutazione sia tempestiva per ogni atto normativo
promuovere l’uso di questi strumenti anche a livello locale nei Comuni
potenziare i dati su infanzia e adolescenza per decidere meglio
rafforzare la base metodologica con modelli scientifici integrati
considerare sempre l’effetto reale degli andamenti demografici nel lungo periodo

Per l’insegnante: Questo esercizio trasforma la scuola in un “laboratorio di democrazia anticipatoria”, dove i ragazzi imparano che ogni scelta politica ha una “eco” che risuona per decenni.


I diritti umani come motore dello sviluppo sostenibile: sfide e prospettive per l’Agenda 2030

Il Rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani per la 61ma sessione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU


L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è stata adottata in modo consensuale come un programma d’azione globale per uno sviluppo più equo e giusto, ma attualmente si trova in una preoccupante situazione di stallo. A livello globale, i dati rivelano che il mondo è in linea o sta facendo progressi solo moderati per il 35% degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), mentre per il 47% i progressi sono insufficienti e il 18% dei traguardi ha addirittura registrato un grave arretramento rispetto alla base di partenza fissata nel 2015. Le cause di questa attuazione frammentaria e insufficiente includono l’aumento e l’intensificarsi dei conflitti, le tensioni geopolitiche, i cambiamenti climatici, gli shock economici e la preoccupante riduzione dello spazio civico.

Tuttavia, esiste una chiara via d’uscita: l’integrazione sistematica dei diritti umani nell’attuazione dell’Agenda 2030.
Gli Stati membri hanno ripetutamente sottolineato che la promozione e la protezione dei diritti umani e l’attuazione dell’Agenda si rafforzano a vicenda, offrendo al contempo maggiore legittimità e responsabilità giuridica agli sforzi di sviluppo.
Il principio centrale dell’Agenda 2030, ovvero l’impegno a “non lasciare indietro nessuno”, è profondamente radicato nei concetti giuridici dei diritti umani legati all’uguaglianza e alla non discriminazione.
Per sradicare efficacemente la povertà, che ad oggi intrappola ancora oltre 800 milioni di persone in condizioni estreme, è necessario superare il tradizionale modello economico orientato esclusivamente alla crescita del prodotto interno lordo (PIL), spostandosi verso l’adempimento dei diritti economici, sociali e culturali.
È fondamentale investire nella protezione sociale universale basata sui diritti umani per combattere le disuguaglianze e ricostruire la fiducia sociale.
Parallelamente, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere rimane un obiettivo cruciale costantemente minacciato, il quale richiede politiche sistemiche sui sistemi di cura, l’eliminazione della violenza di genere e la garanzia di un equo accesso all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva.
Per far sì che nessuna persona venga effettivamente trascurata, la disponibilità di dati rigorosi disaggregati per motivi di discriminazione è essenziale, ma i sistemi statistici subiscono una carenza cronica di finanziamenti internazionali.

Dal punto di vista economico, l’idea di costruire delle vere e proprie “economie dei diritti umani” sta guadagnando un forte riconoscimento transregionale.
Questo nuovo paradigma richiede di allineare esplicitamente le politiche economiche e fiscali con gli obblighi internazionali dei diritti umani.
Il divario finanziario necessario per raggiungere gli SDG continua inesorabilmente a crescere ed è proiettato all’impressionante cifra di 6,4 trilioni di dollari entro il 2030.
Per colmare tale voragine, è ritenuta un’urgenza assoluta la riforma dell’architettura finanziaria, fiscale e del debito globale.
Attualmente, 3,4 miliardi di persone vivono in nazioni che spendono più per ripagare gli interessi sul debito che per finanziare servizi essenziali come la salute o l’istruzione, un meccanismo che intrappola i paesi in via di sviluppo e azzera il loro spazio fiscale.
Per arginare queste ingiustizie, le istituzioni invocano meccanismi di risoluzione del debito basati sui diritti umani e una stretta cooperazione per debellare le evasioni fiscali internazionali, le quali sottraggono centinaia di miliardi dai bilanci pubblici.

Nella dimensione ambientale dello sviluppo, i diritti umani giocano un ruolo altrettanto vitale. Il recente riconoscimento del diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile come diritto umano fondamentale da parte dell’Assemblea Generale e della Corte Internazionale di Giustizia ha segnato una svolta epocale.
Questo diritto offre una solida base per gestire le complesse sfide legate all’estrazione di minerali critici per la transizione energetica, allo sfruttamento dei combustibili fossili e alla deforestazione, attività estrattive che spesso violano i diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali e dei difensori dell’ambiente.
Collegato a questo vi è il ruolo dell’Obiettivo 16: uno stato di diritto forte, l’accesso trasparente alla giustizia e la difesa dello spazio civico sono indispensabili per permettere alle comunità di far sentire la propria voce.
Purtroppo le libertà di espressione e di riunione sono globalmente minacciate, tanto che si calcola che nel corso del 2024 un attivista, giornalista o sindacalista sia stato ucciso o fatto sparire ogni 14 ore.

Guardando al prossimo futuro e allo scenario globale post-2030, la comunità internazionale dovrà misurarsi con profonde transizioni sistemiche. I cambiamenti demografici e l’urbanizzazione incessante modificheranno radicalmente il panorama dei bisogni umani, con la popolazione mondiale di età pari o superiore ai 65 anni destinata a raddoppiare entro il 2050 e un’esplosione parallela della popolazione giovanile nel continente africano.
Le aree urbane, destinate ad accogliere quasi il 70% dell’umanità, affronteranno sfide abitative e infrastrutturali senza precedenti, che dovranno essere gestite attraverso l’impiego del diritto internazionale.
Infine, la rapida ascesa dell’intelligenza artificiale rappresenterà sia uno straordinario acceleratore di sviluppo sia una minaccia ai diritti, richiedendo regolamentazioni ferree.
Per navigare attraverso tutte queste sfide, i deboli e volontari sistemi di responsabilità e monitoraggio degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dovranno fondersi in maniera sistematica con i ben più sviluppati e vincolanti meccanismi mondiali di protezione dei diritti umani, creando un’agenda veramente in grado di proteggere le persone e il pianeta.

Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace

Una iniziativa di pace il 24 marzo a Roma


Il 24 marzo 2026 l’organizzazione The Mothers’ Call lancerà da Roma un movimento globale con la “Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace”
Madri palestinesi e israeliane cammineranno fianco a fianco per onorare il dolore e la perdita di ogni madre che ha sepolto un figlio a causa della violenza o della guerra, dichiarando che nessun bambino dovrebbe essere cresciuto per uccidere o essere ucciso. 
Una pace duratura deve fondarsi su chi ha più da guadagnare e più da perdere, ovvero le madri e le comunità che conoscono il vero costo della violenza e il potere mobilitante necessario per ottenere una pace stabile. L’evento di Roma mobiliterà una rete di organizzazioni alleate e sostenitori per stabilire una nuova narrazione per un conflitto che ha finora sfidato ogni risoluzione.

L’iniziativa “Mothers’ Call” rappresenta uno dei progetti più significativi e coraggiosi nel panorama attuale in Medio Oriente. Non è solo una petizione, ma un manifesto politico e umano nato dalla volontà di madri israeliane e palestinesi di dire “basta!” al ciclo di spargimento di sangue. L’iniziativa unisce due realtà nate dall’iniziativa dei cittadini: Women Wage Peace, fondata in Israele dopo la guerra di Gaza del 2014, che oggi è il più grande movimento pacifista del paese; e Women of the Sun, fondata nel 2021 da donne palestinesi determinate ad aumentare la partecipazione femminile nella leadership e a cercare una soluzione non violenta al conflitto.
Insieme, hanno redatto l’Appello delle Madri (Mothers’ Call), un documento che chiede ai leader di entrambi i popoli di tornare al tavolo delle trattative con un impegno risoluto per una soluzione politica entro tempi certi, sottoscritto anche da Papa Francesco.

L’iniziativa si fonda sulla ferma convinzione che le donne non debbano essere viste solo come vittime del conflitto, ma come “architetti della pace”. In quanto madri, queste donne condividono lo stesso dolore per la perdita dei figli e lo stesso desiderio di garantire un futuro di sicurezza e dignità alle prossime generazioni: una “maternità politica” che trasforma il lutto individuale in un’azione collettiva potente. Inoltre, richiama esplicitamente la risoluzione delle Nazioni Unite che sancisce il diritto e la necessità delle donne di partecipare a tutti i livelli dei processi negoziali.
Attraverso programmi specifici come “Women Building Bridges”, il progetto forma ambasciatrici di pace che lavorano su temi comuni come ambiente e religione, creando reti di solidarietà che superano le barriere ideologiche e geografiche. 

Uno degli aspetti più significativi di questa iniziativa è la sua resilienza: anche dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza — che ha colpito direttamente membri di entrambi i movimenti — la collaborazione non si è interrotta. Al contrario, le donne del “Mothers’ Call” hanno intensificato i loro sforzi, rifiutando di cedere alla retorica dell’odio e della vendetta.

L’Associazione EIP Italia Scuola strumento di pace riconosce e condivide questa prospettiva, che trova un’eco profonda anche nell’esperienza del fondatore Jacques Mühlethaler, il quale attraversò il profondo dolore per la perdita di due fratelli in due diversi conflitti. In particolare Mühlethaler racconta che, quando perse il secondo fratello, chirurgo e migliore amico, ucciso in circostanze drammatiche nella guerra d’Algeria nel 1958, pianse quotidianamente per la “vergogna della guerra”, ma presto si rese conto che piangere era privo di significato attivo e non avrebbe contribuito alla pace. Comprese che coloro che avevano combattuto credevano nella loro storia e negli insegnamenti ricevuti, anteponendo il dovere al diritto. Per ottenere un cambiamento, quindi, non ci si poteva limitare a piangere i morti, ma occorreva mobilitarsi ad un’azione di promozione della pace “per mezzo della scuola”.
Secondo la sua visione, trasmessa poi nei Principi universali di Educazione civica, la pace è “vivere insieme nella più grande tranquillità”, attraverso la tolleranza, atteggiamento che esige una “grandissima umiltà” attraverso “l’oblio di me per comprendere l’altro”; e attraverso il rispetto e la difesa della vita dell’uomo, indipendentemente dalla sua condizione.

La forza morale e l’impatto politico di Women Wage Peace e Women of the Sun, hanno attirato l’attenzione globale: tra i riconoscimenti principali la nomina al Premio Nobel per la Pace per due anni consecutivi, la partecipazione come finaliste per il Premio Sakharov del Parlamento Europeo e l’inserimento delle leader tra le “Women of the Year” di TIME Magazine nel 2024.

Il cuore dell’iniziativa si riassume nel grido comune: “Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza e sicurezza per i nostri figli. Chiediamo ai nostri leader di mostrare coraggio e visione per portare questo cambiamento storico”.

Mothers’ Call dimostra che la pace non è un’utopia astratta, ma un processo faticoso e quotidiano di riconnessione umana. Sottolineando il ruolo delle donne, l’iniziativa sposta il focus della sicurezza nazionale dal mero controllo militare alla sicurezza umana, basata sul riconoscimento dell’altro e sulla tutela della vita stessa.

La Barefoot Walk di Roma si svolgerà martedì 24 marzo 2026 con partenza alle ore 17.00 presso l’Ara Pacis. Da qui, il percorso si snoderà lungo Via del Corso fino a confluire in Piazza del Popolo e alla Terrazza del Pincio.
Ai partecipanti è richiesto di indossare abiti semplici e di colori neutri come bianco, nero, crema o toni attenuati e, in linea con i principi di The Mothers’ Call, tutti i partecipanti sono pregati di astenersi dall’utilizzare colori nazionali, identificatori politici, slogan o messaggi individuali.