La natura non fa salti e l’educazione deve seguire la natura (Comenio)
Esiste una scuola che raramente compare nei manuali di pedagogia tradizionale.
Infatti, non possiede aule, banchi o lavagne, poiché le sue lezioni si svolgono direttamente nei boschi, nei cieli, nei mari e nelle praterie. È l’accademia della natura, dove ogni specie ha imparato, attraverso milioni di anni di evoluzione, a sviluppare efficaci strategie di adattamento, cooperazione, cura e resilienza. Di conseguenza, osservarla significa comprendere che l’intelligenza assume forme molteplici e che ogni essere vivente possiede qualcosa da insegnare.
Già nel Seicento, Comenio sosteneva che l’insegnamento dovesse seguire l’ordine e i ritmi della natura. Non è quindi un caso che, in tempi più recenti, Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia moderna, abbia dimostrato quanto l’osservazione del comportamento animale possa aiutare a comprendere anche quello umano.
Allo stesso modo, l’antropologo Gregory Bateson ha ricordato che la mente non nasce nell’isolamento, bensì nelle relazioni che intrecciamo con gli altri e con l’ambiente circostante.
In questo orizzonte, la natura non rappresenta un semplice scenario passeggero, ma un laboratorio permanente di vita e di apprendimento.
Questa intuizione affonda le sue radici in una tradizione antica: già nel Medioevo, la figura del bestiario utilizzava la descrizione degli animali non tanto in chiave scientifica, quanto come compendio di lezioni morali e simboliche per l’essere umano.
Recuperare oggi quel linguaggio allegorico significa restituire valore all’osservazione del mondo naturale come guida per la crescita.
E proprio da queste premesse nasce l’idea di una relazione faunistico-pedagogica. Non si tratta, chiaramente, di attribuire caratteristiche animali agli insegnanti in modo caricaturale; al contrario, l’obiettivo è riconoscere, attraverso la forza della metafora, quelle qualità che rendono autentica la professione docente.
Per iniziare, il primo insegnamento ci arriva dalla lince: la sua proverbiale capacità di vedere lontano richiama infatti una competenza fondamentale dell’educazione, ossia l’osservare.
Ogni insegnante incontra quotidianamente volti, parole, silenzi, esitazioni, entusiasmi e paure. Pertanto, dietro un compito incompleto può nascondersi una difficoltà, dietro un comportamento provocatorio una richiesta di aiuto, oppure dietro uno studente apparentemente distratto un talento ancora inespresso. Lo sguardo pedagogico, dunque, è sempre uno sguardo capace di andare oltre le mere apparenze e di cogliere ciò che richiede tempo e cura per manifestarsi.
Ma la sola intuizione non basta: occorre poi la pazienza di accompagnare quella scoperta giorno per giorno.
La formica, d’altra parte, ci insegna il valore della costanza.
Ogni istituto scolastico vive infatti di piccoli gesti che raramente fanno notizia: una spiegazione ripetuta con pazienza, un incoraggiamento dato al momento giusto o una correzione che non umilia ma orienta. L’educazione è dunque un’opera lenta e spesso invisibile, i cui risultati emergono soltanto quando nessuno li aspetta più.
Nel mare, invece, nuota il delfino, simbolo per eccellenza di intelligenza sociale.
Le ricerche etologiche mostrano la sua straordinaria capacità di cooperare e comunicare. Allo stesso modo, ogni comunità didattica è, prima di tutto, una rete di relazioni: si apprende meglio quando ci si sente accolti, ascoltati e rispettati. Per questa ragione, nessuna tecnologia potrà mai sostituire la qualità di un legame educativo autentico.
Nel frattempo, tra i rami compare il camaleonte, maestro assoluto dell’adattamento.
La sua capacità di modificarsi richiama una delle sfide più importanti della didattica contemporanea: saper cambiare strategie senza smarrire la propria identità. Poiché le classi sono sempre più eterogenee, la competenza del docente non si misura dalla rigidità del metodo, bensì dalla capacità di trovare strade diverse per raggiungere il medesimo obiettivo.
Successivamente, dall’alto del cielo giunge la lezione dell’aquila.
La sua forza non consiste soltanto nella vista eccezionale, ma soprattutto nella capacità di cogliere il paesaggio nella sua interezza. Parimenti, anche il docente è chiamato a mantenere una panoramica ampia, evitando di ridurre il percorso formativo alla singola verifica, al voto o alla prestazione del momento. Dopotutto, ogni alunno è una storia in fieri e ogni scelta didattica acquista senso solo se inserita in una prospettiva di lungo periodo.
Invece accanto ai corsi d’acqua lavora instancabilmente il castoro, il quale costruisce ambienti che modificano il territorio e migliorano la vita dell’intero gruppo. Allo stesso modo, anche il formatore è un costruttore: non di edifici, ma di contesti educativi, relazioni di fiducia e occasioni di crescita. Così, ogni lezione ben progettata aggiunge un tassello alla creazione di un ambiente d’apprendimento nel quale ciascuno possa sentirsi protagonista.
Inoltre, l’ape, con il suo incessante lavoro di impollinazione, ci ricorda che la conoscenza cresce davvero quando viene condivisa. Ciascun maestro o professore trasporta idee da una disciplina all’altra, mette in dialogo culture diverse e favorisce continui incontri tra persone e saperi.
Proprio come il miele è il frutto di un lavoro collettivo, allo stesso modo l’istruzione è sempre un’opera corale.
L’elefante, infine, richiama il valore della memoria: non la semplice memoria delle nozioni, ma quella delle persone. Ricordare il cammino di un discente, i suoi progressi, le sue fragilità e le sue passioni significa riconoscerlo nella sua unicità. Infatti, ogni alunno desidera essere visto e ascoltato, prima ancora che valutato.
Tra tutti gli animali, però, il polpo offre forse la metafora più sorprendente. Le sue otto braccia evocano la molteplicità di compiti che caratterizza la professione docente: insegnare, ascoltare, osservare, motivare, progettare, valutare, mediare e risolvere problemi. Tuttavia, è un’altra peculiarità a renderlo particolarmente significativo, ovvero il fatto che possiede tre cuori.
Di conseguenza, è difficile immaginare un’immagine più efficace per descrivere chi insegna:
Un primo cuore batte per l’alunno, perché senza amore non c’è possibilità di apprendimento. Come insegna Massimo Recalcati, l’insegnamento è un atto di puro erotismo: il compito del docente non è riempire un contenitore vuoto con dei nozionismi, ma accendere il desiderio di sapere, trasformando il sapere stesso in un oggetto del desiderio capaci di “erotizzare” la mente di chi ascolta.
Un secondo cuore alimenta la relazione, dato che nessun apprendimento significativo nasce senza fiducia;
Il terzo cuore pulsa per la comunità, ricordando che la scuola è un organismo vivente nel quale ogni docente contribuisce, insieme ai colleghi, alle famiglie e al territorio, alla crescita delle nuove generazioni.
Così come in un ecosistema ogni elemento sostiene l’altro, anche per Maria Montessori la scuola deve farsi “ambiente di vita” e rete di relazioni capaci di accogliere la complessità dello sviluppo umano.
È proprio questo il punto d’incontro profondo tra pedagogia e natura. Gli animali non ci insegnano rigidamente come fare lezione, ma ci ricordano che la vita cresce grazie all’equilibrio, alla cooperazione, all’adattamento e alla cura. Sono gli stessi principi che rendono fecondo qualsiasi ambiente di formazione.
La relazione faunistico-pedagogica non è, dunque, un semplice esercizio di fantasia. Al contrario, è un invito a guardare la professione docente con occhi nuovi, riconoscendo che la natura continua a essere una maestra silenziosa. In un tempo in cui il mondo della scuola è chiamato a confrontarsi con sfide sempre più complesse, vale la pena fermarsi ad ascoltare le lezioni che arrivano dal bosco, dal cielo e dal mare. Perché educare, in fondo, significa imparare a vivere in armonia con gli altri, proprio come ogni ecosistema ci insegna da milioni di anni.
Italia Martusciello
Vicepresidente EIP Italia