Il silenzio e il dolore per un massacro a scuola
Sebbene i contorni della notizia siano ancora in fase di definizione e il dibattito mediatico appaia sottotono, diverse verifiche effettuate tramite i canali d’informazione internazionali confermano la drammatica veridicità dei fatti. Nella mattinata di sabato 28 febbraio 2026, nel quadro di una vasta operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, un grave bombardamento ha colpito la scuola elementare femminile “Shajarah Tayyiba” a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran.
Le notizie, giunte inizialmente dai media statali iraniani (IRIB, Mizan) e successivamente riprese da testate come The Guardian, Washington Post e Sky TG24, descrivono uno scenario apocalittico. Il servizio di fact-checking Factnameh ha confermato l’autenticità dei video che mostrano il sito distrutto tra detriti e zaini insanguinati.
La Mezzaluna Rossa e fonti governative locali riportano almeno 108 morti, in gran parte studentesse, e centinaia di feriti.
Al momento dell’impatto (ore 10:45 locali), l’edificio era gremito. Si stima fossero presenti circa 170 bambine tra i 7 e i 12 anni, oltre a circa 15 tra docenti e personale amministrativo.
Analisi OSINT indicano che la scuola, un istituto pubblico gestito dal Ministero dell’Educazione, sorgeva a qualche centinaio di metri da una caserma dei Pasdaran. Si ipotizza che il raid mirasse alla base militare, ma l’impatto ha polverizzato l’edificio scolastico.
Mentre il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, esprime profonda preoccupazione per le vittime civili, il Pentagono dichiara di “stare approfondendo” l’accaduto e l’IDF conferma l’attacco a centinaia di obiettivi militari, senza commentare specificamente l’episodio di Minab. La confusione è alimentata anche dalla notizia della morte della Guida Suprema Ali Khamenei, colpito nel suo compound lo stesso giorno.
Immaginare la “Shajarah Tayyiba” significa visualizzare un contesto simile alle nostre vecchie scuole rurali: edifici bassi, mura di cinta e cortili dove il gioco si mescola alla disciplina. In quel “lunedì mattina” iraniano (primo giorno della settimana scolastica), le bambine nelle loro uniformi scure erano impegnate nelle lezioni di scienze, matematica o nella lettura del Corano. Non sappiamo se a ucciderle sia stato un errore di puntamento, un malfunzionamento della contraerea o una tragica “casualità” balistica. Ma per chi scrive, la ricerca delle responsabilità tecniche passa in secondo piano di fronte a un’unica, atroce certezza: la guerra ha ucciso bambine inermi mentre studiavano.
La guerra — preventiva, difensiva, aggressiva o presunta giusta che sia — ha come unico scopo la distruzione: non fa differenza se la bomba rechi scritte in inglese, ebraico o persiano.
E la pace non ha i tratti dei potenti che decidono le sorti del mondo: non ha il volto di Khamenei, né quello di Trump o Netanyahu.
La pace, per me, ha i tratti di Daniele, un giovane ingegnere del Politecnico di Milano che rifiuta una proposta di lavoro allettante per non contribuire neppure in minima parte a progettare sistemi missilistici, perché ha studiato per produrre strumenti di cura.
Ha i tratti di un giovane detenuto dell’Istituto Penale per i Minorenni di Firenze, che scrive una poesia per i bimbi di Gaza, sentendo su di sé il peso dell’indifferenza del mondo.
Ha il passo di Reem Al-Hajajreh e Yael Admi, come di tutte le madri israeliane e palestinesi che sfileranno a Roma il prossimo 24 marzo per gridare il loro desiderio di vita.
E, certamente, la pace avrebbe avuto i volti di quelle bambine di Minab. Volti che ora non sono più riconoscibili, insieme a un desiderio di crescere che è stato spento per sempre.
Francesco Rovida