“Torna il latino?” Orazio e Duccio Demetrio

Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Alesi


“Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos, nescio quid meditans nugarum, totus in illis”
Me ne andavo, per caso lungo la via Sacra, come mio solito, assorto integralmente in non so quali sciocchezze.
E’ l’inizio della famosissima satira 1/9 di Orazio (35A.C,).

La serena passeggiata viene improvvisamente turbata da un scocciatore, inopportuno e petulante e ci racconta un evento accaduto nel foro di Roma duemila anni fa.
Una satira, un serrato dialogo con un garrulus, un chiacchierone, in cerca di raccomandazioni, da cui il poeta non riesce in alcun modo a liberarsi e che giunge a noi con una immediata piacevole leggera freschezza, in essa si esprime tutto il disappunto e l’ironica rassegnazione di chi non sa più come allontanare un incalzante seccatore.

Il dialogo è un quadretto di vita vissuta dipinto con colori freschi e brillanti, la figura dell’inopportuno, esisteva allora con tutta la sua sottile invadenza, esiste ancor oggi, a distanza di ben duemila anni, è ipotizzabile che il tempo non lo possa eliminare e, inossidabile, sia destinato ad essere sempre di attualità.
La straordinaria satira oraziana narra un evento con ricchezza lessicale e con un susseguirsi di fotogrammi, vivaci, fortemente sentiti emotivamente che trasmettono al lettore emozioni, sentimenti, risentimenti, disappunto, speranze, rossori, mai ira, solo irritazione profonda, ironia.
Le parole, le strategie, tutte inutili, il sudore che al poeta scende dalla testa ai piedi, rendono la narrazione spontanea, quasi visibile, un godibile racconto autobiografico.

Mi sovviene in tal senso quel che scrive Duccio Demetrio, quando sostiene che non si vive di solo presente, il passato è con noi, è“l’antico che c’è e che siamo”*, che ci rende anche diversi uno dall’altro, unici, irripetibili. E’ il passato, l’esperienza, che ci consente di vivere il presente con maggiore accortezza, ironia, saggezza e che, al bisogno, è di conforto e sollievo, ostacola le sirene che inneggiano, al  “qui ed ora, al subito e in fretta”

Ma poiché siamo tutti figli di un passato storico più ampio, collettivo, umano, con tante storie che ci legano, si intrecciano, ci accomunano, talune narrazioni minute come questa, facilitano la percezione del continuum, fanno da ponte, tra passato e presente, ci fanno esclamare: “E’ accaduto anche a me!” 

Ci proiettano con immediata condivisione nella nostra personali vicende umane,consentono di guardarci dentro, esercizio non facile e che, in genere, non amiamo. E’ così che vengono alla luce le nostre umane virtù, le debolezze e i vizi che ci connotano, quel sentimento di forte fastidio, rimasto inalterato nel tempo, che si prova oggi per i tanti molesti seccatori che  offrono continuamente straordinari risparmi, ci rammentano le nostre insistenti, inopportune richieste. Si percepiscono inalterate  le sensazioni che si associano agli accadimenti, i piaceri che si alternano ai dispiaceri, le delusioni, le irritazioni, l’appagante successo;  il presente che tanto intensamente viviamo è soltanto un momento, che muta e a sua volta diventa passato già da subito.

Un passato, recente o lontano che sia, è da apprezzare ed amare, perché comunque è parte di noi, da evocare e in taluni casi utilizzare come nascondiglio sicuro e quieto dove, al bisogno, rifugiarsi, almeno mentalmente, dai presenti affanni.

In Educare è narrare**, Duccio Demetrio nelle sue sapienti osservazioni sorrette da una prosa ricca e fluida, sempre di gran livello, sostiene come il narrare e ancor più il raccontarsi, l’autobiografia, siano potenti strumenti educativi per se e per gli altri che ascoltano e leggono.

L’uomo ha sempre lasciato ai posteri verbalmente e poi per iscritto imprese ed eventi importanti, ritenuti degni di essere, narrati e tramandati, da Omero in poi e con loro sono stati trasmessi sentimenti, emozioni, valori, usi e costumi, conoscenze ed esperienze, quali patrimonio di tutti.
Ecco che “Ibam Forte”, il racconto di Orazio assume una valenza, non soltanto semplicemente storica,  linguistica, ma ancor più educativa, relazionale, ci si immedesima, ne partecipiamo il disappunto e il fastidio, lo immaginiamo l’irritante  rompiscatole, lo sentiamo vicino, contemporaneo. 
Pensiamo subito a quel petulante signore del piano di sopra, che non vorremmo mai incontrare, perché altrimenti non ce lo leviamo più di torno e che ci sommerge con il suo infinito ciarlare.

Educare è narrare, è raccontare tante storie, come l’uomo ha vissuto e utilizzato il territorio dove è stato, cosa ha combinato nel tempo, cosa ha scritto, le sue idee, i pensieri, le abitudini e i costumi, le usanze, le lotte, le esperienze, i quotidiani vissuti. Tutto ciò, logicamente impacchettato, non sono altro che le discipline che, per comodità, si insegnano nelle scuole al fine di evitare che le nuove generazioni ricomincino tutto da capo. Poi ci sono le storie dei singoli individui, con la loro specificità, trama unica,  fatta di un susseguirsi di eventi, di colpi di scena, di esperienze, negative e positive, che ci hanno reso ciò che siamo e che ha le sue fondamenta in solide antichissime memorie tutte raccolte nel nostro arcaico cervello, i nuclei di base.

L’educazione si attua in una rete di relazioni tra individui con storie personali che s’incontrano, possibilmente senza  confondersi, e che si scambiano esperienze, convinzioni, saperi, sentimenti ed emozioni, dolori e piaceri di oggi e di ieri. Si cresce come unità originale e consapevole che, scomodando S. Agostino, il presente ha già in sé sia il passato, la memoria, sia l’attesa, l’immaginazione del futuro.

Ognuno di noi è una storia, un racconto e, per dirla con Duccio Demetrio, le stesse parole che usiamo connotano la nostra identità, ogni parola vale di più del suo stesso significato, esalta o  attenua il senso complessivo, il racconto personale e intimo del passato come del momento che si sta vivendo. E’ importante che la scuola si avvalga più spesso dello strumento narrativo, sentire le storie, raccontare la propria avventura, narrarsi in forma autobiografica è rapportarsi nel silenzio con noi stessi, è scrutarsi dentro, rivivere il nostro passato, conoscersi meglio, è un formidabile esercizio formativo che ci educa a comunicare con gli altri in modo migliore, a prestare attenzione alle vicissitudini altrui. 
Ci consente di sentire vicini lo scritto di Orazio, come le più recenti argomentazioni di Duccio Demetrio. 
Dà al docente la giusta chiave per mettersi in sintonia con le singole intimità degli alunni, con gli interessi, le aspettative, i ritmi e gli stili di apprendimento che li caratterizzano, perché si segue una semplice quanto efficace logica, è la conoscenza dell’interlocutore che facilita l’insegnamento e l’apprendimento.

E così: “Raccontaci, come ti senti oggi !”, “Prova a scriverlo”. Inizia se puoi la tua storia con: “Me ne andavo per caso..” Come ha fatto Orazio oltre 2000 anni fa.

E anche tu caro docente prova a raccontarti ne trarrai beneficio.

Giuseppe Alesi


*Duccio Demetrio, All’antica, una maniera di essere, Raffaello Cortina Editore, 2022
**Duccio Demetrio, Educare è Narrare, le teorie, la pratica, la cura, Mimesis, 2013

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